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Opinioni e commenti
 

25 aprile. La libertà è una palestra, vacci ogni giorno
Pubblicato il 24-04-2015


25 aprileSettant’anni. E li dimostra tutti se ci limitiamo alle commemorazioni consuetudinarie e al recinto di un’agiografia consumata dalla storia.

La Resistenza ha un inizio – le settimane successive all’8 settembre ‘43 – e una fine che non coincide interamente con la fine della guerra. I primi mesi furono i più duri. Poche unità partigiane, la grande maggioranza degli italiani che aspetta a schierarsi, sbandamento dell’esercito, fuga dalle responsabilità dei vertici dello Stato, occupazione tedesca. È nel corso del ‘44 che il movimento cresce e si intensificano le azioni militari. Con l’inizio del 1945 e gli alleati ormai oltre la Linea Gotica, il fenomeno si allarga. Un anno e mezzo terribile in cui si sovrapposero guerra civile (tra fascisti e antifascisti) e guerra di liberazione (dai tedeschi ) e si tentò, almeno da parte di una certa resistenza, di gettare con le armi le basi per un’Italia legata a doppio filo all’Unione Sovietica.

Ho sempre pensato che del titolo di ‘partigiano’ non dovessero fregiarsi soltanto i combattenti. Furono centinaia le donne senza nome che rischiarono la vita per dare rifugio a un partigiano ferito o soltanto un tozzo di pane. Molte di loro furono fucilate, spesso con i figli e con i vecchi che avevano in casa. Sono le lapidi infisse sulle mura delle chiese e sui palazzi municipali a gridare questa verità.

Cefalonia fu per i soldati italiani un fulgido esempio di resistenza. Sull’isola e in mare ne morirono oltre diecimila. Non si piegarono ai tedeschi. Furono migliaia i militari che imboccarono la stessa strada. Ignoti ai più – e alla storia – sono rimasti parroci, carabinieri, cittadini che non giurarono fedeltà a Salò e si invaghirono di un’idea di libertà senza la quale, le parole sono di De Gasperi, l’Italia non avrebbe avuto nulla da dire alle Trattative di pace di Parigi. Se la resistenza in armi fu circoscritta, e dobbiamo rendere ancora più merito al coraggio di pochi, la resistenza ‘civica’ non ebbe uguali dimensioni in nessun altro Paese occupato dai nazisti.

È maturo il tempo per una riflessione più giusta. Sul ruolo decisivo degli alleati nella liberazione, intanto, spesso taciuto. E sul fatto che la generazione che rischiò la vita – ragazze e ragazzi giovanissimi, ‘Bube’ di diciotto anni e la sua donna di sedici, ribelli accesi di entusiasmo e di fede – ci ha consegnato la Repubblica, una Costituzione con principi di un’attualità disarmante, la ricostruzione, un’Italia libera e civile, la dignità. Nulla era scontato. Furono i nonni e le madri ad arraffare sassi e mattoni senza mai essere stati architetti. La cupola di ser Brunelleschi potrebbe morirne di invidia.

Riccardo Nencini

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Carissimo Riccardo
    Oggi l’Avanti ha ospitato due rievocazioni magistrali del 25 Aprile: la tua e quella del nostro Direttore.
    Questa mattina sono andato in Pazza del Popolo a tributare il mio ringraziamento a tutti coloro che sotto diverse bandiere hanno sacrificato le loro vite per riaffermare la Libertà nel nostro Paese. Abbiamo cantato tutti l’inno di Mameli ma come sempre non sono riuscito a frenare la commozione quando è stato intonato Il Piave, che non ha cessato di essere celebrato anche durante il Fascismo. Ricordo il periodo dal 43 a 45 che ho vissuto bambino ignaro della verità ma sconvolto dagli avvenimenti militari. Come nonno ho cercato di spiegare con parole accessibili alla mia nipotina il significato della guerra con le sofferenze che ha causato ed il valore della pace. Scherzando gli ho detto che voi piccoli continuate a litigare mentre i grandi fortunatamente da 70 anni non si uccidono più fra loro in Europa. Hai fatto bene a rilevare che i partigiani non furono solo quelli che combatterono in clandestinità ma un popolo indifeso e perciò ancora più eroico. Gli storici hanno rilevato che i partigiani nel 43 erano diecimila, nel 44 diventarono quarantaquattromila per giungere nel 45 a duecentocinquantamila. Una certa retorica a senso unico può essere sottaciuta quando può servire a riscattare la Storia di un Paese.
    Del Bue ricorda che furono combattute tre guerre e che i socialisti non parteciparono a quella sotterranea dei comunisti di Togliatti di cui una parte sognava di sostituire un regime dittatoriale con un altro.
    Durante la commemorazione del 25 aprile, la parte centrale del suo intervento il Sindaco l’ha dedicata a Sandro Pertini.
    Mi assale un senso di ribellione nell’assistere all’oblio a cui è stata relegata la Storia socialista e nel contempo vedere innalzare sugli altari un idolo del comunismo italiano rappresentato da Togliatti.
    Colgo l’occasione per riformulare la richiesta affinché tu possa promuovere in Parlamento l’allestimento di una mostra a ricordo di Pertini, Saragat e Nenni.
    La mostra alla Camera di tre settimane su Togliatti è stata promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci, dall’Archivio centrale dello Stato e dall’Archivio storico della Camera dei deputati.
    Mentre la Fondazione Gramsci è specificatamente patrimonio culturale del PCI, gli altri due Archivi sono Patrimonio culturale di tutti gli italiani; sarebbe quindi sufficiente sostituire alla Fondazione Gramsci la Fondazione Nenni per rivendicare l’esercizio dei nostri diritti di rappresentanza politica nella storia del nostro Paese.
    Penso che nessuno potrebbe negare ai Socialisti di commemorare tre testimoni esemplari, non solo del Socialismo, ma dell’espressione più alta della libertà, alla cui causa questi eroi hanno dedicato la loro vita per affermarne i valori e i diritti democratici contro tutte le forme di dittatura compresa quella sovietica, di cui Togliatti per vari anni è stato un componente nel massimo Organo dei Soviet. Sarebbe anche l’occasione per mettere a confronto un paladino della “ doppia morale ” con tre paladini dell’unica morale della Democrazia riconosciuta universalmente, come quella appunto espressa da questi tre grandi Padri della Patria.
    Un abbraccio fraterno da Nicola Olanda
    Je suis socialiste

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