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Opinioni e commenti
 

Lobbismo. Utile alle
aziende, ma anche al Paese
Pubblicato il 29-04-2015


lobbismoFabio Bistoncini  è un lobbista. Ha iniziato a lavorare nel settore del Public Affairs e Lobbying in SCR Associati, società leader in Italia nel settore delle relazioni pubbliche. In seguito diventa responsabile delle Relazioni Istituzionali per tutti i clienti delle agenzie del gruppo Shandwick in Italia. Nel 1996 ha fondato la “FB&Associati”, una delle più importanti società di advocacy e lobbying, di cui attualmente è amministratore delegato. Autore di numerosi articoli e saggi sull’attività di lobbying, ha scritto un libro, “Venti anni da ‘sporco lobbista’, pubblicato da Guerini Associati nel settembre 2011.

Docente in Master e Corsi di Formazione, ha collaborato con il Dipartimento di Economia aziendale dell’Università degli Studi di Pisa e con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano. È stato docente a contratto di Teorie e Tecniche delle Relazioni Pubbliche delle Organizzazioni Internazionali presso l’Università di Gorizia. Dal 2003 al 2007 è stato Vice Presidente della Federazione delle Relazioni Pubbliche Italiana (FERPI).

Si parla spesso di “lobby” che esercitano influenze sul potere politico. Chi è un lobbista e che cosa fa?

Il lobbista è un tecnico che ha il compito di rappresentare gli interessi di una parte a un decisore pubblico. Questo avviene a tutti i livelli; a livello comunitario, l’Unione Europea è stata una delle prime strutture a dotarsi, sia pur parzialmente, di una normativa che riconosce l’attività dei gruppi di interesse a Bruxelles. La rappresentanza degli interessi avviene anche a livello nazionale, nel Parlamento, nel governo e presso le autorità indipendenti. Inoltre, sempre più negli ultimi anni l’attività di lobbying si è sviluppata anche a livello regionale e comunale.

Quindi laddove c’è un centro decisionale, o una pluralità di centri decisionali, ci sono degli interessi organizzati che cercano di far valere il proprio punto di vista nei confronti del decisore.  Il lobbista non è altro che un soggetto, dotato di alcune capacità, in grado di rappresentare, nel miglior modo possibile, gli interessi al decisore perché questi, nell’ambito della propria autonomia, possa prenderli in considerazione.

Può raccontarci come ha iniziato a fare il lobbista?

Io sono quasi inciampato nella professione: nel 1991 ebbi modo di iniziare a lavorare, per mezza giornata, nella sede di Roma delle SCR Associati, una delle più importanti società di relazioni pubbliche, per leggere i bollettini parlamentari: il cosiddetto “monitoraggio legislativo”. Tale società infatti aveva molti clienti che desideravano di essere informati, per poi intervenire, su ciò che accadeva in Parlamento. Da lì poi mi sono appassionato e nel 1996 ho fondato la mia società di cui tuttora sono amministratore delegato.

Come si è evoluta negli anni questa professione?

I cambiamenti sono stati tanti nel corso di questi ultimi decenni. Oggi siamo in un mondo completamente diverso rispetto da quello degli inizi degli anni ‘90. Ci sono stati innanzitutto cambiamenti politici: il passaggio dalla cosiddetta “prima Repubblica” a questo ibrido che non è ancora una “seconda Repubblica”. Questa fase di transizione ha determinato un cambiamento di attori a livello politico-istituzionale. Poi c’è stato l’avvento dell’Europa: ormai la decisione non è più appannaggio di un unico decisore che sta a Roma, ma è sempre più frutto di una serie di passaggi politici istituzionali che vanno da Bruxelles alle varie capitali, per poi arrivare magari all’applicazione nelle singoli regioni. Quando si parla di multilevel governance ci si riferisce proprio a questo: più decisori, a più livelli, che concorrono nella decisione. Si è verificato anche un altro grande cambiamento, cioè l’attività di lobby si è istituzionalizzata non soltanto nelle aziende, ma anche in altri interessi organizzati. Basti pensare alle associazioni tutela dei consumatori, alle associazioni ambientaliste, che svolgono attività lobby e hanno personale che si occupa di questo tipo di attività. Quindi è aumentata anche la competizione tra gruppi di interesse nello svolgere questo tipo di lavoro.

Oggi molte decisioni, in ambito politico e regolamentare, vengono assunte a livello comunitario. Il processo di integrazione europea, con l’introduzione di un sistema di fonti legislative sovranazionali, ha reso più difficile il vostro lavoro?

Non direi più difficile, ma diverso. Negli USA, ad esempio, ci sono rappresentanze dei grandi gruppi di interesse a Washington, a livello centrale, per le politiche federali, ma l’attività di lobbying viene svolta anche a livello locale, nei singoli Stati membri e presso le assemblee o gli uffici del Governatore. La presenza dell’Europa e delle regioni ha reso sicuramente più complesso, non più difficile, il nostro lavoro. Questo perché occorre tener conto di più decisori e quindi di più visioni su ogni determinato problema.

Quanti sono in Italia i lobbisti o gli studi professionali che si occupano di lobbying?

Innanzitutto vediamo chi se ne occupa. Questo tipo di attività viene svolta dai manager che stanno all’interno di organizzazioni e strutture organizzate, che possono essere aziende oppure associazioni e ong. Poi c’è il settore consulenziale, dove ci sono pochissime società come la nostra, che sono specializzate nell’attività di lobbying e public affairs. Ci sono gli studi legali che, anche se non lo dicono, svolgono attività di lobbying. Poi una miriade non quantificabile di singoli professionisti che svolgono questa attività.

