mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

‘Braccialetti Rossi’.
Tra la Clerici e la CNV,
l’empatia di ‘Senza parole’
Pubblicato il 25-04-2015


Braccialetti RossiLa fiction di ‘Braccialetti Rossi’ è sempre più calata ed ancorata nella e alla realtà della vita vera, di una quotidianità fatta di emozioni suscitate, recepite, assorbite a livello sensoriale o inconscio, oppure istintive e istintuali, a volte accentuate e a volte impercettibili. Non a caso, oltre alle visite negli ospedali, la partecipazioni ad eventi culturali (quali la fiera del libro di Bologna o l’assistere alla proiezione del film di Walter Veltroni “I bambini sanno”), alcuni dei sei protagonisti della fiction di Rai Uno sono stati ospiti anche al nuovo programma di Antonella Clerici: ‘Senza Parole’; sono, così, intervenuti per dare il proprio contributo a supporto di una storia: una vicenda che coinvolgeva gente comune, semplice, molto umana e ricca di umanità appunto. Alla trasmissione della Clerici hanno partecipato: il leader Leo (Carmine Buschini); il vice-leader Vale (Brando Pacitto); il bello Davide (Mirko Trovato); il furbo (Pio Luigi Piscicelli). E forse è stata un’occasione per capire da dove derivi il loro successo. Se riescono a creare empatia, se arrivano al pubblico creando identificazione, se suscitano simpatia e familiarità è probabilmente per l’uso che fanno della CNV: la comunicazione non verbale. Che, tra l’altro, è al centro di “Senza parole”. A volte uno sguardo o un’espressione dicono molto più di tante parole e si può riuscire a comunicare benissimo anche nel silenzio, senza parlare, restando solamente predisposti ad ascoltare l’altro e a metterci in contatto con lui con l’animo.

E questo forse è qualcosa che gli adulti devono apprendere molto più dei bimbi, poiché quest’ultimi tendono ad essere sempre più spontanei, diretti, istintivi, a farsi trasportare più dalle sensazioni e dalle emozioni che dalla logica e dalla razionalità. Ed in questo tiene perfettamente il pensiero di Antoine de Saint-Exupéry ne “Il Piccolo principe” del 1943: “tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”. E quindi occorre rammentare loro quella purezza e quella spontaneità, quell’innocenza puerile che racchiude in sé la sincerità di ogni sentimento. Ed anche questo viene da “Braccialetti Rossi”. E questo un po’ vuole riprendere il film di Veltroni, a cui hanno assistito Leo/Carmine Buschini e gli altri: “I bambini sanno”. Già il titolo non è provocatorio nel sottolineare che non è vero che i più piccoli non riescano a capire o, dato che non hanno conoscenza di molte cose, non possano o non debbano esprimere la loro opinione e i loro stati d’animo. Anzi, spesso, sono in grado di essere più illuminanti, rivelare lati inediti, sorprendere con la loro lungimiranza e astuzia, con la vivacità e l’intelligenza di un acume stupefacente. In sala dal 23 aprile prossimo, il film sarà diffuso da Bim Distribuzione ed è stato prodotto da Sky (che lo proietterà in prima tv a settembre 2015), Wildside e Palomar. “I bambini sanno” vede protagonisti 39 bimbi dai 9 ai 13 anni, dal Nord al Sud Italia, con cui si discuterà di tematiche diverse ed importanti.

Critiche a parte, l’obiettivo, ha spiegato Veltroni è rivalutare il ruolo sociale dei più piccoli: “Un paese in cui spariscono i bambini è un paese senza fiducia, senza voglia di futuro, più conservatore. È anche un paese con meno fantasia. E con meno poesia. Con meno gioco, con meno ottimismo”. Intanto i primi apprezzamenti sono arrivati dai Braccialetti Rossi, i primi ammiratori dell’opera cinematografica, che hanno manifestato grande entusiasmo per il lungometraggio. Per Walter Veltroni si tratta della seconda opera nel cinema, dopo il primo documentario ‘Quando c’era Berlinguer, che ha ottenuto un Nastro d’argento e incassato circa un milione di euro. Un successo che ben si accosta a quello di “Braccialetti Rossi”.

E dato anche dall’uso della CNV, la comunicazione non verbale. Il messaggio passa e viene veicolato anche da altri fattori che non sono quelli lessicali, delle singole parole. Il linguaggio para-verbale, infatti, spesso è molto più efficace. Ed è costituito dallo sguardo e dall’espressione facciale: se, ad esempio, incrociamo lo sguardo dell’altro con insistenza o meno, oppure se lo sfuggiamo; dalla gestualità (ad esempio il modo in cui stringiamo la mano), anche incontrollata, della bocca stessa; dalla postura del corpo, se tende a cercare il contatto con l’altro, anche fisico, o se invece è di distacco; dalla posizione che teniamo nello spazio e da come ci muoviamo nell’ambiente. Tanto che il messaggio viene trasmesso dai movimenti del corpo (soprattutto espressioni facciali) per il 55%, dall’aspetto vocale (volume, tono, ritmo) per il 38% e solamente per il 7% dalle parole.

La più forte di queste modalità è quella che viene chiamata aptica, ovvero i messaggi comunicativi espressi tramite il contatto fisico. Un esempio? Quale migliore del  “Watanka!” gridato dai 6 protagonisti di “Braccialetti Rossi”. Non c’è dubbio che in questa fiction ci sia un uso, anche inconsapevole, della CNV fondamentale. Ovviamente anche l’ambientazione influisce. L’ospedale stesso è un luogo in cui i medici, nei loro rapporti coi pazienti, soprattutto con i piccoli malati, devono tenere conto di questa tipologia paraverbale di comunicazione. Ed è importante che il pubblico ne sia reso più consapevole e più informato, anche tramite il programma della Clerici. Antonella, infatti, ha potuto contare sul supporto della sorella Cristina, psicoterapeuta, per affrontare l’argomento e trattarlo in maniera più responsabile. Con la sensibilità che ha sempre dimostrato di avere. Anzi, a nostro avviso, dovrebbe essere un esempio per diffondere la CNV sempre di più: nelle scuole, nelle università, ma anche (perché no?) negli ospedali.

Potrebbe essere una forma di “intrattenimento” diverso ed innovativo, ma curioso e piacevole allo stesso tempo, anche per i ricoverati, soprattutto se in giovane età. Proposta in maniera divertente, la CNV può risultare molto gradevole. Sono numerosi i volontari che portano sostegno e supporto nelle strutture ospedaliere. Reperire personale qualificato al riguardo, competente in sociologia e sociolinguistica ad esempio, potrebbe significare un passo in avanti in più nella formazione e nell’assistenza personale di chi è costretto a trascorrere del tempo in un reparto d’ospedale. Per non perdere contatto col mondo, esterno, ma anche interno al nosocomio e con quello interiore personale dentro se stessi. Umanità è anche questo e passa anche per questo.

Barbara Conti 

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