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Opinioni e commenti
 

Accordo sul nucleare iraniano, Israele protesta
Pubblicato il 03-04-2015


Teheran entusiasmo per l'accordo

Teheran entusiasmo per l’accordo

Il giorno dopo l’annuncio dello storico accordo sul nucleare tra Iran e il gruppo dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Germania, Francia e UE), sono le reazioni, i commenti e gli effetti sull’economia mondiale a salire alla ribalta della cronaca.

Il primo effetto positivo dell’annuncio che entro il 30 giugno il piano per fermare il nucleare iraniano e eliminare le sanzioni sarà completo in tutti i suoi dettagli, è stato un ulteriore calo del prezzo del greggio perché l’Iran è potenzialmente uno dei maggiori produttori al mondo di oro nero. Stamane infatti le quotazioni del petrolio alla borsa di New York hanno chiuso in calo, con una perdita dell’1,9% portando sotto la soglia dei 50 dollari, a 49,14 dollari il prezzo del barile.

Una buona notizia per l’economia mondiale che è tutt’ora largamente basata sull’uso di energia prodotta bruciando i derivati del petrolio. E se l’energia costa di meno, costa meno anche far viaggiare persone, merci e materie prime, come costa meno produrre la maggior parte dei beni di consumo.

Una cattiva notizia però per i produttori già sul mercato con quote consistenti a cominciare dall’Arabia Saudita tra i più duri critici dell’accordo dopo Israele. Più cresce infatti il peso, anche solo teorico, di Teheran sullo scenario mondiale e su quello regionale in particolare, meno vale il ruolo della monarchia saudita, storica alleata degli Usa al pari di Israele.

E il governo israeliano ha anche oggi confermato la sua bocciatura senza appello dell’accordo di Losanna. Il Consiglio di difesa del governo israeliano ha infatti ufficialmente respinto «in maniera compatta» l’intesa raggiunta tra il 5+1 e Teheran chiedendo che «ogni accordo finale con l’Iran includa un chiaro e non ambiguo riconoscimento del diritto di Israele di esistere».

La stroncatura, scontata, è stata resa nota al termine della riunione di tre ore convocata dal premier Benjamin Netanyahu che, come si ricorderà, in piena campagna elettorale si era fatto invitare dal partito Repubblicano ed era volato a Washington per arringare il Congresso contro il Presidente Obama. Un tentativo inutile che aveva solo allargato il solco tra l’Amministrazione Obama e il governo di centrodestra di Netanyahu, rafforzando sospetti e rancori.

L’intesa, ha aggiunto Netanyahu, apre la strada alla possibilità che l’Iran si doti della bomba atomica, «unico obiettivo» del regime iraniano, un’eventualità molto temuta questa perché toglierebbe a Israele, che non ha mai smesso di temere un’aggressione distruttiva, non solo il primato atomico assoluto nell’area, ma anche un formidabile deterrente contro ogni minaccia di attacco.
Anche l’Arabia Saudita, con il re Salman bin Abdulaziz al-Saud in una telefonata ha fatto far sentire la sua protesta con Obama.

Ben altra l’atmosfera a Teheran, dove in molti hanno fatto festa per le strade mentre per il presidente Hassan Rohani la giornata “resterà nella memoria storica del popolo iraniano. Le potenze mondiali hanno accettato il principio che l’Iran possa arricchire l’uranio” quasi a controbattere alle affermazioni di Netanyahu.

Accordo-nucleare-iran-usa-mogheriniOvviamente i protagonisti di Losanna hanno un’altra visione dell’accordo con prudenze e distinguo. La Francia, che fino a ieri ha impedito che il processo di mediazione con l’Iran facesse passi avanti, per bocca del suo ministro degli Esteri, Laurent Fabius, ha sottolineato come sulla spinosa questione del calendario per la revoca delle sanzioni all’Iran «non è ancora stata trovata un’intesa» e anche che «non sarà facile» trovarla.

