venerdì, 20 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Il socialismo: una parola, tante storie
Pubblicato il 05-04-2015


Mi è capitato, a volte, di non essere in piena sintonia con la segreteria, a volte coi nostri gruppi parlamentari. D’altronde scrivo quel che penso in assoluta libertà. E nessuno ha mai tentato di imbavagliarmi, perché un minuto dopo avrei dato le dimissioni da direttore di questa gloriosa testata. Se ho scritto un corsivo su un’assemblea del Risorgimento socialista è perché sono rimasto impressionato da due aspetti di quella riunione. Il primo era l’idea, difficile da oscurare, che si stesse preparando la nascita di un’altro micro partito, uno dei tanti della diaspora di questi vent’anni, che sono stati una, non la sola, delle cause del nostro mancato risorgimento. La seconda era il continuo accenno al socialismo generico, condensato addirittura in uno slogan rivoluzionario: “Socialismo o barbarie”.

Mi sono chiesto in che partito sono. Davvero ci sono socialisti che si ispirano al socialismo rivoluzionario di Rosa Luxemburg o altri che ritengono che quella del socialismo sia una storia unica e compatibile? Lasciatemi un sintetico excursus storico. Il socialismo italiano nasce come patriottico, utopistico (la definizione è di Marx-Engels riferita a Prodhon, Saint Simon, Fourier) e romantico (Prampolini scrisse che quando divenne socialista non aveva letto un rigo di Marx). Il marxismo attecchì molti anni dopo su iniziativa di Antonio Labriola a cui i socialisti non diedero mai retta. Fu prima anche anarchico e bakuniniano, ma dopo la svolta di Andrea Costa divenne prevalentemente riformista anche prima della fondazione del partito che avvenne nel 1892, con le cooperative, le leghe, le case del popolo, i giornali, che si diffondevano soprattuto al nord. Una rete che precedette e anticipò dunque il partito.

Tale rimase fino all’avvento del sindacalismo rivoluzionario, che attecchì partendo dalle suggestioni del filosofo francese Sorel con Arturo Labriola, il dirigente che riuscì a mettere in minoranza Turati dal 1904 al 1906, grazie all’intesa cogli integralisti di Ferri e Morgari. Divenne poi massimalista e rivoluzionario, dopo l’impresa di Libia e la crisi del giolittismo, tanto che al congresso del 1912 il leader del socialismo rivoluzionario Benito Mussolini cacciò i cosiddetti riformisti di destra che fondarono il Psri. Nel primo dopoguerra, mentre larga parte di socialisti rivoluzionari e sindacalisti, capeggiati dal futuro duce, fondarono i primi fasci di combattimento, il Psi divenne sostanzialmente comunista aderendo all’Internazionale di Mosca col congresso del 1919.

Nel 1921 però i comunisti cosiddetti puri lasciarono il PSI perché quelli unitari non avevano espulso i riformisti, cosa che avvenne invece l’anno dopo e Turati, Treves, Matteotti e Prampolini fondarono il Psu. Nel 1930 a Parigi si riunificarono socialisti di Turati e socialisti di Nenni, che aveva messo in minoranza Serrati nel Psi perché quest’ultimo voleva sciogliere il partito e andare nel Pci, cosa che fece lui solo con un gruppo di terzinternazionalisti, mentre Carlo Rosselli scriveva il suo “Socialismo liberale” fondando poi Giustizia e libertà. Esplosero nel secondo dopoguerra i conflitti tra socialisti democratici e socialisti filo comunisti, che sfociarono nella formazione dei due partiti nel gennaio del 1947 (Psli, nel 1952 divenuto Psdi, e Psi). Poi la storia che abbiamo in parte vissuto e che non vale la pena ricordare.

Noi chi siamo? Gli interpreti di quale socialismo? Siamo ancora qui per cosa? Dal congresso di Palermo il Psi ha scelto con chiarezza il riformismo e dagli anni ottanta il liberal socialismo. Turati e Rosselli, il Nenni autonomista, Craxi e il Martelli di Rimini sono i nostri punti di riferimento. Certo il nostro socialismo riformista e liberale ha bisogno di essere aggiornato, modernizzato, adeguato ai tempi. Ma questo processo non può farci deragliare e finire ancora più indietro. Verso approdi che noi abbiamo contestato da giovani e figurarsi se possiamo accettare da anziani. Il landinismo verso il quale inevitabilmente approderà chi si vuole decisamente distaccare dal PD, che a me non piace, ma che preferisco, cos’altro è se non una nuova forma di massimalismo verbale e di neo conservatorismo?

