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Opinioni e commenti
 

I cristiani in Oriente
Pubblicato il 21-04-2015


Dei cristiani d’Oriente (e, se è per questo, d’Africa o d’Asia) non importa nulla a nessuno. E’ quello che ci rimprovera, ogni volta che può, papa Francesco. Ma è anche quello che ci viene ripetuto, a livello diciamo così, più andante nei vari talk show, in Italia e non solo. Duole dirlo, ma la denuncia è fondata.  Ma, a questo punto, la domanda è: perché? Le risposte a questa domanda sono sostanzialmente due: quella dello stesso papa; e quella dei cultori, sempre più numerosi, dello “scontro di civiltà”. Per il ‘terzomondista’ Bergoglio l’indifferenza dell’Occidente è quella del potere e degli affari; di qui un’ottica e una pratica, in cui i valori spirituali e i principi contano meno di zero.

Per i nuovi aspiranti crociati (in poltrona…) l’abbandono dei nostri fratelli mediorientali sarebbe invece il frutto di un clima di resa e di abbandono di fronte all’Islam; oggi laggiù, domani nella stessa Europa. Ma forse ( come del resto accade quasi sempre) alla base del nostro comportamento ci sono la stupidità e l’incompetenza. Insomma non facciamo nulla per i cristiani d’Oriente perché sono “d’Oriente” e cioè fuori dai nostri teleschermi. E, forse, che non si faccia nulla è, tutto sommato, un bene; perché, quando abbiamo fatto qualcosa in Medio Oriente abbiamo combinato solo disastri.

Stiamo parlando di gruppi che – si tratti del Libano o dell’Egitto, della Siria o dell’Iraq, della Palestina o della Turchia, sono testimoni della fede cristiana da circa due millenni. Nessuna violenza esterna a portare loro la fede; o da obbligarli a rinnegarla. Moltissimi si convertiranno alla nuova fede al tempo delle prime conquiste arabe; ma molti altri accetteranno di vivere nella condizione di minoranze protette. E relativamente prospere e rispettate proprio nei momenti più alti dell’impero ottomano, quando ad Istanbul vivevano un grandissimo numero di “non musulmani”e il sultano, dopo la sua incoronazione, si recava solennemente in visita presso il patriarca e il rabbino capo della città.

I guai cominceranno, allora, con l’avvento del “secolo breve”, nel rapporto perverso tra i nascenti nazionalismi, turchi e arabi, e l’arrivo nell’area del colonialismo occidentale. Tutto comincia, con le guerre balcaniche e con il relativo massacro delle locali popolazioni musulmana, un massacro di portata minore di quello che avverrà, pochissimi anni dopo, a danno degli armeni, ma di identica qualità e motivazione (“eliminare i potenziali nemici della nazione”).

Poi sarà la tragedia delle popolazioni greche d’Asia minore. Avevano accolto con entusiasmo delirante le truppe elleniche in marcia verso Ankara, su mandato di Lloyd George, pagheranno la loro disfatta con la distruzione e il definitivo esilio (“scambi di popolazione”; via i turchi da Salonicco via i greci da Smirne e dalla Jonia).

L’esperienza di quegli anni (e quella, su scala minore, del secondo dopoguerra) rimarrà impressa nella memoria storica delle varie comunità cristiane. Per poter sopravvivere (dopo tutto, il primo e fondamentale diritto umano) in Oriente, occorreva radicarsi nelle realtà locali; e per essere accettati da queste, o magari solo tollerati, bisognava dimostrare di non avere nulla a che fare con l’Occidente, almeno nelle sue dimensioni politico-militari.

Una presa di distanza ampiamente motivata che, però, è stata ripagata a usura dallo stesso Occidente e, in particolare, dagli Stati Uniti. Con effetti assolutamente devastanti. Questi, infatti, ossessionati dal pericolo radicale, incarnato, di volta in volta, da sovietici, palestinesi, iraniani, iracheni e quant’altro, hanno puntato tutte  le loro carte sull’Islam sunnita, incarnato dal fondamentalismo saudita e sostenuto strumentalmente dallo stesso Israele (Hamas è stato, almeno inizialmente, una sua creatura). E la creatura uscita dalla bottiglia gli si è rivoltata contro, fomentando guerre di religione di cui le povere minoranze cristiane sono state le prime vittime. Sino ad essere (salvo eccezioni) sull’orlo della definitiva scomparsa.

Una scomparsa – tutto lascia pensarlo – che sarà passata in conto profitti e perdite. E non solo in nome della “realpolitik”. Ma perché, per impedirla, occorrerebbe porre al centro della propria iniziativa nell’area, l’affermazione del principio del pluralismo religioso e, quindi, anche politico. E’ quello che ha perfettamente capito papa Francesco. Ma papa Francesco, da solo, non basta. E dà anche fastidio.

Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Quando i fatti di sangue si verificano all’interno dei confini dei Paesi occidentali, lo sdegno, la commozione e la mobilitazione sono generali. Se questi avvenimenti di sangue si verificano contro i cristiani d’oriente, allora i nostri sensi di colpa legati al colonialismo, alle crociate e alle guerre frenano la nostra azione e giustificano l’inazione, e ogni seria iniziativa per arginare o frenare i massacri compiuti in nome della religione dal fondamentalismo islamico. L’Arabia Saudita e l’Iran sono le culle delle due principali fedi dell’Islam (sunnita e sciita) e nello stesso tempo i massimi produttori di petrolio e finanziatori dell’integralismo. L’Arabia Saudita è inoltre detentrice di ingenti capitali investiti in tutti i Paesi occidentali. Nei confronti dell’Iran sono state adottate sanzioni economiche e embarghi sulla sua fonte principale di ricchezza mentre nulla viene attuato nei confronti dell’Arabia Saudita. Non possiamo rifare le Crociate ma si potrebbero adottare nei confronti dell’Arabia Saudita le stesse misure utilizzate nei confronti dell’Iran. Ma queste azioni metterebbero in palio enormi interessi e a questi si preferisce sacrificare le vite dei cristiani d’oriente. È, come spesso accade, la testimonianza dell’ipocrisia dell’Occidente. Grazie Alberto per il tuo approfondimento e per il richiamo alle tante coscienze dormienti.
    Je suis socialiste

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