Fabio Bistoncini

Fabio Bistoncini

Possiamo aggiungere anche un altro settore, sempre nell’ambito consulenziale, rappresentato dalle agenzie di relazioni pubbliche e comunicazione, al cui interno spesso troviamo figure professionali dedicate all’attività di lobbying.

Come si presenta il lobbista quando deve incontrare un esponente politico (decisore pubblico)?

Si presenta come lobbista, ai rappresentanti degli interessi che hanno la competenza sul tema. Chiediamo un appuntamento per spiegare il tema e per proporre le soluzioni del gruppo di interesse. In Italia c’è un atteggiamento un po’ ipocrita: tutti sanno che cosa è l’attività di lobbying e spesso però non la riconoscono ufficialmente, cioè c’è un riconoscimento di fatto, ma non di diritto.

Per risolvere quali tipologie di problemi, di solito, una grande società ha bisogno di rivolgersi ad un lobbista, cioè ad un soggetto esterno all’organizzazione aziendale?

Le problematiche possono essere le più varie. A volte si ha solo bisogno di una second opinion da parte di un consulente esterno, perché questo è in grado di fornire soluzioni, informazioni, aggiuntive rispetto alle competenze interne. In altri casi le società hanno progetti particolari per la cui attuazione si ritiene strategicamente importante e conveniente unirsi, con un rapporto consulenziale, ad un’altra società piuttosto che gestirli tutti in house.

Compito del lobbista è verificare innanzitutto la fattibilità di ciò che richiede il cliente. Poi occorre sviluppare un piano che preveda degli obiettivi chiari e condivisi con il cliente, e quindi una conseguente strategia di azione. Operiamo in quasi tutti i settori: information technology, alimentazione, alcol, tabacco, finanza, industria farmaceutica, proprietà intellettuale.

Di solito sono le aziende che cercano il lobbista o viceversa?

Entrambe le cose. Molte volte le aziende ci contattano. In altri casi siamo noi che trasmettiamo informazioni o documentazione ad aziende o ad altri soggetti che riteniamo possano essere interessati a un determinato tema. Le cronache spesso ci descrivono situazioni poco edificanti in merito alla gestione del potere e del denaro pubblico.

E’ possibile svolgere attività di lobbying, con profitto e successo, nel rispetto delle leggi?

Io faccio il lobbista dal 1991 e ho fondato questa società nel 1996. Nel corso della mia lunga attività professionale soltanto in due occasioni mi sono state fatte balenare richieste poco opportune. Questo però non è un caso. Se si svolge professionalmente il proprio lavoro, ci si mette nelle condizioni di non farsi fare certe richieste. Mi spiego meglio. La maggior parte dei casi di corruzione, nascono dal fatto che spesso alcuni gruppi di interesse preferiscono la scorciatoia: conosco Tizio, conosco Caio. Questo lavoro non si fa sulla conoscenza, ma sulla base del contenuto. Il buon lobbista deve fornire il contenuto, motivando le istanze con informazioni, dati e notizie precise.

Compito del lobbista è quello di razionalizzare e valorizzare le richieste dei clienti. Occorre individuare chi detiene realmente il potere decisionale. Nel momento in cui il gruppo di interesse agisce in maniera poco professionale, si affida al contatto, all’amico dell’amico, non razionalizza la propria istanza, anzi a volte nemmeno la esplicita in modo completo e chiaro: in quel momento nascono i rischi. Se il decisore pubblico non è competente, cioè non detiene il potere effettivo sulla decisione, si attiva una specie di catena di S. Antonio per arrivare a chi è competente, ci si arriva in maniera sbagliata e magari si pensa che la dazione di denaro o il favore possa facilitare le cose o risolvere il problema. Noi, per fortuna, lavorando con grandi aziende, internazionali e multinazionali, dobbiamo essere più realisti del re. Chi lavora nella mia società è sottoposto a verifiche continue per garantire correttezza e trasparenza. Le scorciatoie hanno vita breve.

I lobbisti ricorrono ai mezzi di comunicazione (giornali, tv, internet) per esercitare pressioni legittime o sensibilizzare la pubblica opinione su determinate questioni?

Si. Facciamo riferimento ai social media, carta stampata e campagne di stampa. Più si andrà avanti e più sarà così nel nostro lavoro, perché sempre di più la decisione pubblica è sottoposta ad una verifica e ad un dibattito che diventa progressivamente ampio ed allargato. Spesso infatti i gruppi di interesse, per sostenere le proprie tesi, si affidano ad una attività di comunicazione che marcia parallela all’attività di lobbying.

In Italia la professione del lobbista non è giuridicamente riconosciuta dall’ordinamento. Il senatore Riccardo Nencini ha presentato un disegno di legge sulla “disciplina della rappresentanza di interessi”, per regolare l’attività di pressione dei gruppi di interesse nei confronti dei decisori pubblici. Che cosa ne pensa?

Si, condivido pienamente la proposta e ritengo opportuna una regolamentazione del settore. In queste settimane, alla Commissione affari costituzionali del Senato, sono in discussione una serie di disegni di legge sull’attività di lobbying. Noi stessi siamo stati auditi, insieme ad altri colleghi, e abbiamo avanzato le nostre proposte. Siamo favorevoli alla all’istituzione di un unico registro pubblico dei lobbisti, che stabilisca dei requisiti per l’iscrizione e che possa valere per tutte le Amministrazioni pubbliche sia a livello centrale che locale.

Pier Paolo Palozzi

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