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Opinioni e commenti
 

I bambini di Arna
Pubblicato il 09-04-2015


Sono trascorsi già quattro anni da quel tristissimo 4 aprile 2011 in cui Juliano Mer-Khamis fu ammazzato vigliaccamente a colpi di pistola, in una strada di Jenin. È scomparso così a soli 52 anni, dopo aver vissuto due vite burrascose in una. In Israele e nei territori palestinesi era famoso, s’era guadagnato una reputazione come attivista politico e direttore/attore di teatro. All’estero è divenuto una celebrità solo da morto (l’Economist gli dedicò un importante necrologio nel 2011). Mi onoro di averlo conosciuto, purtroppo solo di sfuggita, quando vivevo a Haifa – forse la città più tollerante e aperta in Israele. Era un personaggio davvero unico, davvero straordinario. Juliano riuniva in sé tante qualità: carisma, intelligenza, coraggio, talento artistico, umanità.

Un tarlo lo rodeva dentro fin dall’infanzia. La sua nevrosi si chiamava doppia – o nessuna? – identità. Nato in Israele, nella città araba di Nazareth, da una madre ebrea e da un padre arabo, amava dire “sono ebreo al 100%, e palestinese al 100%”. Una dichiarazione folle in un mondo a sé, quello mediorientale, dove le identità sono come armature medievali; un mondo in cui gli ibridi sono considerati bastardi in entrambe le accezioni: figli di N.N. ed esseri ambigui, infidi, potenziali traditori perché capaci di tenere i piedi in troppe staffe – i “meticci” possono riscattarsi in un solo modo: abiurando il meticciato, schierandosi in maniera netta e inconfondibile, scegliendo una religione o un gruppo etnico, a cui sacrificare tutto, l’intelletto e l’anima. I conflitti politici a sfondo etnico-religioso lievitano in un impasto oscuro di primitività (l’appartenza tribale) e di intolleranza (mitt uns oder gegen uns). Tutti bramano un nemico identificabile, un bersaglio facile. Chi non è né bianco né nero è un alieno. Chi – per scelta o per destino – cerca di collegare universi distanti è come un ponte gettato nel vuoto, e rischia di fare una brutta fine.

Juliano ha vissuto fino in fondo la drammaticità della sua condizione ibrida, riconducibile più che alla genetica al clima politico e culturale che respirava in famiglia. Suo padre non era un arabo qualunque; e neppure sua madre era una ebrea qualunque. Salima Khamis, nato cristiano, era uno dei leader più in vista del partito comunista israeliano – l’unico partito che, con coerenza assoluta, ha tentato di andare oltre la gabbia d’acciaio delle identità settarie, etnico-religiose, candidando nelle proprie liste ebrei ed arabi, in egual numero. Perché prima di tutto sei un “compagno”, e poi viene tutto il resto. Un pensiero minoritario, una goccia di lucida e pacata razionalità in un mare torbido, perennemente in tempesta. Anche Arna Mer era una figura d’eccezione, d’altri tempi: combattente in unità paramilitari sioniste in gioventù, ai primordi dello Stato d’Israele, un giorno abbracciò il credo comunista – che in Israele, in Palestina, in Terrasanta non aveva lo stesso identico significato che ha avuto in Europa – e si sposò con un intellettuale arabo impegnato. Da quel momento dedicò anima e corpo alla causa palestinese. Fu uno strappo alle consuetudini, alle regole, alle tradizioni, ai pregiudizi, alle ristrettezze mentali che fioriscono da entrambe le parti della barricata. Se c’è una cosa che impari vivendo in Medioriente è che da quelle parti può esserci, forse, la libertà di religione. Ma la libertà dalla religione, quella no, è una bestemmia. I matrimoni misti sono rarissimi, perché fonte di vergogna e causa di ostracismo sociale/famigliare. “In quale Dio crederanno i loro poveri figli, in quale gruppo etnico si identificheranno?” Juliano Mer-Khamis scelse di non credere in nessun Dio egocentrico e tirannico. E ribadì sempre la sua doppia appartenenza, la sua doppia fedeltà: all’ebraismo – che per lui era un ideale progressivo, umanistico: l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, B’Tselem – e alla cultura arabo-palestinese. Non perse mai fiducia nell’umanità, nella capacità di riscatto di ogni persona, e si gettò in ogni impresa con entusiasmo e ottimismo – tratti che lo condurranno alla rovina.

