martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Karl Marx aveva ragione
Pubblicato il 16-04-2015


C’è in giro una grande riscoperta di Karl Marx. E, attenzione, non del Marx economista; ma piuttosto del politico e, ebbene sì, del profeta. E proprio al profeta vogliamo richiamarci qui. A quello che disse che la lotta di classe si sarebbe intensificata nel corso del processo di sviluppo, sino a entrare nella sua fase decisiva proprio nelle aree più avanzate del mondo. Il Nostro aggiunse che, al dunque, avrebbe vinto il proletariato; mentre, almeno oggi, tutto lascia pensare il contrario. Ma basta questo ad inficiare la correttezza della sua analisi ?

Chi vuole relegare l’autore del “Manifesto del Partito Comunista” in soffitta ha bisogno di falsificare preventivamente il suo pensiero. E, sul nostro tema specifico, su due diversi terreni. Perché la lotta di classe non è stata un’idea-forza inventata da Marx ad uso e consumo di uno dei due contendenti, ma piuttosto un codice interpretativo di un processo storico in cui i contendenti sono due. E perché luogo della contesa tra capitale e lavoro non è solo la fabbrica, ma l’intera società.

Questo per dire che la riscoperta di Marx non è una passeggera moda intellettuale. Ma ha piuttosto a che fare con quello che sta avvenendo, oggi, nel mondo. E, per dirla tutta, nel mondo del futuro, nel mondo del capitalismo più avanzato, negli Stati Uniti d’America. Lì stanno avvenendo cose assai sgradevoli e, sempre per noi socialdemocratici europei, addirittura inconcepibili. C’è una destra “di lotta e di governo”, che si propone: di ridurre drasticamente i poteri e le competenze dello stato federale; di rimodellare il sistema fiscale a vantaggio dei più ricchi; di tagliare le spese sanitarie e sociali, privatizzando i relativi sistemi; di ridurre i vincoli e le regole a difese del consumatore e dell’ambiente; di affermare il diritto alla più indiscriminata violenza privata come argine al crimine; di schierare interi corpi d’armata per combattere l’immigrazione clandestina e, nel contempo, di espellere in massa gli immigrati illegali; e, infine, di praticare una politica estera machista a difesa dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti in generale e dei buoni contro i cattivi in particolare.

Non stiamo parlando di impazzimenti momentanei. Perché il morbo ha completamente invaso, e da anni, l’intero partito repubblicano. Non stiamo parlando dell’azione di lobbis borderline. Perché, in prima fila nell’attacco, ci sono i grandi interessi economici e finanziari. Non stiamo parlando del “bipolarismo civile”su cui si farnetica da anni nel nostro paese. Perché, quando si invita, a Camere riunite e si applaude freneticamente un capo di governo straniero venuto per insultare il Presidente del proprio paese siamo, e peso le parole, ai limiti del vero e proprio tradimento. Non stiamo descrivendo una reazione ad una reale minaccia. Perché il Grande progetto lasciato in eredità da Obama alla Clinton (lotta alle disuguaglianze e a favore della generalità dei cittadini; programmi di inclusione in campo sanitario e dell’immigrazione; rilancio del ruolo dello stato federale; politica di dialogo a livello internazionale) è ancora tutto da realizzare.

Detto in altro modo, il disegno di Obama è la risposta ad una sfida. E, come tale, ne definisce la natura e, insieme, quella della posta in gioco. E qui possiamo tornare al nostro Marx. Eccolo lo scontro decisivo; e nel paese che si identifica con il futuro del mondo. E con la piccola variazione rispetto alle previsioni che a condurlo non è il lavoro bensì il capitale. E che l’avversario non è il socialismo bensì la democrazia. Insomma il diritto/dovere della politica e dello stato di regolare la vita della società secondo le indicazioni espresse dai cittadini e nell’interesse della collettività.

La democrazia, attenzione, non la libertà. Perché il capitalismo globalizzato esalta le libertà. Insomma la possibilità, in linea di principio illimitata, per ogni individuo di fare ciò che vuole con il suo denaro e con la sua vita. Ed è proprio questa base valoriale a costituire la sua forza e la sua base di massa. Se l’argomento in discussione fosse il dovere, per questa o quella multinazionale, di pagare le tasse, non ci sarebbe partita. Se, invece, ad essere in campo, c’è il rapporto tra l’individuo/gruppo e lo stato che “opprime  senza difendere” allora la bilancia tende a pendere sempre più dalla parte dei primi.

E qui sta il valore universale della risposta di Obama: nel senso di restituire alla politica e quindi alla democrazia, il loro valore progettuale. In un disegno che, guarda caso, e proprio in un paese che ha sempre ritenuto come “altro da sé” il socialismo, ripropone, in ogni aspetto, i valori e i principi della socialdemocrazia reale: quella costruita, in decenni di lotte, nel nostro continente.

Dall’America viene dunque un forte messaggio. E sulla natura dell’attacco e sui modi per contrastarlo. Ma è un messaggio che ci trova la sinistra europea e italiana, alquanto distratta. Perché  sottovalutiamo il pericolo? Perché sottovalutiamo quello che abbiamo conquistato? Perché non abbiamo ancora gli strumenti per reagire? O, magari (forse l’ipotesi più probabile) perché abbiamo perso la capacità di  pensare collettivamente?

Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. L’articolo si presta a diverse considerazioni.
    Mi limiterò ad osservare che Marx aveva studiato nel profondo il capitalismo del suo tempo (essenzialmente: Germania, Inghilterra e Francia) ed aveva rivelato le tendenze di fondo della sua natura antiumana, che doveva essere rovesciata con la lotta di classe.
    Finito il “socialismo reale” (anche Cuba capitola alle ragioni del capitale) si è pienamente dispiegato il “capitalismo finanziario” (Hilferding lo studiò ai suoi esordi) che non solo non considera ila classe subalterna, ma che non ne ha neppure bisogno per la produzione di ricchezza e che la utilizza, pwer quanto essa possa, come elemento dei consumo, per quel reddito di cui dispone al di sopra della sussistenza.
    Quando si considera la concentrazione della ricchezza e talvolta ci si scandalizza per il ristrettissimo numero di persone che sono detentori della stragrande maggioranza delle ricchezze, non si fa altro che evidenziare l’avveramento di una delle leggi tendenziali del capitalismo rivelate da Marx.
    Pur distinguendo tra Obama ed i repubblicani americani, bisogna prendere atto che il complesso economico-militare statunitense non ha dubbi sulle sorti del capitalismo trionfante nel mondo: il rincrudirsi di posizioni più reazionarie deriva certamente dal progressivo venir meno delle’egemonia statunitense nel mondo.
    Riguardo al sistema della democrazia americana non v’è dubbio che ormai si assiste ad una sorta di “guerra delle due rose” tra dinastie di capitalisti che si avvicendano alla guida degli USA.

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