No. Noi non siamo gli interpreti di tutta la storia socialista. Che peraltro è all’origine di conflitti aspri combattuti da parti apposte della barricata. Noi siano interpreti dell’unica forma di socialismo ancora attuale e non sconfitta dalla storia, quella riformista e liberale. Lo vorrei ricordare con questo lungo articolo a chi o non se lo ricorda o fa finta di esserselo dimenticato o non ha capito bene.

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Commenti all'articolo
  1. Caro Mauro, tu scrivi ” Dal congresso di Palermo il Psi ha scelto con chiarezza il riformismo e dagli anni ottanta il liberal socialismo. Turati e Rosselli, il Nenni autonomista, Craxi e il Martelli di Rimini sono i nostri punti di riferimento.” Diciamola tutta….. prima di quel congresso cosa eravamo, pericolosi rivoluzionari senza una chiara idea del riformismo socialista? Durante il primo centro-sinistra abbiamo portato al governo un’idea tanto confusa di socialismo e oscillante tra modernizzazione del sistema e fuoriuscita dal capitalismo? Non mi pare. Le idee di Lombardi, Mancini, De Martino e Nenni ( fatta eccezione per il PSIUP, ultima vera forma di massimalismo socialista) erano così inconciliabili e non piuttosto posizioni riconducibili tutte nel grande alveo del socialismo riformista ? Se quei socialisti non seppero fare sintesi tra diverse sensibilità, come spesso avvenne, non è piuttosto riconducibile a limiti personali e al fossilizzarsi delle correnti come centri di potere anzichè alla mancanza di una unica visione liberal-socialista che sarebbe maturata solo dopo il 1981 avendo espunto tutti i rami secchi della vecchia ideologia socialista? Per intenderci – se non vogliamo fare la fine dei “SOCIALISTI CHE SI ACCONTENTANO come un tempo venivano chiamati quei socialisti sempre più tiepidi che alla fine si scoprivano liberali e neanche troppo agguerriti ( Bonomi ? ) o di quei partiti rinsecchiti in quattro notabili alla ricerca del posto comunque e sorretti dalla certezza inossabile di possedere il vero socialismo ( il PSDI ? ) – dobbiamo aprirci e subito al pluralismo delle idee che si richiamano al socialismo, dentro e fuori al nostro piccolo PSI e ai movimenti sociali che attraversano il nostro tempo,…. non quello degli anni ’80 del secolo scorso! Certo, con le nostre idee, sedimentate in oltre 120 di esperienze socialiste, consapevoli di ciò che è superato e di ciò che non lo è. Il socialismo, con aggettivi o senza, se non ” VA TRA LA GENTE “come ci ha insegnato Andrea Costa, non esiste proprio. Seconda questione, ti stupisci che nella comunità socialista riemergano suggestioni, linee di pensiero, utopie astratte che dopo le esperienze del craxismo, si davano per superate definitivamente. Ma a parte che il socialismo italiano è finito come sappiamo anche per responsabilità degli autori di quel rinnovamento, a parte che queste posizioni eterodosse riemergono com’è naturale spesso tra giovani compagni che per motivi se non altro anagrafici hanno avuto la fortuna di non vivere quegli anni terribili, a parte che il socialismo italiano offre tali e tante idee e spunti di riflessione che francamente mi sorprenderei se ciò non avvenisse, io lo vedrei piuttosto che un limite o un problema, come una magnifica opportunità per avvicinare i giovani e non alle sensibilità del socialismo. E se qualcuno andando nella piazza convocata da Landini scopre quelle sensibilità che problema c’è ? Perchè forse lì non c’erano lavoratori, studenti, disoccupati, pensionati a cui i socialisti non avevano qualcosa da dire? Per ciò mi stupisce il tuo stupore. Un caro Saluto e buona Pasqua e avanti cosi con l’Avanti

    • Condivido pienamente il tuo commento. Fare i “paggetti” di renzi non è nessun socialismo, è occupare qualche “posto” secondo la tradizione del psdi quando Saragat da Presidente della Repubblica lasciò il partito.

  2. Magari l’attuale Psi si prefiggesse di rappresentare la storia di una parte del socialismo italiano. Magari, sarebbe già una notizia rivoluzionaria. Mi precipiterei imediatamente a rifare la tessera. Resta da capire allora come si fanno le Epinay oppure come possano coesistere le anime diverse (ad es.) dei nostri compagni laburisti britannici o irlandesi e di molte altre parti del mondo.
    Non tutti i socialisti italiani, residuali dalle varie sigle socialiste hanno lo spirito esclusivo degli attuali, che data l’altissima esclusività del loro Club, delegano ad un partito che non ha (dichiaratamente) alcuna origine socialista, la rappresentanza principale nell’Internazionale e nel PSE, oltre che la guida del governo a parole (e molti pasticci) riformista.