L’alieno Juliano viveva, sì, a cavallo fra due mondi, a Haifa e a Jenin. Ma in Medioriente ciò vuol dire dover abitare prima su un pianeta, per poi trasmigrare nell’altro. Ecco che da giovane Juliano segue il percorso del tipico ragazzo israeliano di “buona famiglia” e di robuste convinzioni sioniste: si arruola nei paracadutisti, il fiore all’occhiello delle forze di difesa israeliane. Sperimenta di persona cosa significa l’occupazione, e questo lo manda in crisi. Così un giorno sceglie di seguire le orme di sua madre, la quale aveva capito – ed era stata un’intuizione geniale – che l’attivismo politico più dirompente è quello che si esprime attraverso l’arte e la cultura. Così, per iniziativa di una sionista devota all’ideale internazionalista, che amava tanto Israele quanto il popolo palestinese, nacque a Jenin un teatro originalissimo, lo “Stone Teatre”. Arna intendeva offrire una possibilità di redenzione ai ragazzini palestinesi abituati alla miseria morale del campo profughi. Anziché lanciare pietre, o allenarsi alla guerriglia parlando la lingua monosillabica e scarnificata dell’odio, i ragazzini palestinesi imparavano a recitare, a danzare, a cantare. Il teatro formava al dialogo, insegnava la tolleranza e la convivenza, umanizzava chi era stato abbruttito dalla guerra; il teatro politico, insomma, come sbocco nobile alle frustrazioni, alla rabbia di una generazione perduta, priva di orizzonti. Ma, attenzione, il teatro qui non ha fini catartici e artistici avulsi dal contesto: è piuttosto una forma di resistenza civile e politica; l’idea ispiratrice è che i ragazzi guariscono dai loro traumi apprendendo una modalità di lotta articolata, civile, che ripudia l’odio e la vendetta tribale. Il Teatro venne inaugurato nel 1989, nel bel mezzo della prima Intifada. Lo dirigevano insieme madre e figlio, la maestra e il discepolo. Il progetto all’inizio ebbe successo ma poi naufragò a causa della spirale di violenza che si era innescata con l’Intifada: gli attori preferiti di Arna e di Juliano – ragazzi pieni di vita, ragioni di speranza – finiranno nel tritacarne della violenza più cieca. Uno di loro diventerà un kamikaze, altri si arruoleranno nelle Brigate dei martiri di Al-Aqsa. Dopo la morte di sua madre, avvenuta nel 1996, Juliano girerà un film, “I bambini di Arna”, in cui racconta la drammatica vicenda dei bambini attori trasformatisi loro malgrado in guerriglieri votati alla morte. Il film fu molto controverso e attirò critiche feroci, perché, si disse, attribuiva a una parte sola, a quella israeliana, la recrudescenza e l’intensificarsi del conflitto. Come che sia, la grandezza politica e morale di Juliano, che coincise con la sua cifra artistica, fu nel ribadire la futilità di ogni “resistenza armata”, che inevitabilmente degenera in terrorismo cieco e assassino – sangue chiama sangue, a prescindere dalla causa per cui si lotta. Il circolo vizioso va spezzato. L’occupazione si poteva, e si doveva combattere pacificamente, con le armi della cultura. Le parole, gli aveva insegnato la “compagna” Arna, sono ben più micidiali dei proiettili e delle bombe.

