giovedì, 22 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Il libero mercato
e la società giusta
Pubblicato il 14-04-2015


Libero MercatoIn un precedente articolo apparso su questo giornale è stato evidenziato, sulla scorta del pensiero del filosofo politico Michael Sandel, come nel cosiddetto libero mercato non sia possibile acquistare qualsiasi cosa in modo eticamente giustificabile. Lo stesso autore, nel libro “Giustizia. Il nostro bene comune” sottolinea come la mancata giustificazione etica riguardo a un possibile impiego illimitato del denaro investa il modo in cui dovrebbe essere regolata la società, al fine di renderla giusta. Tutte le tesi che riguardano il concetto di “società giusta”, afferma Sandel, ruotano intorno a tre idee fondamentali, non sempre riconducibili ad unità; esse concernono: l’accrescimento del massimo benessere inteso in senso lato, il rispetto della libertà di agire e di scelta e la promozione di comportamenti virtuosi a sostegno della solidarietà e della cittadinanza.

Ognuna di queste idee, singolarmente considerate, dispone di larghe condivisioni ed ognuna consente di definire la giustizia secondo modalità diverse. La definizione formulata con riferimento al libero mercato “coinvolge” due delle idee prima considerate, ovvero quelle riferite al benessere e alla libertà. In pro del libero mercato, si sostiene che questo promuove il benessere della società nel suo insieme, in quanto fornisce il sistema degli stimoli adeguati a motivare i componenti della società a rendere disponibili i beni ed i servizi di cui si ha bisogno. Si sostiene anche che il libero mercato, per funzionare in modo efficiente ed efficace, ha bisogno che coloro che in esso agiscono siano liberi di comportarsi e di scegliere come meglio credono.

Per contro, chi critica la validità della logica comportamentale sottostante il libero mercato afferma che, oltre ai vantaggi, occorre tener conto anche dei disagi da essa procurati e delle sofferenze inflitte a coloro che, per cause indipendenti dalla loro volontà, si trovino nella condizione di non potere accedere al benessere, a causa della mancata disponibilità di potere d’acquisto. Quindi, per i critici, per decidere se la regolazione del libero mercato è giustificabile e desiderabile, occorre valutare il modo in cui è distribuito il benessere e salvaguardata la libertà, tenendo conto che la regolazione, pur dovendo salvaguardare la libertà di comportamento e di scelta, può però limitarne gli esiti più insostenibili, scoraggiando i comportamenti egoistici, per affermare una “virtù civile”: “il sacrificio condiviso in nome del bene comune”.

La giustificazione della virtù civile poggia sulla valutazione che l’egoismo è un vizio, che lo Stato, nell’interesse della coesione sociale, deve scoraggiare. Ciò però solleva un dilemma di difficile soluzione, che evoca l’interrogativo se una società giusta debba promuovere o meno la virtù nei suoi cittadini. Se si considera, come la filosofia e il pensiero politico moderni sono inclini a pensare, che la virtù civica debba essere incoraggiata, allora occorre riflettere su quale sia il modo più conveniente per realizzare l’incoraggiamento.

Se la società giusta è quella forma organizzativa del vivere insieme idonea a garantire quanto è necessario perché tutti siano liberati dal bisogno, occorre stabilire come la società deve distribuire tra tutti i suoi componenti le “cose” che hanno un valore: non solo il prodotto sociale (ovvero il reddito) e la ricchezza disponibile, ma anche i doveri e i diritti, il potere e le opportunità, le cariche e gli onori, dando il “dovuto” a ciascuno. Le difficoltà sorgono allorché deve essere risolto il problema di “cosa” è dovuto e “perché” è dovuto. La soluzione di tale problema implica tre diverse concezioni di giustizia. La prima concezione afferma che una società giusta implica che sia assegnato il massimo di benessere possibile al maggior numero possibile di soggetti; la seconda, che sia assegnata a tutti la massima libertà di scelta per conseguire il massimo di benessere privato possibile; la terza, che sia resa massima la virtù civica perché sia reso massimo il senso della comunità e, a tal fine, siano contrastate quelle concezioni della “buona vita” limitate solo alla sfera del privato.

La filosofia e il pensiero politico moderni, al contrario della politica, sottolineano l’importanza di quest’ultima concezione della giustizia, perché la considerano quella più consona a contenere, o a rimuovere, le ineguaglianze nella distribuzione del benessere, considerate coma causa di affievolimento della solidarietà sulla quale è fondato il concetto di cittadinanza, proprio di una società democratica. Le ineguaglianze di benessere devono essere rimosse o contenute per evitare che “ricchi” e “poveri” vivano esistenze separate; se questa condizione dovesse approfondirsi e consolidarsi sarebbero inevitabili due conseguenze negative, tra loro interagenti, per la società democratica: una fiscale ed un’altra politica. Se dal punto di vista fiscale, i servizi pubblici si deteriorano, perché i “ricchi” diventano meno propensi a conservarli efficienti con il gettito delle loro tasse nelle casse erariali; dal punto di vista politico, le istituzioni pubbliche aventi la funzione di luoghi di apprendimento non formalizzato delle virtù civili (scuole, parchi gioco, palestre, centri ricreativi, ecc.) si svuoterebbero, rendendo difficile la solidarietà e la conservazione del senso comunitario su cui si fonda la cittadinanza democratica.

Le disuguaglianze sociali, perciò, hanno un effetto corrosivo sulla virtù civile sottostante la conservazione della società democratica; una conseguenza negativa della quale, irresponsabilmente, non tengono conto, né i conservatori fervidi sostenitori del libero mercato, né spesso i progressisti perché prevalentemente propensi ad assicurare presuntivamente una buona vita attraverso una pura e semplice ridistribuzione del prodotto sociale (ovvero del solo reddito). Infatti, una politica del bene comune, limitata a ricostruire l’”infrastruttura” della vita civile fondata unicamente sulla ridistribuzione reddituale, considererebbe quest’ultima, in luogo della vita civile, come suo obiettivo primario. In questo modo, sarebbe sicuramente migliorato e allargato l’accesso al consumo privato, ma sarebbe trascurata il bene comune della cittadinanza.

Lo sforzo, perciò, di concentrarsi sulla rimozione delle disuguaglianze e sui modi per ridurle potrebbe, forse, suscitare l’interesse dei conservatori per la società giusta, che il confronto continuo sulla ridistribuzione del solo reddito non riesce a suscitare; lo sforzo, così orientato, servirebbe a far risaltare lo stretto rapporto che esiste tra giustizia distributiva in astratto e bene comune; in fin dei conti, riesce quasi impossibile pensare che i conservatori non siano consapevoli che i “frutti” del loro egoismo sarebbero destinati a vanificarsi se il “contesto di fatto”, la società giusta, all’interno della quale quei frutti possono conservare il loro valore, non fosse realizzato e conservato. Di conseguenza, una politica impegnata a potenziare la virtù civile non è solo un ideale di maggior respiro rispetto a misure pubbliche in grado di affievolire lo scontro sociale sulla distribuzione del solo reddito; essa è anche il presupposto per una più condivisibile società giusta.

Gianfranco Sabattini

 

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