venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Decrescita o sviluppo sostenibile?
Pubblicato il 07-04-2015


La crescita continua della produzione dei sistemi economici è criticata per tre ordini di motivi: perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie; perché dispensa un benessere largamente illusorio; perché non offre una forma di vita sicura. Sul problema dell’opportunità di porre un limite alla crescita si è sviluppato un dibattito complesso, nel quale sono stati coinvolti movimenti culturali a favore e contro la crescita illimitata.

I movimenti a favore della crescita sostengono l’ineliminabilità del mantenimento di un dato tasso annuo di crescita economica; i movimenti contrari, invece, sostengono la necessità di una riduzione controllata dell’attività economica, realizzata attraverso tassi “decrescenti di crescita”.

La letteratura sulla necessità di conservare una crescita positiva del sistema economico copre un arco di posizioni che vanno dalla critica della decrescita formulata per proporre una visione alternativa della società industriale a quella, molto più possibilista che, pur riconoscendo le difficoltà all’introduzione di un qualsiasi limite alla crescita del sistema economico, non mancano però di sottolineare le conseguenze negative dell’impatto sullo stato di salute dell’ambiente, se un qualche limite ai ritmi con cui sinora si è espanso il livello di attività dei sistemi economici non dovesse essere introdotto.

Tuttavia, anche l’idea di uno sviluppo sostenibile non sempre è considerata compatibile con la conservazione di un equilibrio ecologico, rispettoso dello stato di salute dell’ambiente; in altre parole, con una dinamica economica implicante la conservazione del capitale naturale per la soddisfazione dei bisogni delle generazioni future, senza compromettere la soddisfazione dei corrispondenti bisogni delle generazioni presenti.

Sulla necessità di conseguire un equilibro ecologico che non comprometta le condizioni di vita delle generazioni future “pesa” la domanda se la sostenibilità dello sviluppo possa essere determinata sulla base degli automatismi delle istituzioni delle economie a decisioni decentrate, in particolare del mercato di concorrenza; oppure, se la sostenibilità possa essere conseguita attraverso meccanismi alternativi.

L’esperienza, però, suggerisce che il mercato di concorrenza non è idoneo a trasmettere segnali adeguati e compatibili con la conservazione dello stato di salute dell’ambiente. Se le risorse ambientali fossero tutte oggetto di specifici diritti di proprietà privata, il loro impiego per la produzione di beni consentirebbe di fare inviare, tramite il mercato e l’aumento dei prezzi, le informazioni necessarie perché il sistema economico possa “fare pesare” sui consumatori oneri crescenti, a fronte delle utilizzazioni crescenti delle risorse ambientali effettuate dalle imprese. Sennonché, per molte componenti del capitale naturale non è possibile tradurre il loro crescente utilizzo in maggiori oneri; a causa dell’imperfetta struttura dei diritti di proprietà, i costi da prelievi eccessivi delle risorse naturali non sono spesso rilevati in modo adeguato, per cui il mercato non trasferisce “segnali” sufficienti a comportare la riduzione dell’impatto ambientale generato dai crescenti processi produttivi e di consumo.

Di fronte al fallimento della “mano invisibile” del mercato di concorrenza, è inevitabile il ruolo suppletivo della “mano visibile” dello Stato, al fine di stabilire, non solo i ritmi dello sviluppo del sistema economico (tasso di crescita), ma anche i “prezzi d’uso” delle risorse naturali, in mniera da spingere le imprese e le famiglie a finanziare gli investimenti necessari per ridurre l’impatto ambientale, o per ridurre i guasti ecologici da questo causati.

Al riguardo, non possono essere sottovalutate le difficoltà che si oppongono all’introduzione di un progetto compensatore delle conseguenze negative connesse con l’impiego dell’ambiente per scopi produttivi; gli ostacoli potranno essere rimossi se, in futuro, i limiti ai prelievi ambientali che si vogliono adottare andranno oltre il solo scopo della conservazione della tendenziale stabilità del capitale naturale, sino ad investire anche il problema dei profondi squilibri che caratterizzano i rapporti tra sistemi economici industrializzati e sistemi economici arretrati, assieme a quello del controllo delle ineguaglianze distributive che si sono sviluppate e consolidate con la crescita avvenuta senza limiti, soprattutto all’interno dei sistema economici sviluppati.

Non sono pochi coloro che respingono senza possibilità di appello la preoccupazione che sta alla base di chi sostiene la necessità di porre un limite alla crescita continua dei sistemi economici. Di recente, alla critica delle tesi “decresciste” Luca Simonetti ha dedicato un libro (“Contro la decrescita. Perché rallentare non è la soluzione”), nel quale, dopo aver passato in rassegna le tesi di tutti quegli autori che, animati da diffidenza e ostilità nei confronti della scienza e della tecnica, propongono il ritorno ad un improbabile “passato felice”, conclude che nessuna decrescita potrà mai essere felice, ma solo portatrice di pericoli di natura ambientale e sociale.