  3. Mi dispiace ma non è una galoppante cronologia socialista ad indicarci, oggi, la strada da percorrere, bensì una seria riflessione sul fondamento del socialismo, commisurata alle istanze ed all’assetto dell’epoca attuale.
    Certo non può essere recuperato il socialismo deterministico e pseudoscientifico del marxismo-leninismo, sconfitto dalla storia, tuttavia l’altro socialismo, quello fondato eticamente, non solo resta in piedi ma viene prepotentemente reclamato in rapporto alla deriva individualistica dell’attuale società.
    Sulla base di ciò, scartando modelli storicamente bruciati, parlare di “avanti ed indietro”, senza definire il contesto in cui si opera, è da ABBECEDARIO illuministico.
    Allo stesso modo, parlare di riformismo e di liberalsocialismo, senza fare i conti con l’esigenza contemporanea di elaborare nuovi modelli di sviluppo, è da ABBECEDARIO storico-politico.

  4. Ah..ecco, dunque dopo cotanta storia, siamo arrivati alla conclusione che Landini che lotta per i diritti dei lavoratori è un conservatore, mentre Renzi che rende endemica la precarizzazione conserva le prebende della casta e fa stramazzare i pensionati, magari è un valido interprete del socialismo riformista debitamente aggiornato. Di aggiornamento in aggiornamento, arriveremo a pensare che in fondo, la parola socialista è meglio evitarla, per di più ce lo ha ripetuto anche Mauro del Bue: “La verità è che le più grandi barbarie sono state compiute in nome del socialismo, dal nazismo al comunismo”
    Peccato che Turati nel discorso del 1921 che a lui piace tanto dicesse: “Organicamente la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo.” E questo già rende impossibile che in nome del socialismo si possano compiere barbarie e violenze. Invece se ne compiono tuttora in nome del capitalismo, così come ne hanno commesse i difensori del capitale fascisti e nazisti e i fautori del capitalismo di stato prima sovietici e poi cinesi. Il socialismo è tuttora contrastare la violenza barbara del capitalismo. Non è blandirla, oppure far credere che possa essere sopportata, deviata altrove, oppure che sia una sorta di inamovibile orizzonte metafisico. Aggiornare il socialismo oggi vuol dire contrastare l’annientamento non solo dell’umanità, ma anche della biodiversità, con un serio progetto ecosocialista che lotti contro la barbarie che riduce esseri umani e natura a merce per fine di profitto. Come diceva il socialista Carlo Rusconi che venne molto prima di Turati: “cieco chi non lo vede”.

  5. Caro Fiorenzo, il PSI neppure con Nenni aveva il coraggio di definirsi chiaramente riformista tanto che svolgemmo un congresso, quello di Palermo del 1981, per acquisire definivamente quella identità. Alessandro, che vuoi che ti dica. Io la penso così. Poi…

  6. Caro Mauro fai bene a ripercorrere velocemente la storia. In effetti ogni interpretazione del socialismo, purche non violenta deve essere lecita ai nostri occhi.
    Importante poi è il dialogo, perché non mi pare che la SFIO o la Repubblica di Weimar abbiano consolidato il socialismo che conosciamo.
    Il primo che dovrebbe ricercare il dialogo dovrebbe essere, in questo partito INCONSISTENTE, il segretario, che invece pensa a consolidare -secondo me s’intende – la sua posizione personale (magari poi finirà come Boselli), creando steccati come se fossi un partito del 15%, che potremmo esserlo solo che comprendessimo le speranze di quanti (li vediamo sui social) hanno ancora a mente la nostra storia Gloriosa (dall’agosto di Genova 1892 al 19 gennaio 2000).
    Come diceva uno slogan vincente del Sindacato: UNITI SI VINCE; le botte potremmo sempre darcele da vincitori, non da polli o capponi di Renzo Tramaglino!
    Facile a dirsi, lo so……

  7. E’ vero, caro Mauro, oggi dirsi socialista vuol dire essere riformista come ci ha insegnato Turati. le altre storie del socialismo non hanno nessuna possibilità’ di affermarsi perché’ sconfitte più’ volte dalla storia.

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