mercoledì, 24 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Come fermare i tagliagole dell’Isis
Pubblicato il 03-04-2015


Chi uccide chi in Medio oriente e nelle aree limitrofe? Capire questo, vedere ciò che sta accadendo è assolutamente essenziale; per l’Occidente; e per l’Europa.

Fino a qualche tempo fa, almeno secondo gli opinionisti Usa, si era in un mondo in cui tutti ammazzavano tutti; tutti erano ugualmente Cattivi. E, allora, la cosa migliore era di lasciare che tutti continuassero a cuocere nel loro brodo, senza pretendere di poter intervenire a spegnere gli incendi. In questo caos generale, meglio continuare a puntare sul sicuro: da una parte Israele, l’Israele di Netanyahu, cui veniva garantito una sorta di diritto di veto sulla politica mediorientale degli Stati Uniti; dall’altra l’Arabia saudita, che era quello che era, ma che almeno garantiva i rifornimenti energetici rappresentando, nel contempo, una sorta di baluardo “moderato” (?).

Questa linea di passività è andata avanti per lungo tempo. Per interrompersi non tanto per la comparsa dell’Isis ( all’inizio catalogata all’insegna del “si uccidano tra loro”), quanto per l’esecuzione “urbi et orbi”degli ostaggi occidentali.

È allora che ci si comincia ad interrogare sul “chi uccide chi”; e sulle motivazioni come sugli obbiettivi dei nuovi stragisti seriali. Domande che trovano, nell’evidenza dei fatti, una risposta che potremmo articolare in tre punti.

In primo luogo, i massacri- almeno dall’11 settembre ad oggi- nascono tutti all’interno della galassia dell’estremismo sunnita. Da al Qaeda ai talebani afgani e pakistani siano ai seguaci del Califfato. Forze e gruppi che, con l’andar del tempo, sembrano acquistare un quasi monopolio nelll’uso della violenza.

Per altro verso, l’Isis prospera nel disordine sanguinoso che la circonda. Sono le terre abbandonate da Dio e dagli uomini- aree tribali del Pakistan, devastazione siriana, Libia, la grande faglia africana che va dalla Somalia al Mali. In quelle terre, qualunque gruppo che intenda sfogare il suo odio può richiamarsi all’Isis e senza pagare diritti d’autore.

Infine, con l’Isis, la violenza assassina è diventata un fine in sé.

Ciò rende potenzialmente devastante il suo impatto, in particolare in Europa. Siamo, sotto questo profilo, particolarmente fragili. Sia nella gestione politica dell’immigrazione, soprattutto islamica ; sia e soprattutto quando ci misuriamo con fenomeni di violenza collettiva; avendo, giustamente, eletto a principio fondante del nostro vivere collettivo la sacralità della vita umana. E, allora, il pericolo mortale che corriamo non è quello di vedere i beduini abbeverare i loro cavalli in piazza san Pietro o di vederci imposto il velo ma quello di vivere in una società segnata dall’odio e dal sospetto.

Bisogna, dunque, fermare i tagliagole. Ma, a questo punto, la domanda è: chi lo sta facendo?

A combattere in Iraq ci sono i curdi (fino a liberare la loro terra ma non oltre; e per ovvi motivi). L’esercito iracheno non è ancora pronto. Rimangono le milizie sciite addestrate e “coordinate”da generali iraniani; in tacito collegamento con gli americani.

Non basta. Ma non c’è altro. Perché, nella lotta militare e politica contro l’Isis, le potenze sunnite, tutte, dico tutte, sono totalmente assenti. E assenti perché in tutt’altre faccende affaccendate. Certo, è stata convocata in tutta fretta la Lega araba; e prevista una Invincibile armata con un concorso militare che va dal Marocco al Pakistan. Ma non per ricacciare nelle loro tane, magari in nome dell’ortodossia islamica, i seguaci del Califfo; ma per reagire alla minaccia mortale delle tribù sciite dello Yemen. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

In quanto a Israele, inutile contarci. Osta alla grande alleanza con i sunniti (vagheggiata dal corrispondente della Stampa a Gerusalemme) la mancata soluzione del la questione palestinese: una materia che, oggi come oggi, non interessa minimamente né agli israeliani né agli arabi. In quanto a Gerusalemme, questa ha tutto l’interesse a rimanere nel cono d’ombra: quanto più il mondo che la circonda è dilaniato dai conflitti, tanto più sarà lasciata in pace.

E’ allora proprio in questo quadro che il recente accordo tra Usa, Europa e Iran acquista una straordinaria valenza. Non si tratta né di un rovesciamento delle alleanze, né del semplice ricorso ad un

intervento esterno suscettibile di concludere vittoriosamente un conflitto armato. Si tratta di far scendere in campo l’unica forza suscettibile di contrastare il fondamentalismo sunnita; e di raggiungere quella mediazione politica capace di bloccare la metastasi siriana.

Dopo Losanna, insomma, si apre una nuova fase storica, portatrice di infinite possibilità. Come avremo modo di verificare da subito. A partire dalla riapertura del negoziato sulla crisi siriano. E dalla fine del diritto di veto di Netanyahu sulla politica occidentale nell’area.

Alberto Benzoni

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