La tesi di Simonetti non è meno assoluta di quelle dei sostenitori della decrescita “senza se e senza ma”; se è vero che questi ultimi mancano di risultare convincenti nel proporre le procedure con cui avviare il processo di lenta diminuzione dl tasso di crescita dei sistemi economici, spesso attraverso discorsi non sempre coerenti e credibili, non è meno vero che i ritmi di utilizzazione delle risorse ambientali causati dai tassi di crescita dei sistemi produttivi sinora verificatisi, impongono la necessità che i prelievi ambientali siano resi compatibili con la sostenibilità della crescita.

Ciò che maggiormente stupisce delle tesi dei “dcrescisti” è l’idea che la scienza economica vada interamente rifiutata, in considerazione del fatto che il mondo contemporaneo sarebbe dominato dal pensiero unico dell’economia, “che pretenderebbe – come afferma Simonetti – di dettare le sue leggi a tutto il resto della società”, dopo aver sottomesso la politica. Per intendere le implicazioni di questo rifiuto occorre considerare che i “dcrescisti” lo riferiscono all’economia, non solo intesa come processo storico istituzionalizzato dell’interazione tra gli uomini e il loro ambiente, ma anche come sistema logico-formale che spiega l’attività di scelta razionale riguardo al rapporto tra mezzi e fini, quando i primi siano scarsi e suscettibili di usi alternativi.

Mentre è plausibile sostenere l’uscita dall’economia intesa come processo storico, in particolare dal modo in cui il sistema capitalistico lo ha inverato nel mondo attuale, non è altrettanto plausibile sostenere anche l’uscita dall’economia intesa come sistema logico-formale, considerato che l’introduzione di un qualsiasi limite alla crescita illimitata, come i “decrescisti” sostengono, aggraverebbe la condizione della scarsità delle risorse disponibili, il cui affievolimento, causato dalla crescita illimitata sin qui realizzata, dovrebbe giustificare anche l’uscita dall’economia intesa come sistema logico-formale e, con essa, dovrebbe perdere ogni significato anche l’idea di crescita “ancorata a una prospettiva evoluzionistica unilineare e alla categoria illuministica di progresso”.

Si tratta di una tesi oscurantista, perché manca di considerare che i problemi da affrontare, sia nell’“ipotesi forte” di una decrescita, secondo la formulazione dei “decrescisti” più radicali, sia nell’“ipotesi debole” di una crescita sostenibile, comporteranno comunque la necessità di continuare a disporre dell’economia intesa come sistema logico-formale e del progresso tecnico. Diversamente, pur anche nel caso auspicabile in cui prevalga l’idea di rendere compatibile il funzionamento del sistema economico con il rispetto del patrimonio ambientale, come sarebbe possibile governare tutti i problemi che inevitabilmente insorgeranno e che la fantasia, anche la più perspicace, dei “decrescisti” non è in grado di elencare in anticipo?

In conclusione, la critica che Simonetti formula riguardo alle molte tesi sostenute e propagandate dai “decrescisti”, pur essendo in parte plausibile, essa tuttavia non può considerarle pericolose, perché i fenomeni che a sostegno delle loro tesi essi denunciano sono realmente pericolosi, perché reale è il rischio che i danni ambientali causati dai livelli di attività dei moderni sistemi economici possano risultare irreversibili; a fronte di questo rischio non si può fare a meno di riporre la fiducia nella razionalità resa possibile dall’attuale livello di sviluppo dell’economia intesa come sistema logico-formale e nelle opportunità rese possibili dal progredire della scienza in generale e della tecnica.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Qualsiasi attività umana ed economica è legata all’utilizzo di energia come fonte motrice e di trasformazione. È impossibile quindi non legare la crescita o la decrescita al fabbisogno energetico. Nei confronti dell’ambiente l’utilizzo delle varie fonti energetiche hanno un peso che è anche proporzionale alle tipologie dei vari prodotti che interessano i consumi della popolazione mondiale. C’è quindi il duplice problema della natura della fonte energetica da utilizzare e l’altro di conciliarne l’utilizzo alla richiesta di generi di consumo da soddisfare da parte di quei Paesi emergenti che vogliono riequilibrarla rispetto alle economie che finora ne hanno ottenuto il monopolio in termini di privilegi e di sfruttamento. L’indirizzo verso fonti energiche alternative non ha infatti la stessa priorità che può avere ad esempio l’Europa rispetto alla Cina.
    Se il termine di crescita e di decrescita lo si affiancasse a quelli di qualità o quantità, una regolazione di entrambe sarebbe più idonea nel classificarle e guidarle in termini di pianificazione produttiva.
    Ad esempio, la ricerca approfondita sul nucleare pulito e dei molteplici impieghi dell’idrogeno scorporato dagli interessi delle multinazionali del petrolio, sarebbe già raggiungere l’obiettivo della disponibilità di una fonte inesauribile di energia e di potenza motrice. Puntare sulla qualità della vita sarebbe l’obiettivo di crescita primario da perseguire, ma questo significherebbe realizzare l’utopia assegnata alle funzioni che dovrebbe avere l’ONU. Pensare e agendo inseguendo l’utopia, sarebbe comunque un importantissimo fattore di crescita contro cui non si schiererebbe nessun rappresentante della decrescita. Sarebbe forse la vera e augurabile realizzazione del Socialismo reale.
    Grazie per le Sue costanti e stimolanti argomentazioni scientifiche e sociali.
    Je suis socialiste

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