giovedì, 22 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

I danni sociali dei “tabù”
sull’immigrazione
Pubblicato il 21-04-2015


Paul Collier autore di "Exodus. I tabù dell’immigrazione”.

Paul Collier autore di “Exodus. I tabù dell’immigrazione”.

Paul Collier, professore di economia alla Blavatnik School of Governement e direttore del Centre for the Studies of African Economies, ha di recente pubblicato “Exodus. I tabù dell’immigrazione”. Il volume è una critica fondata del pensiero dominante tra quanti, per lo più studiosi di scienze sociali, sostengono che una politica delle “porte aperte” nei confronti dei migranti è “un imperativo etico che in più garantisce grandi benefici”; ma è anche una critica del convincimento conservatore e reazionario e intriso “di accenti xenofobi e razzisti”, ampiamente diffuso tra i comuni cittadini.

La narrazione contenuta nel volume è di particolare interesse, per via del fatto che la personale esperienza di migrante porta Collier a considerare rilevante, ai fini del governo delle problematiche connesse al fenomeno dell’emigrazione, la dimensione dell’identità nazionale, spesso trascurata dai progressisti, o esaltata in termini di un estremo nazionalismo dai conservatori.

Collier narra di un giovane di nome Karl Hellenshmidt Jr., figlio di Karl Hellenshmidt, immigrato dalla Germania in Gran Bretagna; dopo che questi, a seguito dello scoppio della prima guerra mondiale, è stato arrestato perché considerato pericoloso sovversivo al soldo del nemico, Karl Jr., a soli dodici anni, è stato costretto ad abbandonare la scuola per mandare avanti il negozio del padre. Dopo venti anni, a seguito dello scoppio di un’altra guerra mondiale, Karl Hellenshmidt Jr. si trasferisce di residenza e, cambiando nome, diventa Charles Collier, padre di Paul, autore di “Exodus”. E’ facile, osserva l’autore di Exodus, che un naturale senso di appartenenza possa sconfinare in atti di crudeltà di cui hanno sofferto le famiglie immigrate di molti cittadini di Stati europei; però, è sicuramente tragico pensare che le generazioni successive ai migranti originari abbiano dovuto cambiare nome, per poter godere dei vantaggi di coloro che avevano un’identità ben radicata: le conseguenze negative per chi ne era privo sono infatti facilmente immaginabili.

L’identità nazionale è un concetto la cui accettazione varia molto da un Paese all’altro. In alcuni Paesi è radicata, ma politicamente neutra; ma in molti altri (quasi tutti i Paesi europei), è un vessillo dell’estrema destra che sfocia spesso in un esasperato nazionalismo, sebbene quest’ultimo possa avere, di per sé, i suoi vantaggi. Il senso di un’identità condivisa rafforza la cooperazione e svolge un ruolo centrale all’interno dei sistemi sociali bene ordinati.

Il senso di identità comune stimola la solidarietà, come avviene, ad esempio, nel caso della ridistribuzione del reddito dai gruppi sociali più ricchi a quelli più poveri. Nonostante questi vantaggi, rinunciare all’identità nazionale può talvolta rivelarsi necessario; Collier, tuttavia, è del parere che si tratti di un passo obbligato quando si tratta di “evitare di subire i tragici effetti del nazionalismo”; se l’identità nazionale condivisa è utile – egli afferma -, allora si può trovare il modo di esprimerla senza pregiudicare la pace della nazione.

Partendo da questi assunti, Collier tenta di individuare le scelte più adeguate in materia di politica migratoria, dimostrando che l’assenza di controlli del fenomeno dei migranti provoca l’insorgere di molti problemi sociali; i controlli, perciò, “lungi dal costituire un imbarazzante retaggio del nazionalismo o del razzismo”, possono diventare strumenti importanti delle politiche sociali dei Paesi ad alto reddito, verso i quali si indirizza chi decide di emigrare. Per dimostrare l’utilità dei controlli e la necessità che i fenomeni migratori non siano più strumentalizzati dalla politica, Collier propone un approccio al problema idoneo a consentire il superamento dei molti “tabù”, ovvero dei molti pregiudizi presenti nella maggior parte delle analisi sinora svolte sugli effetti dei flussi migratori; in altre prole, Collier propone che nella valutazione di tali effetti si tenga conto di tre “centri di interesse”:  quello dei migranti, quello degli abitanti del Paese d’origine e quello della popolazione autoctona del Paese ospitante.

Contrariamente ai pregiudizi degli xenofobi – osserva Collier – i fatti dimostrano che finora le migrazioni non hanno prodotto effetti prevalentemente negativi sulle popolazioni autoctone, ma, contrariamente alle valutazioni dei fautori delle “porte aperte”, gli stessi fatti rendono palese che, in assenza di controlli efficaci, le migrazioni registrano una rapida accelerazione, sino a raggiungere un punto oltre il quale l’ulteriore afflusso produce effetti negativi, riguardo sia alle popolazioni autoctone dei Paesi ospitanti, sia a quelle dei Paesi d’origine, sia infine riguardo agli stessi migranti. Dei tre “centri di interesse” solo uno, però, quello espresso dalle popolazioni autoctone, ha il potere di controllare i flussi migratori, restando da stabilire se il controllo deve essere organizzato nell’esclusivo interesse di chi lo effettua, oppure se deve essere cercato un punto di equilibrio tra tutti gli interessi in gioco, inclusi perciò, oltre a quello delle popolazioni autoctone, anche quello delle popolazioni dei Paesi d’origine e quello dei migranti.

