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Opinioni e commenti
 

Giulio Seniga:
“Credevo nel partito”
Pubblicato il 08-04-2015


18 giugno 1958, ore 16, Camera dei deputati. Palmiro Togliatti si accorge della presenza di Giulio Seniga e della sua compagna Anita Galliussi; cerca di parare il colpo e manda nella tribuna del pubblico Gerardo Chiaromonte. Ma non fa in tempo. Sull’assemblea di Montecitorio piove un fiume di volantini. C’è scritto:  “INFAMIA… A Budaspest sono stati assassinati i comunisti NAGY, MALATER, GIMES, SZILAGY. A Roma i capi del PCI solidarizzano con i boia. Viva i coraggiosi combattenti della rivolta popolare ungherese. Infamia a Togliatti, Longo, Amendola”.

La clamorosa protesta scoppia nell’aula della Camera mentre Pietro Ingrao ha “l’ingrato compito di difendere l’esecuzione dei quattro comunisti ungheresi, accusandoli di essere dei controrivoluzionari”. La Camera è convocata per discutere il dramma dell’uccisione di Nagy, Malater, Gimes, Szilagy, avvenuta per mano dei sovietici nei giorni precedenti.  I quattro dirigenti comunisti due anni prima, nel 1956, alla testa del governo ungherese, si erano opposti all’invasione di Mosca del loro Paese e di Budapest. È una delle pagine centrali di “Giulio Seniga. Credevo nel partito”, Bfs Edizioni, un libro sugli scritti, le lettere, gli appunti del dissidente comunista anti stalinista a cura di Maria Antonietta Serci, archivista e storica, e di Martino Seniga, giornalista, figlio di Giulio.

“L’azione di volantinaggio di Seniga riesce anche perché attuata in totale segretezza e senza avvisare nessuno”, si legge nel libro. Giulio Seniga, classe 1915, morto nel 1999, era un esperto di riservatezza e di clandestinità. È stato un dirigente della sinistra italiana amante della classe operaia e della libertà: prima è un rivoluzionario convinto, poi un comunista dissidente con l’obiettivo di cambiare il Pci stalinista di Togliatti, quindi un socialista libertario e riformista attratto dal Psi di Pietro Nenni. È un uomo coraggioso: come operaio specializzato nell’Alfa Romeo a Milano quando comanda il fascismo; come ispettore partigiano delle Brigate Garibaldi (sottrasse ai nazisti un treno carico di metalli pregiati e lo portò in Svizzera); come contestatore di Togliatti, “il Migliore”, il segretario del Partito comunista più forte dell’Occidente.

La sua è una storia piena di misteri, in gran parte svelati in decenni e da questo libro. È un uomo d’azione e un intellettuale autodidatta. Fa una carriera veloce nel Pci. Nel 1947 è a Roma, uomo di fiducia di Pietro Secchia, vice segretario del partito, responsabile del settore chiave dell’organizzazione, un altro convinto stalinista. È il responsabile dell’”apparato di riserva” comunista. Ha incarichi delicatissimi: organizzare dimore clandestine per i dirigenti comunisti in caso di pericolo di colpi di Stato e vigilare sui fondi segreti del Partito comunista sovietico al Pci.

Maneggia notizie riservatissime alle quali accedono solo altre due persone: Togliatti e Secchia. Il Pci però, lamenta Seniga, non sostiene le lotte operaie in Italia e reprime il dissenso interno.  Protesta con Secchia e preme su Togliatti per rompere la subalternità all’Unione sovietica, ma perde la partita.

Rompe con il Pci. Il 25 luglio 1954 esce per l’ultima volta da Botteghe Oscure, la mitica sede della direzione comunista. Ha “nella borsa che porta con sé una parte dei fondi segreti, che il partito riceveva regolarmente da Mosca, e alcuni documenti politici”, scrive Martino Seniga. Si dimette con una lettera dagli incarichi del partito, ma per ora non dal Pci. La decisione è motivata dal “malcostume fatto di opportunismo, paura e conformismo che vige nei massimi organismi dirigenti”. Contesta il “culto della personalità” creato da Giuseppe Stalin.

