giovedì, 22 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Gioco d’azzardo.
Un confine invisibile
tra piacere e patologia    
Pubblicato il 22-04-2015


gioco d'azzardoIl gioco d’azzardo procura piacere?!? Ebbene sì, al punto che le statistiche ci dicono che l’80% dei cittadini italiani, almeno una volta nella vita, ha provato questa ebbrezza; mentre Il 30% lo ha fatto con una frequenza maggiore, quasi ad arrivare al limite del “burrone patologico”.

I giocatori compulsivi, invece, perdono il controllo al punto che fanno debiti, consapevoli di “mettere in gioco” la loro vita affettiva, sociale e lavorativa. Non riescono a staccarsi dai videopoker, sale da gioco, slot-machines o più semplicemente dalle varie piattaforme di poker online che sempre di più catturano nella rete le emozioni dei nostri “ragazzini”. A questo capitolo, però, dedicheremo apposite e più approfondite riflessioni.

Il giocatore d’azzardo non è dissimile dal drogato: tutti e due finiscono per sviluppare una forma di sottomissione gravissima al piacere del momento, che il processo o la sostanza provocano nei soggetti più esposti al pericolo! La dipendenza è un fenomeno complesso, come tale coinvolge una serie di aspetti individuali, familiari, sociali e perfino comportamentali; al punto di non riuscire più a percepire i “rumori” della vita ed isolarsi dentro la “bolla di Amplifon”! Una pericolosa necessità ossessiva che non ti fa sentire più nulla se non il bisogno di gratificare un’esigenza immediata. Diciamo così, a livello psicologico, il soggetto è talmente assorbito dalle proprie necessità da non riuscire a farne a meno. Il giocatore d’azzardo, poi, inizia a trascurare la propria vita e quindi, come dicevamo, le relazioni familiari e quelle sociali; crea, cioè, una sofferenza generale che, inevitabilmente, infetterà anche tutti i nuclei di appartenenza del soggetto stesso.

Stiamo parlando di situazioni comportamentali talmente gravi che se tali giocatori venissero allontanati dalla loro fonte di gratificazione repentinamente, potrebbero sviluppare crisi di astinenza tali da provocare loro sintomi come ansia, sudorazione, nausea, e persino episodi di vomito e tachicardia. Per intenderci il gioco d’azzardo è una dipendenza senza droga, una sorta di prostrazione psicologica che rende schiavo l’essere giocatore fino al punto di rubargli l’anima. Non dobbiamo, però, escludere la possibilità che il vizio si sviluppi con la subordinazione dal sesso, dal cellulare, dal lavoro, da shopping compulsivo ed, in alcuni casi, perfino ad integrare la follia con l’assunzione di “schifezze” che, in un modo o nell’altro, ti costano la vita!

L’Italia, dopo il Giappone ed il Regno Unito, si colloca al terzo posto tra i paesi industrializzati che giocano di più al mondo. Attenti però a clonare le modalità di risposta assunte dagli altri. Il Giappone, in particolare, ha risposto con il “Hikikomori”, ovvero, lo stare in disparte, isolarsi, al punto di avere un tasso di natalità molto basso come nel nostro Paese, oltre che una delle più alte percentuali di suicidi. I malati, tutti coloro che hanno contratto il virus della “azzardopatia”, sono ormai più di un milione, e sostenere, oggi, che tale cifra possa frantumare il traguardo dei tre milioni non è lontano dalle cose!

Angelo Santoro e Lolita Guliman

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Commenti all'articolo
  1. La ludopatia è un disturbo del comportamento umano e, perciò, ha origine nell’intima natura dell’uomo. Tuttavia colpisce proprio quanto rilevato dall’articolo del Dott. Santoro e della Dott.ssa Gulimanoska, e cioè la attuale “geografia” del fenomeno –ovvero i paese più industrializzati- e l’aumento della dipendenza del gioco d’azzardo on-line. La natura estremamente autoescludente di questa pratica, la natura quasi solipsistica del gioco d’azzardo davanti a un monitor, può essere qualcosa collegabile alle modalità attuali di vita sociale, alle difficoltà, alle frustrazioni e ai fattori di stress sempre crescenti nella società moderna, alla quasi impossibilità di soddisfare bisogni imposti dalla società industrializzata e tecnologica, e quindi al desiderio di fuga e di allontanamento: niente contatti, niente figli, nessun coinvolgimento, fino al suicidio fisico o esistenziale. “Hikikomori” dicono in Giappone? E se fosse una malattia sociale?

    • Certo una malattia sociale con questo nome “Hikikomori” sembra una cosa da ricchi. Ma a parte il voler sdrammatizzare la complessità dell’argomento, ritengo che il nostro nemico numero uno non sia più Dillinger, ma la solitudine! Una solitudine che ormai colmiamo in modo virtuale. Il nostro impegno dovrà mirare in quella direzione se vorremo colpire il cuore del problema, cioè, riascoltare la voce di un essere umano lasciando i robot nelle catene di montaggio! A.S.

  2. Sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto ciò che li circonda, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti. Questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.
    Il fenomeno italiano dell’hikikomori, pur essendo ancora marginale, dovrebbe destare già preoccupazione.
    Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo su tanti versanti: culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe essere collocato tra i primi posti nell’ annuale legge di stabilità sotto la voce “Ricerca e Innovazione” come misura preventiva.
    A mio avviso bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che diventi a tutti gli effetti una piaga psico-sociale moderna.
    Manuela P.

  3. Certamente la ludopatia ha alla base un disturbo del comportamento, ma come tale può essere scatenato da una seri di fattori
    che non voglio elencare, come medico sarei solo noiosa!
    La attuale situazione sociale, come da lei rilevato, porta le persone ad isolarsi nel modello giapponese, si chiudono al mondo che li circonda!

  4. Il gioco d’azzardo patologico e l’ “Hikikomori” stanno assumendo nel nostro Paese proporzioni rilevanti. Il gioco d’azzardo porta con sé un rischio che, in particolari gruppi di persone ad alta vulnerabilità, può sfociare in una vera e propria dipendenza comportamentale. Questa condizione è attualmente identificata come un disturbo, una forma comportamentale patologica che può comportare gravi disagi per la persona, oltre che gravi problemi sociali e finanziari, come entrare in contatto con organizzazioni criminali del gioco illegale, anche e soprattutto con quelle dell’usura.
    Oltre agli aspetti psico-comportamentali, vi sono anche quelli sociali e finanziari a delineare questo fenomeno, che sta diventando non solo un problema di salute pubblica, ma anche un problema sociale rilevante. Apprezzo molto l’articolo di Angelo Santoro e Lolita Guliman in quanto è davvero importante parlare di questi fenomeni, portarli all’attenzione pubblica e mettere allo stesso tempo in rilievo come siano delle malattie sicuramente evitabili, curabili e guaribili con il supporto di un percorso professionale, che insieme alla volontà di guarire da parte di chi ne soffre, sappia restituire il benessere.
    Eugenia F

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