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Opinioni e commenti
 

Liberazione, i giornalisti Rai hanno bisogno di studiare
Pubblicato il 28-04-2015


25 aprile-RaiNon poche sono state le lettere di protesta che abbiamo ricevuto immediatamente dopo la celebrazione del 70.mo della Liberazione, per la bassa qualità dell’informazione della televisione pubblica. È successo che nel dare conto delle celebrazioni, qualche giornalista abbia semplicemente ‘dimenticato’ che a cacciare fascisti e nazisti sono stati anche i socialisti e non solo comunisti e democristiani. Un ‘buco’ forse voluto per simpatie politiche o piaggeria, oppure semplicemente frutto di sciatteria, ma comunque tale da indurre i telespettatori più giovani e meno acculturati a desumere che la Repubblica di questo Paese è stata fondata dai soli partiti PCI e DC.

Il PSI ha raccolto queste voci di protesta e il senatore Enrico Buemi, membro della Commissione di vigilanza parlamentare sulla Rai, ha scritto una lettera alla Presidente della Rai Anna Maria Tarantola, al Direttore generale Luigi Gubitosi, al Direttore del Tg1 Mario Orfeo e al Presidente della Commissione stessa, Roberto Fico. Ecco cosa scrive Buemi:

“Caro Presidente,
il patrimonio culturale del Paese riposa anche in una corretta rappresentazione della sua storia, ad opera dei mass media che svolgono un servizio pubblico. Eppure, molteplici sono gli elementi che mi inducono a sospettare che una certa sciatteria giornalistica, cumulata con la perdita di seri riferimenti storiografici nella formazione e selezione del personale a contatto con l’offerta mediatica odierna, stia diffondendosi nelle aziende radiotelevisive italiane.

Non è mio desiderio ingerirmi nella programmazione e nella scelta delle priorità di ciascuna rete “generalista”, anche perché – stante l’attuale signoraggio che i partiti esercitano sulla RAI, cui nella mia veste di Relatore cerco invano di oppormi – è comprensibile che la minore forza politica della mia parte si riverberi su una minore attenzione a viale Mazzini per le storiche battaglie socialiste. Meno comprensibile – perché attiene al debito che ognuno di noi ha con la Storia (con la maiuscola) – che alcune di queste battaglie vengano ignorate, persino quando attengono all’omaggio postumo: ma anche qui, la logica dei numeri è feroce, e – se il disegno di legge Atto Senato n. 1349 (sul novantesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti) ancora non risulta approvato nel novantunesimo anno dal delitto – mi si potrebbe rispondere crudemente che il fatto è da imputare alla commissione parlamentare che non lo ha ancora licenziato, e solo dopo al giornalista che non ne parla.

Ma la cronaca del 25 aprile scorso – fatta da una giornalista RAI nel teatro milanese creato da Paolo Grassi (un socialista che nel numero dell’Avanti! uscito il 26 aprile pubblicava un fondo intitolato “teatro popolare”) – supera tutti questi punti, e si affaccia sull’abisso del vero e proprio analfabetismo storiografico. Quando dinanzi alla platea televisiva viene riassunto e commentato il significato della manifestazione – dicendo che è stato ricordato il contributo dei comunisti, dei cattolici, ecc. alla lotta di liberazione – in quell'”eccetera” c’è ben altro che signoraggio partitocratico. Non c’è “velina” di provenienza governativa che possa mai pretendere che la Liberazione di Milano non abbia avuto il 26 aprile sindaco, prefetto e vice prefetto socialisti (Greppi, Lombardi e Vittorio Craxi); non c’è forma di piaggeria verso il Capo dello Stato che possa mai spingersi a “preferire” il suo retroterra ideale e culturale a quello degli altri grandi partiti del CLNAI.

No, qui si tratta soltanto di nuda, crassa ignoranza, alimentata da una progressiva perdita della memoria storica della quale tutto il Paese porta la responsabilità, ma a cui le sue strutture formative devono portare rimedio: non farlo, significa perpetuare ed aggravare le condizioni di minorità in cui versa un popolo ignaro del suo passato, e che si rivolge invano al servizio pubblico per apprendere la sua storia e, con essa, i suoi valori.

Un rischio del genere va sventato apprestando, per tutto il personale della RAI investito di funzioni giornalistiche, di un corso di formazione e informazione storiografica, che colmi le evidenti lacune in cui versa. Per evitare un aggravio di spesa, stante la vicinanza geografica a Saxa Rubra, propongo, come sede, la Scuola Superiore del Ministero dell’Interno, sita in Via Veientana, 386, Roma, nella sala intitolata a “Riccardo Lombardi, prefetto di Milano”.

Con i migliori saluti,
Sen. Enrico Buemi

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Commenti all'articolo
  1. Bravissimo caro Enrico.
    Siamo sicuri che ci fari conoscere sull’Avanti le risposte da parte dei responsabili a cui hai indirizzato la protesta dei socialisti. Sarebbe una buona chiusura del Cerchio se come atto politico ne faresti oggetto di un’interpellanza parlamentare.
    Grazie con fraterni saluti
    je suis socialiste

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