Solo i liberisti “duri e puri” possono sostenere, non disinteressatamente, che i controlli dell’immigrazione sono eticamente illegittimi; se si riflette razionalmente sulla necessità dei controlli, diventa impossibile non considerare che la scelta di migrare, pur essendo un atto privato compiuto dal migrante, produce effetti sia sulla popolazione d’origine che su quella ospitante; il migrante non tiene in alcuna considerazione tali effetti, sebbene possano ledere gli interessi altrui. Le politiche pubbliche dei Paesi ospitanti dovrebbero invece tener conto di tutte le esternalità negative trascurate dai migranti. In questo caso diventerebbe allora necessario capire quali elementi di valutazione devono essere presi in considerazione da ogni politica nazionale riguardo al governo dei flussi migratori.

Il primo elemento dovrebbe riguardare i singoli migranti e le loro decisioni individuali, nella certezza che se la decisione fosse lasciata alla discrezionalità dei singoli, è probabile una continua accelerazione dei flussi migratori, sino a provocare un tendenziale spopolamento dei Paesi d’origine. Il secondo elemento dovrebbe riguardare le popolazioni dei Paesi d’origine dei migranti, per gli effetti che l’emigrazione di una parte dei loro componenti può produrre su due parametri facilmente stimabili, quali sono l’istruzione e le rimesse. Nella prospettiva di chi decide di non emigrare è ipotizzabile l’esistenza di una “posizione conveniente”, espressa dal fatto che a un tasso moderato di emigrazione può essere associato il miglioramento del livello d’istruzione e delle condizioni di vita per chi decide di non emigrare. Il terzo elemento, infine, dovrebbe concernere le popolazioni dei Paesi ospitanti, per valutare sia gli effetti economici diretti, che quelli sociali.

La considerazione di ognuno dei tre elementi di valutazione – secondo Collier – “chiama in causa la responsabilità dei governi dei paesi ospitanti”. Il tasso migratorio dipende dalle decisioni individuali dei singoli migranti e dalle politiche adottate dai paesi ospitanti; se lasciati alle decisioni dei migranti, i flussi migratori potrebbero superare il punto di convenienza, in corrispondenza del quale chi decide di rimanere a casa può trarre il massimo vantaggio. Il superamento dello stesso punto potrebbe anche comportare l’azzeramento dei vantaggi conseguibili dalle popolazioni dei Paesi ospitanti. Per tutte queste considerazioni, le decisioni di migrare devono necessariamente essere governante dai singoli Paesi ospitanti.

Affinché le singole politiche migratorie risultino adeguate agli obiettivi, occorre conseguentemente fare i conti con la complessità del governo del problema migratorio; sennonché, le ricerche sinora condotte – osserva Collier – non consentono la formulazione di politiche pubbliche responsabili; di conseguenza, fin tanto che non saranno rimossi tutti i pregiudizi e superate le soluzioni accomodanti e non saranno acquisite le necessarie informazioni riguardo a tutti gli esiti dei flussi migratori, non sarà possibile governare tali flussi attraverso politiche razionali.

La conclusione di Collier è tragica per la maggior parte dei Paesi verso i quali si stanno indirizzando ora i flussi migratori; alle generazioni attuali delle popolazioni dei Paesi ospitanti, ed a molte di quelle future, non resterebbe che attendere la realizzazione di un nuovo assetto della distribuzione dell’intera popolazione mondiale, in funzione della possibilità di acquisire un reddito. Le migrazioni internazionali di massa sono una reazione alle disuguaglianze economiche mondiali; queste, emerse con la globalizzazione, finiranno però per essere rimosse nel tempo.

La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, e molti di quelli che ancora sono a basso reddito, stanno rapidamente convergendo verso i Paesi ad alto reddito; da ciò si può plausibilmente dedurre che la migrazione di massa non è una conseguenza permanente della globalizzazione, considerando che essa è forse una reazione temporanea ad una situazione in cui la libertà dal bisogno non si è globalizzata parallelamente alla capacità di produzione. Per il tempo in cui si conserverà a livello mondiale il gap tra la capacità di produzione e la capacità di reddito, l’accelerazione della migrazione diverrà una costante causa di conflitti sociali, la cui rimozione o il cui affievolimento da parte dei governi degli Stati ospitanti non sono facilmente prevedibili.

Nel frattempo, la scelta da parte delle generazioni successive dei migranti originari di abbracciare una conveniente nuova identità, così come ha fatto il padre di Collier, Karl Hellenchmidt Jr., non può essere la garanzia di una possibile pace sociale. Ciò può accadere solo se i migranti sono culturalmente omogenei rispetto alle popolazioni dei Paesi ospitanti; ma se il migrante considera non negoziabili i propri valori identitari, cosa succede? Il multiculturalismo, tanto caro ai progressisti, è in grado di garantire un livello sopportabile di integrazione di tutte le diaspore culturali? Alla luce dei fatti che caratterizzano il mondo attuale, la probabilità che ciò possa verificarsi è molto prossima a zero.

Gianfranco Sabattini

 

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