venerdì, 23 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Caso Lonzi. Continua
la ricerca della verità
Pubblicato il 29-04-2015


marcello-lonzi“La Procura di Livorno… morte naturale già detto, infarto detto. Questa volta devo vedere cosa decide il GIP”…

Questa è una delle tante frasi che possiamo estrapolare dai comunicati che Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, lancia sui social network nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica o semplicemente per condividere un doppio dolore: la perdita drammatica di un figlio e l’intollerabile muro di gomma sollevato dalla ragion di Stato. Dopo la mobilitazione del 26 novembre scorso davanti al tribunale di Livorno per scongiurare la definitiva archiviazione del caso (presenti Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, l’Associazione per l’iniziativa Radicale Andrea Tamburi di Firenze, Irene Testa, segretaria dell’Associazione Il Detenuto Ignoto, una delegazione territoriale del PSI e tanti altri manifestanti) torno nuovamente ad occuparmi della vicenda perché tra pochi giorni il Gip sarà chiamato a pronunciarsi di nuovo sulla morte di questo ragazzo, avvenuta in circostanze drammatiche 11 anni fa nel carcere di Livorno mentre stava scontando una condanna a 9 mesi per tentato furto.

“L’istituzione che doveva condannare ha scelto la via più breve, insabbiare. Non si muore di infarto con otto costole rotte, due denti rotti, mandibola, polso e sterno fratturati e due buchi in testa di cui uno tocca il piano osseo. Penso che guardando le foto, anche il più sprovveduto si può rendere conto che mio figlio è stato picchiato” fa notare la madre di Lonzi.

Il GIP dunque dovrà decidere se le immagini che mostrano il corpo senza vita di Lonzi ferito e insanguinato e le fratture rilevate dai medici legali nelle varie autopsie che si sono susseguite negli anni sono compatibili o meno con la versione ufficiale di quel decesso, che lo attribuisce a cause naturali.

“Questo non è infarto, ma omicidio di Stato” ammonisce Maria Ciuffi. “E chi sbaglia deve pagare… Nessuno mi restituisce mio figlio, ma devono smettere di uccidere nelle carceri italiane. Altrimenti diciamo che in Italia la pena di morte esiste”.

Se alziamo l’ottenebrante velo dell’ipocrisia troveremo il concetto medioevale di giustizia ancora applicato da insensati aguzzini che ricordano i boia-scheletri e i loro patiboli del Trionfo della morte, uno dei dipinti più spaventosi della storia della pittura, dove Pieter Bruegel Il Vecchio ci ammonisce nichilisticamente che non solo la morte è inevitabile e spietata (ad ogni livello della società, alta o bassa che sia), ma è anche perversamente creativa. Uno scenario inaccettabile se calato dentro una cornice impreziosita da intagli realizzati dal sacrificio di chi ha conquistato una Repubblica libera e democratica.

E reso ancor meno accettabile dal fatto che molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia grazie alla mancanza di strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente i reati. Sono emersi molti casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia e, purtroppo, continuano a emergere, senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni. Per fermare queste violazioni e a beneficio del ruolo centrale della polizia nella sua funzione di protezione dei cittadini, è urgente colmare le lacune esistenti al più presto. Un buon deterrente sarebbe quello di approvare tempestivamente la legge che introduce il reato di tortura in Italia e che questa soddisfi tutti gli standard internazionali che il nostro Paese si è più volte impegnato a osservare.

“Credo che combattere contro lo stato per quasi 12 anni non sia stato affatto facile; per questo ho smesso di votare, di credere nelle istituzioni e nella giustizia”.

Perché morire in un luogo che la civiltà illuminista ha preposto in tutta la sua funzione riabilitativa e rieducativa è una sconfitta che ricade pesantemente sulle coscienze istituzionali, che in questo modo tradiscono i propri cittadini negando il fondante principio dello stato di diritto.

“Vivo con 287 euro al mese di pensione di invalidità dimostrabili, – racconta la madre di Lonzi – devo pagare tutte le spese processuali, ma pur saltando alcuni pasti non ci riesco. Ci sono voluti tanti soldi per gli avvocati. Ne ho cambiati tre. Non ricordo più quanti ne ho spesi. Posso dire che quel poco di oro che avevo, l’ho venduto. Per la sola riesumazione della salma di Marcello ci sono voluti tremila euro per il medico legale, più 500 euro di rimborsi spese ogni volta che veniva a Livorno , ma fu importante perché vennero fuori altri elementi che portavano al pestaggio. Proprio in questi giorni la Procura di Livorno mi ha recapitato le spese processuali per un ammontare di 700 euro, pena l’attivazione del pignoramento. Veloci nel chiedermi i soldi, lenti perché mio figlio abbia giustizia. Ho chiesto ieri all’avvocato di scontarli in carcere, in primo luogo perché non li ho e in secondo luogo perché è paradossale dover pagare chi sta insabbiando la morte di mio figlio”.

La lampada di Diogene si muove tra i gelidi palazzi dei Tribunali, rovista nei meandri delle macchinazioni, nei baratri delle archiviazioni in cerca non solo della verità insabbiata, ma anche di quella dignità in grado di vestire di nuova luce l’uomo del nostro tempo, che si forma attraverso la mediazione delle istituzioni con cui entra quotidianamente, inevitabilmente in contatto. L’augurio è che ben presto la lotta di Maria Ciuffi, dallo spessore titanico se pensiamo al pesantissimo risvolto economico e psicologico, possa sfociare in un regolare processo.

“Ogni volta che suona il telefono il mio pensiero corre al mio avvocato che mi dice: “Maria, hanno deciso. Si va a Livorno in procura”. Speriamo bene” auspica la donna.

Carlo Da Prato

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