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Opinioni e commenti
 

La dichiarazione di voto di Enrico Buemi per il ddl anticorruzione
Pubblicato il 01-04-2015


La dichiarazione di voto di Enrico Buemi per il ddl anticorruzione al Senato del 1 aprile 2015

“Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, il Gruppo delle Autonomie Partito socialista italiano e MAIE annuncia il suo voto favorevole a questo provvedimento, non rinunciando però ad esprimere qualche valutazione rispetto alle problematiche che abbiamo affrontato, verso le quali pensiamo si debba agire anche con altri strumenti e non soltanto con la repressione penale. Mi riferisco, in primo luogo, all’avvio e all’attuazione di controlli preventivi efficaci e mirati rispetto ai luoghi ed alle aree dove l’attività illegale si manifesta con maggiori dimensione e preoccupazione.

Il controllo preventivo consente di intervenire prima che il danno sia arrecato e che sia stato portato all’estremo compimento, nei confronti della pubblica amministrazione e, più in generale, della cittadinanza tutta, che attraverso il fenomeno corruttivo vede limitare la capacità del Governo di realizzare opere, di cambiare profondamente e modernizzare il nostro Paese.

Quindi occorrono controlli preventivi avendo anche il coraggio di andare a rivedere l’esperienza del passato, non tutta da cancellare: mi riferisco, in particolare, alle attività che i segretari comunali hanno svolto nel passato; i comitati regionali di controllo, seppure con i loro limiti, esercitavano comunque un’azione preventiva che, essendo venuto meno, ha provocato una deriva, una slavina di comportamenti illegali.

Purtroppo il controllo oggi è affidato soltanto alla magistratura penale e sappiamo che quando la magistratura penale si muove vuol dire che il danno, purtroppo, è stato arrecato.

Vorrei richiamare l’attenzione anche su una serie di questioni che abbiamo posto come Gruppo e che non hanno trovato risposta positiva da parte del Governo e del relatore. In particolare, e mi fa piacere che il senatore Monti ne abbia parlato, sottolineo il ruolo di una collaborazione civica che nelle pubbliche amministrazioni si deve anche estrinsecare attraverso la denuncia che il pubblico funzionario, di fronte a comportamenti illeciti, nella sua responsabilità civica e non soltanto di pubblico ufficiale, compie segnalando all’autorità competente il fatto. Da questo punto di vista, credo che sarebbe stato utile prevedere forme di riservatezza e di tutela onde non metterlo in una condizione di disagio all’interno del proprio ambiente di lavoro.

È necessario quindi sviluppare con maggiore attenzione una garanzia nei confronti delle indagini. Ho presentato un emendamento che si legava alla riservatezza dell’informatore e tendeva a sanzionare con maggiore severità il comportamento di elementi che concorrono all’attività giudiziaria nelle varie fasi e diventano uno strumento di comunicazione verso l’esterno, anche con la finalità di creare un giudizio negativo nei confronti di cittadini che, invece, non hanno nessuna responsabilità giudiziaria e che, pertanto, dovrebbero rimanere estranei all’azione della magistratura.

È un limite, a mio avviso, il fatto di avere accettato la corruzione in atti giudiziari, ma non avere accettato in maniera altrettanto necessaria la concussione in atti giudiziari. Fa un po’ specie il fatto che, di queste due fattispecie di reato, uno abbia un riconoscimento anche nel comportamento illecito del magistrato e l’altra no, come se l’atteggiamento concussorio di un operatore della giustizia non possa accadere: una sorta di presunzione di infallibilità rispetto a un comportamento che, invece, e purtroppo, come rileviamo dalle cronache, si registra.

Si tratta di questioni che ci fanno esprimere un giudizio positivo ma non entusiastico di questo provvedimento, perché l’aumento delle pene non è garanzia di efficacia dell’azione di contrasto. Noi abbiamo bisogno di certezza delle pene, di rapidità delle sentenze e dei processi, affinché diano la consapevolezza immediata che chi commette un comportamento illecito possa arrivare rapidamente a una verifica della sua liceità o meno, e in modo che se c’è stato un comportamento illegale arrivi subito la sentenza di condanna.

Esprimo – lo dico al Ministro – un’ulteriore perplessità. Seppure era necessario rimettere mano al falso in bilancio, e bene hanno fatto il Governo e il relatore ad introdurre il nuovamente il reato non soltanto per quanto riguarda le società quotate, sarebbe stata forse utile una differenziazione tra le piccole imprese e quelle medio-grandi. Non c’è soltanto una questione di principio (credo che debba valere per tutti, grandi e piccoli), ma c’è una questione di quantità che diventa elemento sostanziale, perché il danno arrecato da un piccolo imprenditore alla comunità è molto limitato, almeno in termini generali, mentre invece le grandi aziende, per la maggiore parte non quotate, quando agiscono in maniera illegale producono danni enormi alla collettività, alla trasparenza e alla concorrenza della nostra economia. Quindi un diverso scadenzamento di questa problematica sarebbe stata più utile.

In ultimo, signor Presidente, signor Ministro, probabilmente sarebbe opportuno richiamare, in sede di valutazione del falso in bilancio e degli atti connessi, criteri espliciti di valutazione, onde non lasciare non tanto al magistrato quanto al perito che stila l’elemento tecnico l’arbitrarietà che noi sappiamo esserci all’interno di queste problematiche di bilancio. Francamente, ciò avrebbe dato maggior certezza di comportamenti ai cittadini e anche all’autorità chiamata a decidere.

Concludendo, signor Presidente, signor Ministro, io credo che noi oggi stiamo realizzando un passo in avanti. Io sono un riformista e sono convinto che vale la pena percorrere un passo dopo l’altro, avendo però sullo sfondo un principio di carattere generale che è stato messo a dura prova dal nostro ordinamento; aumentare le pene, aumentare la prescrizione derivante, aumentare la prescrizione sic et simpliciter non è una buona risposta alle problematiche giudiziarie del nostro Paese. Dovremmo potenziare gli apparati, arrivare rapidamente alle sentenze, arrivare a sentenze certe e non biunivoche a seconda del perito o del collegio giudicante, pur restando fermo il principio costituzionale della libera discrezione del magistrato in funzione della valutazione dei fatti e delle norme collegate”.

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