A Losanna si è ascoltata anche la voce dell’Alto Rappresentante della Politica estera della Ue, Federica Mogherini, che dopo le consuete banalità diplomatiche su ‘speranza’, pace’ e ‘fiducia’ ha sottolineato come «la risposta alla preoccupazione della regione su un Iran dotato di arma nucleare» sia proprio nell’accordo e che insomma se non si fosse raggiunto, non solo sarebbe stato difficile se non impossibile impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare se non a prezzo di una guerra, ma si sarebbe dato anche ai ‘falchi’ una ragione in più per minacciarne l’uso. «L’ansia di sicurezza della regione, non solo di Israele, la capiamo e condividiamo», ha aggiunto, ricordando che «non tutti i dettagli sono stati sciolti ma l’accordo sul nodo politico adesso c’è». «Se riusciremo nei prossimi mesi a finalizzare l’accordo, ad avere quindi garanzie che l’Iran non potrà dotarsi di arma nucleare e far giocare a Teheran un ruolo responsabile nella regione, avremo da guadagnare non solo noi europei ma tutto il Medio Oriente».

E questa è stata l’unica voce italiana perché a tutt’oggi continua a risultare incomprensibile la composizione del quintetto che ha negoziato con l’Iran. A Losanna con i tre ‘grandi’ – Usa, Russia e Cina – c’erano infatti anche la Francia e la Germania, ma non l’Italia eppure l’interscambio commerciale tra i due Paesi appena dieci anni fa era il più importante della UE mentre nell’ex Persia continuano a operare numerose aziende italiane mentre l’ENI, a causa dell’embargo sul petrolio (2012), ha progressivamente ridotto la sua presenza fino ad allora fortissima. Insomma l’Italia – che occupa oggi l’8.va posizione tra i Paesi che esportano in Iran e il 13.mo per merci importate e nel 2013 è seconda solo alla Germania – ha davvero tanto da guadagnare da una normalizzazione dei rapporti con l’Iran e da una diminuzione della tensione nella regione eppure sembra che la questione quasi non ci riguardi col Presidente del Consiglio Renzi e il ministro degli esteri Gentiloni che hanno celebrato l’accordo senza particolare enfasi se non per il ruolo della Mogherini.

Non di poco conto infine gli effetti dell’accordo raggiunto sulla politica interna statunitense perché è evidente come la ‘svolta’ tra Teheran e Washington sia stato uno dei pilastri della politica estera di Obama, che non ha esitato – come si è visto nei rapporti con Israele e Arabia Saudita – a scontentare i suoi alleati storici pur di modificare un equilibrio regionale che negli ultimi anni – vedi le cosiddette ‘primavere arabe’ – ha solo alimentato le tensioni locali e si dimostrato incapace di assicurare lo sviluppo economico e sociale dei Paesi dell’area. Per raggiungere l’obiettivo, Obama ha anche furiosamente ‘litigato’ con quel partito Repubblicano i cui presidenti – Bush padre e figlio – hanno trascinato gli Usa in Iraq in una delle guerre più inconcludenti e dannose del secolo. Il Presidente Usa ha oggi insomma la prima e unica occasione concreta per trasformare gli Usa da ‘Grande Satana’ in partner politico di Teheran. È una scommessa ambiziosa perché per realizzarsi dovrà anche ottenere che in Iran prevalga definitivamente l’ala dialogante e moderata del regime su quella dispotica e assolutista, in una partita speculare a quella che lui sta combattendo con un Congresso a maggioranza repubblicana. Se ci riuscirà, così come Richard Nixon passò alla storia anche per il disgelo con Pechino e non solo per il Watergate, Obama potrà concludere il suo secondo mandato lasciando agli americani un’eredità positiva e ricca di promesse per il futuro mentre tutti gli altri leader, a cominciare dalla destra israeliana di Netanyahu e dal regime oscurantista e medioevale della monarchia saudita – ben più retrogrado e illiberale di quello iraniano – appariranno definitivamente come i veri conservatori della scena mondiale.

Carlo Correr

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