Juliano non poteva accettare che il sogno di sua madre, che era divenuto anche il suo, fallisse. E così nel 2006, dopo qualche anno di assenza, tornò a Jenin per lanciarsi in una nuova avventura: fondò il “Freedom Theatre”, edificato sulle ceneri del teatro precedente. Juliano ottenne l’appoggio di un suo ex studente, ex leader delle Brigate Al Aqsa, che aveva convinto ad abbandonare la lotta armata. Il nuovo teatro della libertà ebbe vita travagliata da subito. Il clima a Jenin era mutato, s’era incupito. Da quando Arna se n’era andata, le fila dei fondamentalisti s’erano ingrossate come un fiume in piena – e pensare che un tempo la cultura palestinese era una delle più laiche in tutto il Medioriente! Benché molti palestinesi ammirassero Juliano e gli volessero bene, altri – i tradizionalisti, i salafiti – lo temevano o lo avversavano. Questi ultimi lo percepivano come un corpo estraneo. L’idealista Juliano, ingenuamente, insegnava – non con parole, ma nei fatti – valori universali: libertà, giustizia e solidarietà. Traduceva quelle parole astratte in azioni concrete, sul palco del suo piccolo teatro. Portò con sé lo spirito corsaro e irriverente e libertario della sua Haifa: molti genitori protestavano perché Juliano faceva recitare le ragazze con i ragazzi, metteva in scena i problemi sessuali degli adolescenti, parlava di emancipazione femminile – tutti temi scottanti che nel contesto arabo-islamico provocano alzate di scudi. Ma Juliano, che aveva la testa dura e il coraggio incosciente di un illuminista mediorientale, continuò imperterrito per la sua strada.

Alla fine possiamo dire che, pur ibrido dal punto di vista identitario, Juliano aveva assorbito per intero i valori secolari, laici e liberal-democratici incarnati da Israele. Del resto, anche suo padre – da buon comunista – era a modo suo un figlio della cultura occidentale. Lo spirito critico non attecchisce facilmente in una cultura tradizionalista, dominata dal retaggio religioso. Era inevitabile che Juliano apparisse un sobillatore; un propagandista di idee sovversive, “infette”. Un agente del nemico occidentale, insomma. Proprio lui che aveva speso una vita intera a rintuzzare la logica perversa amico-nemico, puro-impuro! Gli estremisti di destra israeliani non lo consideravano neppure un ebreo; ma – e qui sta il paradosso – Juliano era al sicuro proprio in Israele. Dubito che lo avrebbero ucciso a Haifa, sua città di adozione. Il teatro della libertà però lui lo voleva a Jenin, e lì rimase. Nonostante ci fosse stato più di un tentativo di darlo alle fiamme; nonostante le minacce di morte che riceveva negli ultimi tempi. Un ex paracadutista nelle truppe d’élite, trasformatosi in combattente per la giustizia e la libertà nelle vesti pacifiche, demilitarizzate, di un direttore-attore teatrale, non poteva comportarsi da vigliacco.

Possiamo interpretare la morte di Juliano come uno dei “danni collaterali” che ogni occupazione, ogni guerra, ogni conflitto interetnico porta con sé. Ma credo che Juliano avrebbe respinto questo fatalismo pessimistico. Lui era una vittima predestinata per un altro motivo: le persone che si ostinano a dialogare quando fischiano le pallottole, che irridono agli opposti nazionalismi, sono destabilizzanti e pericolose. Juliano era molto critico verso l’occupazione israeliana. Ma non era così ingenuo da illudersi che uno Stato palestinese avrebbe portato, di per sé e immediatamente, pace e prosperità. Lui in cuor suo desiderava molto di più per i palestinesi: una democrazia laica e libertaria – simile a quella in cui era cresciuto. Ma le insorgenze armate, anche quelle animate dalle migliori intenzioni, spesso conducono in tutt’altra direzione. Una delle ultime produzioni teatrali di Juliano – la goccia che fece traboccare il vaso e, chi lo sa, che affrettò una condanna a morte già decretata – fu una versione palestinese della Fattoria degli animali di George Orwell: i bambini-maiali, mescolando sul palco ebraico ed arabo, insinuavano un’eresia inaccettabile a Jenin: i rivoluzionari-Fedayeen, i liberatori-eroi possono a loro volta divenire oppressori.

Edoardo Crisafulli

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