martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Intervento Pia Locatelli dichiarazione di voto sul divorzio breve
Pubblicato il 22-04-2015


Finalmente ci siamo. Da molti anni, siamo alla terza legislatura, la legge sulla riduzione dei tempi per il divorzio vaga senza esito in Parlamento; ora sembra che sia la volta buona. Oggi, dopo le modifiche apportate dal Senato, sulle quali i socialisti hanno sollevato critiche, andiamo a modificare una legge di 45 anni fa, promossa dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini e approvata nel dicembre del 1970. Una legge sofferta, osteggiata a lungo dall’allora DC, ma non dall’elettorato cattolico che, infatti, bocciò il referendum abrogativo del ’74, dimostrando che il Paese reale è spesso diverso, più avanti di quanto la politica immagini.

La legge in vigore – quasi identica a quella di allora se non per i tempi di attesa tra separazione e divorzio, inizialmente cinque anni poi ridotti a tre – prevede due fasi prima di arrivare allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Nella prima, quella della separazione, la coppia deve rivolgersi al Tribunale, trascorsi tre anni dalla sentenza di separazione deve essere promosso un secondo giudizio, per il divorzio. Solo quando la sentenza di divorzio è passata in giudicato, e a volte avviene dopo molti anni, il matrimonio è sciolto.

Questa complessa procedura comporta due giudizi, due sentenze, due difensori più due da pagare, due per ciascun coniuge, e, per i casi in cui la separazione sia consensuale, una media di almeno cinque anni di attesa. Considerato che in genere difficilmente si registra il consenso da parte di ambedue gli ex coniugi, per la sentenza occorrono a volte anche dieci, dodici anni. Obiettivamente la legge in vigore appare “disconnessa”, lontana dalle esigenze delle coppie che decidono di non continuare un percorso di vita insieme e vogliono garantirsi la possibilità di costruire nuovi percorsi affettivi.

Il Parlamento non può che prenderne atto e trovare nuove soluzioni sul piano legislativo. Il doppio percorso e i tempi lunghi,  voluti nel 1970 dal legislatore come deterrente allo scioglimento del vincolo, oggi appaiono un anacronistico ostacolo alla formalizzazione delle scelte di vita che nel frattempo sono maturate. Per questo i socialisti al Senato si sono opposti con fermezza allo stralcio dell’emendamento che avrebbe consentito, in assenza di figli e figlie minori o “non indipendenti”, la dissoluzione rapida del matrimonio.

Si è voluto invece, come spesso accade nel nostro Paese, ascoltare chi si oppone ai cambiamenti, a partire dalla Chiesa, ci si è appellati alla dissoluzione delle famiglie, dimostrando di essere ancora una volta distanti dalla vita reale del Paese. Si è ascoltato il Presidente della CEI, cardinale Angelo Bagnasco, che ha definito “utile” e “necessario” questo doppio iter procedurale, sostenendo che serve a far decantare “l’emotività e le situazioni di conflitto”. Io non sono una anticlericale, sono una laica attenta ai fatti per quello che sono e voglio dire al cardinale che la sua è una affermazione “ideologica”,  smentita dai numeri, visto che solo il 2% delle coppie che si separa poi si riconcilia e torna a vivere insieme. Chi si rivolge al tribunale ha già maturato una scelta con convinzione, quindi non possiamo che prenderne atto.

Gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) relativi al 2011 ci dicono che, a fronte di 88.191 separazioni, i divorzi assommano a 54.160. Numeri in costante crescita che contribuiscono ad appesantire i tempi della giustizia proprio in ragione di iter procedurali troppo lunghi. La cancellazione del passaggio della “separazione” aveva, avrebbe, ha anche l’obiettivo di snellire le procedure burocratiche, ridurre l’ingolfamento degli uffici giudiziari, incentivare le separazioni consensuali come da noi socialisti proposto nel primo passaggio alla Camera e ridurre i litigi in tribunale garantendo anche il benessere di figli e figlie.

Si proponeva nel nostro Paese quello che è già una realtà in altri Paesi europei ed extraeuropei. Evidenziata questa criticità, il gruppo socialista non può che valutare favorevolmente il provvedimento, in particolare la riduzione dei tempi di attesa da 12 a 6 mesi in caso di separazione consensuale, come proposto da noi socialisti, anche se il Senato, che fa decorrere i termini dalla comparsa di fronte al giudice e non più dalla notifica della domanda di separazione, come era nel testo uscito dalla Camera, ne ha prolungato l’iter.

Certo si poteva fare di più e di meglio. Ma come ho detto altre volte il meglio spesso è nemico del bene. Pertanto il gruppo socialista ha rinunciato a presentare emendamenti per evitare un ulteriore passaggio in Senato che avrebbe allungato ancora i tempi, e voterà questo provvedimento, augurandosi che faccia da apripista per le altre leggi sui diritti civili, dalla legge sulle coppie di fatto, omo e etero, a quella per il fine vita, sulle quali siamo ancora in spaventoso ritardo.

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