mercoledì, 19 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

DIVISI DALL’ITALICUM
Pubblicato il 21-04-2015


Italicum-riforma elettorale

Alle fine ne rimase uno solo. Si diceva in un film. Lo stesso sta succedendo alla Camera sulla legge elettorale dopo la decisione del Pd di sostituire i deputati scomodi dalla commissione affari costituzionali. Infatti i gruppi di Sel, Lega, Forza Italia, Movimento 5 Stelle hanno già annunciato di abbandonare la commissione. Resteranno in aula Pd, Ncd e Alternativa Libera, il gruppo costituito dai fuoriusciti dal M5S. Ma Renzi non sembra preoccuparsene. Anzi, la strada dell’Italicum sarebbe ancora più semplice perché nel momento in cui i gruppi delle opposizioni abbandoneranno la commissione Affari costituzionali, gli emendamenti presentati al ddl Boschi decadranno automaticamente. Ma Lega, M5S e Sel hanno già annunciato che ripresenteranno gli emendamenti in Aula, mentre Fdi dovrebbe abbandonare la I commissione della Camera solo dopo aver illustrato i propri emendamenti. Così l’automatica decadenza delle proposte di modifica presentate dalle opposizioni – e che rappresentano la grandissima parte dei 97 emendamenti ammessi alla votazione – renderà i lavori della commissione più brevi di quanto previsto.

Il passo successivo potrebbe essere la richiesta del voto di fiducia, che al momento non è per nulla escluso, ma che rappresenterebbe un pericoloso precedente. La legge elettorale, la cui stesura dovrebbe essere esclusivo compito del Parlamento, non solo viene scritta sotto dettatura da Palazzo Chigi, ma anche blindata e resa inattaccabile dalle ingerenza parlamentari. Vero è che cambiamenti ci sono stati, sia sulle soglie, sul ballottaggio e sui capilista, ma sostanzialmente l’impianto resta lo stesso. Con il capo del governo che decide la futura composizione del Parlamento, che a sua volta elegge il presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, i membri laici del Csm e della Corte. Insomma un concentrato di potere.

“Credo che non sia comprensibile chi oggi ha invocato il voto segreto – afferma Maria Elena Boschi, riferendosi all’annuncio del capogruppo FI Brunetta – a meno che non ci sia una qualche forma di imbarazzo rispetto a non votare una legge elettorale identica a quella votata dallo stesso gruppo al Senato”. E sulla ipotesi fiducia aggiunge: “FI ha già annunciato il voto segreto oggi, vedremo se confermerà in Aula questo orientamento. Ovviamente è prematuro parlare di fiducia perché siamo ancora in commissione”.

Nel frattempo Renzi trova il tempo di scrivere su facebook che “da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo. Ma no, noi non siamo così avanti, su tutto!”. Della serie o si fa l’Italicum o si muore.

Di legge elettorale, continua Renzi, il Pd “ha discusso durante le primarie, in assemblea nazionale, in direzione, ai gruppi parlamentari, ovunque. La proposta – che è stata sempre votata a stragrande maggioranza – è stata approvata anche dal resto della maggioranza e dai senatori di Forza Italia”. Quindi “è tempo di decidere. Chi grida allo scandalo perché alcuni deputati sono sostituiti dovrebbe ricordare che è non solo normale, ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze”.

Insomma la lotta senza quartiere va avanti. Sullo sfondo le elezioni regionali di maggio. Elezioni che possono avere una doppia valenza. Primo capire il livello di gradimento verso il presidente del Consiglio dopo le europee che hanno regalato al Pd una percentuale mai vista. Secondo regolare i rapporti interni. Un buon risultato darebbe a Renzi altra benzina per tirare dritto sulla sua strada “asfaltando” ancora di più chi lo critica dall’interno. Al contrario, un voto non positivo, darebbe alla minoranza motivo di alzare la testa mettendo qualche ostacolo di più al Renzi-segretario nella gestione interna al partito.

Come suo solito Pippo Civati sceglie l’ironia: “I dieci deputati che non votano a favore sono semplicemente eliminati dal conto, sostituiti da parlamentari più affidabili. Ormai siamo arrivati al punto che c’è chi festeggia le sostituzioni in Commissione, tanto per dire l’armonia che regna sovrana all’interno del Pd. Secondo me – aggiunge – è un’enormità, ma vedo che c’è chi dice che non è vietato e quindi si fa, come se nulla fosse. Siccome quei parlamentari siedono ovviamente anche in aula e oltre a loro ce ne sono altre decine, si dà così per scontato che non voteranno la legge e che non parteciperanno alla probabilissima fiducia che il governo metterà sul provvedimento. Del resto, il segretario può sempre sostituirli. Ah, non può? E come mai? Peccato”.

E a forza di blindare Matteo Renzi blinda anche la festa dell’Unità. Dopo i 10 deputati sostituiti in commissione Affari Costituzionali, il premier esclude i dissidenti anche dalla festa dell’Unità Nazionale che si svolge a Bologna da oggi fino al 3 maggio e che, tra l’altro, celebra i 70 anni dalla Liberazione. Nel programma, infatti, non compaiono né Pier Luigi Bersani, né Gianni Cuperlo, né altri esponenti della minoranza. Spazio solo ai fedelissimi. Al punto che Rosy Bindi, fresca di epurazione dalla Commissione, si rivolge direttamente al presidente del Pd, Matteo Orfini: “Immaginare di fare una Festa nazionale selezionando le presenze politiche sulla base della fedeltà alla linea del segretario sarebbe un’involuzione, questa sì, che non ha precedenti nella lunga storia delle feste dei partiti popolari italiani”. Rosy Bindi si rivolge a Orfini per chiedere al presidente dell’Assemblea nazionale “e garante del pluralismo del Pd”, di “assicurare che la Festa sia, come sempre è stato, specchio della originale natura del nostro partito”. “In caso contrario – paventa la presidente dell’Antimafia nella sua lettera aperta – dovrei prendere atto che la mia preoccupazione sul rischio di uno snaturamento del Pd è una realtà”. Intanto, lamenta, “si è interrotta la costruzione di un partito nuovo, democratico, laico e plurale. Il Pd non solo sta rinnegando la prospettiva del bipolarismo con la proposta dell’Italicum, ma sconfessa le sue radici uliviste per consegnarsi al pensiero unico del nascente Partito della nazione”.

“La Festa dell’Unità conclude – non è una seduta del Parlamento nella quale si devono prendere decisioni. E’ da sempre il momento di massima apertura e confronto del Pd, espressione della nostra capacità di incontrare e parlare con tutti, iscritti, elettori, cittadini, in grande libertà e con ricchezza di idee e proposte”

Daniele Unfer

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento