venerdì, 23 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Bare liquide e sepolcri imbiancati
Pubblicato il 22-04-2015


L’Europa nata all’indomani della seconda guerra mondiale ha, come è noto, scritto sulle sue bandiere il principio dell’accoglienza. Ci si proponeva di costruire uno spazio comune di diritti e di cittadinanza; e, insieme a questo, un modello sociale avanzato. Uno spazio e un modello per definizione aperti: destinati perciò ad estendersi, senza limiti precostituiti, al mondo circostante; e, per altro verso ad includere quanti, a certe condizioni, intendessero beneficiarne. E, dunque, uno spazio, territoriale e personale aperto sì, ma ai meritevoli.

Ora, chi erano, nell’ottica di allora, quella riflessa nelle leggi, i meritevoli? Erano sostanzialmente di due tipi. C’erano quelli i cui il cui diritto all’accesso era, insieme, scontato e documentabile: leggi i profughi dai paesi dell’Est arrivati, a loro rischio, per cercare la libertà e, insieme, il benessere. Ed erano, poi, quelli che venivano chiamati, come forza lavoro, in base alle necessità e alle condizioni del paese ospitante (e nell’ipotesi che, una volta esaurite le necessità legate alla chiamata, se ne tornassero tranquillamente a casa loro).

(Un modello, sia detto per inciso, che salterà, insieme a tanti altri, con la caduta del muro di Berlino. C’è la prospettiva di una emigrazione di massa verso Ovest. Ma questa, pur trattandosi di fratelli separati, va a tutti i costo evitata. Conseguentemente, si parifica il valore del marco; conseguentemente ci si impegna fino al collo nel ricostruire il sistema economico dell’Est; conseguentemente se ne configura la vera e propria annessione, e così via.. .).

Oggi, invece, spiace ma è così, non bussano alle nostre porte gruppi selezionati, verificabili e meritevoli, ma le vittime di tutte le miserie del mondo.  Persone che devono essere salvate e perciò fatte entrare; rimandarle indietro, tra l’altro, non è giuridicamente possibile. E però,la convinzione profonda dei governi europei, è che questa invasione vada fermata. E’ vero: paesi “arretrati”come la Tunisia, il Libano, la Giordania accolgono centinaia di migliaia, se non milioni di profughi e senza chiedere aiuto al mondo intero. Ma resta il fatto che, noi, “non possiamo permettercelo”.

Ma, allora, perché non annunciarlo coram populo, con le navi al largo delle coste libiche e con il “spiacenti ma di qui non si passa”? Il fatto è che, anche in questo caso, “non possiamo permettercelo”. Perché contraddirebbe all’immagine, falsa ma rassicurante, che abbiamo di noi stessi. Perché darebbe ragione a quelli che chiamiamo razzisti ma che sono, puramente e semplicemente, xenofobi. E perché ci esporrebbe ad una serie di complicazioni internazionali, non ultimo tra quelli l’obbligo di darci carico delle situazioni di crisi (Eritrea, Somalia, Siria) che alimentano la fuga dei loro cittadini. E, infine, perché non possiamo contestare in alcun modo il diritto delle persone di fuggire dalla miseria e dalla morte.

Ma non c’è da preoccuparsi oltremodo. Con il suo “tweetpensiero”. Con lui scompaiono i profughi. E rimangono solo gli scafisti. Sono loro i responsabili di tutto. Esattamente come i magnaccia sono responsabili della prostituzione. O come gli spacciatori sono responsabili del fumo e del buco. E, allora, via i barconi e il problema è risolto. Perché senza i novelli negrieri i nostri poveri negretti se ne starebbero tranquilli e beati in casa propria e non sarebbero indotti da lusinghe e minacce a versare maree di soldi e a traversare deserti inospitali e mari in tempesta a rischio della propria vita.

Verrebbe voglia di sputargli, metaforicamente, in faccia. Ma è meglio astenersi da questo insano proposito. Perché, a tenergli bordone, sono tutti i sopracciò del governo e della pubblica opinione italiana (Repubblica in testa) oltre che della Ue, ansiosi di recuperare moralmente una presenza nel Mediterraneo che, di fatto, è di puro respingimento. Sepolcri imbiancati, appunto. Sempre. Con, al loro fianco, le bare liquide che fanno loro versare lacrime di coccodrillo.

Alberto Benzoni 

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