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Opinioni e commenti
 

Il mito di Pietro Mennea rivive nella fiction diretta da Ricky Tognazzi
Pubblicato il 08-04-2015


Mennea-la-freccia-del-sud“Spero che questo film possa insegnare a tutti non a correre, ma a mettercela tutta”. Così Ricky Tognazzi presenta la sua ultima fatica, la fiction per Rai Uno di cui è alla regia, andata in onda il 29 e 30 marzo scorsi. Si intitola “Pietro Mennea-la freccia del Sud”, che narra la storia del grande campione sportivo, così soprannominato, che, oltre a un record europeo tuttora valido, ha lasciato un grande esempio di umanità e sportività. Girata in 8 settimane nel 2014 tra Casamassima (Bari), Barletta, Bisceglie, Bari, Formia e Repubblica Ceca, la fiction, con Michele Riondino nei panni di Mennea,  è stata molto apprezzata dal pubblico.

Infatti sembra che Ricky Tognazzi abbia intenzione di replicare, portando sugli schermi la vicenda personale della nuotatrice Federica Pellegrini che, come Mennea, detiene un record: quello dei 200 sl (1’52”98). Con un “Lo spero”, l’atleta italiana avrebbe dunque acconsentito all’intenzione espressa su Twitter dal regista. Non a caso potrebbe essere la portabandiera azzurra ai Giochi di Rio 2016.

Campione olimpico dei 200 metri piani a Mosca 1980, Pietro Mennea invece viene ricordato soprattutto per il tempo ottimale che stabilì a Città del Messico nel 1979 di 19’’72 che, tuttora, costituisce il record europeo non ancora superato (quello mondiale spetta al giamaicano Usain Bolt).

Oltre che un grandissimo atleta, Mennea è stato un uomo dalla forte personalità che ha voluto promuovere valori importanti, non solo attraverso lo sport ed è stato anche saggista, politico (schierandosi per diversi partiti, tra l’altro anche assessore allo Sport comunale a Palermo) ed eurodeputato (a Bruxelles dal 1999 al 2004); fu inoltre, per alcuni mesi (nel 1998-1999), direttore generale della squadra di calcio della Salernitana. Laureatosi quattro volte, ha esercitato le professioni di avvocato e commercialista: oltre alla prima laurea in scienze politiche, conseguì poi quelle in giurisprudenza, in scienze motorie e sportive e in lettere. Nel film molte di queste note biografiche non appaiono. Il regista si è concentrato più nel mostrare il Mennea atleta e sportivo, nel focalizzare sul suo carattere carismatico e deciso, sul suo intento di diffondere sani principi. Primo fra tutti quello dell’importanza allo studio. Poi quello dello spirito di sacrificio, nel sopportare la fatica della preparazione atletica e nell’applicazione e dedizione quotidiane per riuscire a superare i propri limiti e a vincere.

Ma indubbiamente ne trapela anche un  invito implicito a dire no al doping. Non a caso nel 2006, con la moglie Manuela Olivieri (interpretata da Elena Radonicich), ha creato la “Fondazione Pietro Mennea”, onlus che intende promuovere la lotta al doping e i sani valori dello sport. Tognazzi sottolinea bene la sua umanità e il suo senso di solidarietà; si oppose al razzismo, ricordando un po’ la campagna attuale dei calciatori “No to racism”. Il suo idolo era, infatti, l’atleta di colore Tommie Smith.

Per Mennea fu fondamentale l’incontro con il suo allenatore Carlo Vittori (interpretato da Luca Barbareschi), che considerò come un padre, e con la moglie Manuela. Dalla prima volta che la vide, come il suo maestro, lo spronò a non mollare mai. Non a caso la prima frase che gli disse la Olivieri quando lo conobbe fu: “non sopporto le persone che credono ancora che le cose non possano cambiare”. In quella circostanza, inoltre, nelle mani di Pietro finì un libro emblematico: quello di Martin Luther King e del suo “I have a dream”. Un testo simbolico, come lo definì Mennea, “per chi sogna e per tutti coloro che hanno sogni di libertà”; e questa è un po’ la sua storia.

Non dimenticò mai da dove veniva, ostinato, tenace, istintivo, si dedicò anima e corpo alla corsa, rinunciando a tutto il resto. Ricordando sempre che, come diceva Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay Jr. (medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Roma nel 1960), “si può cadere, ma l’importante è non rimanere a terra”.

Secondo Mennea “le Olimpiadi sono sempre state un’occasione per unire popoli diversi e per promuovere valori da un po’ dimenticati quali lo spirito di sacrificio”; un’ideologia modernissima. Anche i suoi avversari, compreso il talentuoso atleta sovietico Valerij Borzov, lo temevano per la sua fermezza e per il suo ferreo e fervente impegno, per “la sua forza di volontà” che non faceva dormire chi avrebbe dovuto gareggiare con lui. Nella sana competitività c’è il rispetto per l’avversario. Sempre. Una lezione che solamente campioni dall’umiltà eccezionale  possono far passare.