Denaro e documenti segreti sono “un bagaglio che scotta”. Il Pci lo mette alla gogna per aver “rubato la cassa”. È emarginato e può rischiare la vita. Gira per tutt’Italia, contatta tutti i dissidenti comunisti e dà vita ad  ‘Azione Comunista’. I soldi e i documenti sono lo strumento per sostenere il movimento. Vuole spingere Secchia ad abbattere Togliatti, ma è il segretario del Pci ad emarginare il suo vice imputandogli “la fuga con la cassa” di Seniga. L’ex partigiano “Nino”  ha uno stile di vita sobrio. Si dà uno stipendio da operaio qualificato. Ma il progetto affonda: Azione Comunista si sfalda per i contrasti interni. A quanto ammontava il segretissimo “tesoro” sottratto al Pci? Per anni non si sa niente. Poi Giulio Seniga confida a Carlo Feltrinelli“ di aver preso un totale di 421.000 dollari americani”.

Sempre di più si convince della scelta di creare una grande sinistra riformista, democratica, capace di difendere i diritti dei lavoratori.  Si avvicina al Psi che nel 1962 ha dato vita al centrosinistra, dopo aver rotto con lo stalinismo nel 1956.  In particolare, guarda alla corrente autonomista nenniana. È un operaista libertario. Quando nel 1969 c’è a Milano la strage di Piazza Fontana, difende l’anarchico Pietro Valpreda. Scrive su l’”Avanti!”. Quando nel 1978 le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro si schiera con il Psi di Bettino Craxi per la trattativa e si offre come ostaggio per salvare la vita del presidente della Dc.

Le delusioni sono tante. In Italia non nasce una grande sinistra riformista, Tangentopoli seppellisce nel 1992-1994 la Prima Repubblica nel fango dei tribunali e della corruzione politica. La Seconda Repubblica, nata sotto la spinta di grandi speranze di rinnovamento, delude. Quando Seniga muore nel 1999, il governo dell’Ulivo di Romano Prodi è da poco caduto e alla presidenza del Consiglio è subentrato Massimo D’Alema, il cui governo avrà vita breve.

La sinistra cambia pelle frammentandosi sempre di più, travagliata come nel passato da veleni e scissioni a catena. Nel 2007 nasce il Pd fondato da Walter Veltroni “a vocazione maggioritaria” e d’ispirazione liberaldemocratica, un partito kennedyano per far voltare pagina all’Italia.  L’impresa, però, fallisce.

Pietro Nenni diceva: “Le idee camminano con le gambe degli uomini”.  Adesso ci riprova Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd vuole “cambiare verso”  all’Italia con le riforme strutturali e creare una sinistra blairiana. La sfida è cominciata  poco più di un anno fa. La Grande crisi economica, però, ancora non è stata sconfitta; il populismo attrae il ceto medio impaurito, impoverito e precarizzato; la corruzione pubblica divampa più di prima, colpendo quasi tutti i partiti e non risparmiando il Pd. Ora, poi, le tangenti non vanno tanto a finanziare l’attività dei partiti, ma riempiono le tasche dei politici corrotti.

Rodolfo Ruocco
dal blog di RaiNews24

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Commenti all'articolo
  1. Ottimo pezzo. Io ho conosciuto Seniga nel 1991-92. Andai a csa sua a Milano. Mi mandò Ugo Intini. Stavo scrivendo il libro sui delitti del dopoguerra dopo le rivelazioni del 1990 e l’articolo di Otello Montanari, che riprendeva la mia commemorazione del sindaco socialista di Casalgrande Umberto Farri ucciso da una squadra di ex partigiani comunisti nel 1946. Seniga mi raccontò molte cose che riprendo nel libro Storie di delitti e passioni. Per lui non esisteva la doppia linea Togliatti-Secchia. Il Pci era monolitico e Togliatti conosceva tutto.

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