La freccia del Sud era di poche parole, non amava e non era molto bravo a chiedere aiuto, ma quando apriva bocca sapeva quello che diceva e dove voleva arrivare. Quando iniziò a gareggiare ad alto livello, a farsi conoscere, apprezzare e rispettare, subito disse chiaramente: “sento il peso di rappresentare l’Italia e tutte le persone che sono partire per cercare lavoro e fortuna altrove, fuori del nostro Paese. Voglio portare sul podio quel Sud d’Italia, che io rappresento, affinché possano sentirsi orgogliosi per la prima volta di essere meridionali”. L’attenzione per gli ultimi, per chi è in difficoltà. Un insegnamento che gli veniva anche dal suo maestro Vittori, che lo fece sempre rimanere coi piedi per terra. Non faceva che ricordargli che più grande è la fatica, più alto il traguardo che si potrà raggiungere; ma a questo non dimenticava di rammentargli che vincere significa isolamento e fatica e sarà dura comunque: se arriveranno i risultati perché si avrà una pressione molto forte su di sé e si dovrà tenere duro per resistere a tutte le aspettative che gli altri hanno; e se non si riuscirà a salire sul podio si dovrà essere sempre forti a non abbattersi e a resistere alla delusione.

E lui seppe resistere a tutto e tutti. Andò sempre avanti per la sua strada, sino in fondo, in maniera testarda, anche a costo di risultare poco apprezzato per la sua ritrosia e il suo carattere a volte un po’ scontroso e ribelle. A tal proposito abbiamo raccolto la testimonianza di un’insegnante (la prof.ssa Viviana Romeo di Roma) che negli anni di gloria lo ha conosciuto: “Quando Mennea ancora gareggiava era un personaggio molto scomodo e a volte non proprio amato. Il carattere che si vede nella fiction era quello vero. Mi ricordo che ci fu una polemica, riportata dalle TV dell’epoca, quando lui fu l’alfiere alle Olimpiadi di Seoul. Era la sua quinta Olimpiade e lui l’aveva voluta fare ad ogni costo pur sapendo che c’era un alto rischio di non riuscire. Aveva circa 36 anni. Mi sembra lo accusassero di togliere spazio ai giovani. Ma poi vi andò nonostante tutto”.

La docente lo ha anche incontrato assieme ai suoi alunni. Di quell’esperienza ci dice: “Quando è venuto a scuola gli abbiamo fatto incontrare ogni anno i ragazzi delle terze. Lui ha raccontato la sua storia e soprattutto ha fatto capire loro che è possibile diventare campioni con la volontà e il sacrificio. Poi, con la sua voce di tanti decibel inferiore al normale, si è sciolto a parlare dei suoi record. Di come li ha costruiti. Delizioso con i ragazzi che pretendevano foto con lui. Ho un bellissimo ricordo di quelle giornate ed ho anche un suo libro sul doping”. Un regalo prezioso. Anche per questo, ovvero un’umanità che trasuda di semplicità, spontaneità, genuinità, è diventato un grande campione. Anche questo gli ha fatto conquistare altri due primati, oltre quello dei 200 mt a Città del Messico; sempre qui ha siglato anche quello nei 100 mt (10’’01) lo stesso anno. Ma un’atleta del genere aveva l’altruismo per riconoscere il valore altrui e gareggiare in squadra….e vincere in staffetta (con Stefano Tilli, Carlo Simionato, Giovanni Bongiorni), come già era avvenuto in precedenza. Infatti fu nel 1983 che a Cagliari i quattro insieme siglarono un tempo massimo di 1’2’’10 nella staffetta 4×200 metri.

Ed è anche per tale motivo se è apprezzato persino all’stero; tanto che, nel marzo del 2012, nell’ambito delle iniziative connesse ai Giochi olimpici di Londra 2012, è stata dedicata all’ex atleta barlettano una stazione della metropolitana cittadina (High Street Kensington). In seguito, il 21 marzo 2013, nello stesso giorno della sua scomparsa, le Ferrovie dello Stato hanno deciso di intitolare a lui il primo treno Frecciarossa ETR-1000, che entrerà in funzione nel giugno prossimo di quest’anno e sarà in grado di raggiungere i 400 km/h. Un’atleta che viene sempre ricordato ogni 12 settembre, dal 2013, da tutto il mondo dell’atletica leggera italiana che celebra il Pietro Mennea Day: una giornata in memoria del record del mondo sui 200 metri piani del 1979 che fissò. Un uomo, un atleta, uno sportivo, che la Rai ha voluto omaggiare a distanza di due anni dalla sua morte (il 21 marzo 2013 appunto), anche per il suo impegno sociale, civile ed umano. L’umanità di un atleta che ha vissuto anche e soprattutto per questo sport. E per trasmettere sani principi. Tra l’altro è recente (apparsa il 12 marzi scorso) è recente la notizia di un progetto di Roma Capitale Assessorato allo Sport, con la partecipazione di Acea e GoGreen Onlus. Si chiamerà proprio “Pista di Pietro” e prevede la creazione di piste di atletica realizzate completamente con la gomma delle scarpe da ginnastica esauste, le sneakers dismesse, raccolte presso le scuole ed opportunamente ridotte a impasto ottenendo una pavimentazione elastica adatta ai futuri corridori. La moglie Manuela ha già donato, simbolicamente, le prime scarpe da ginnastica del marito.

Barbara Conti 

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