domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Il socialismo secondo
Loris Fortuna
Pubblicato il 23-04-2015


LLoris_Fortunaoris Fortuna, il socialismo dell’impegno civile

Parte prima: le gemme calpestate dalla guerra

Non sono mai state facili le battaglie di Loris Fortuna, quasi sempre portate avanti con straordinaria tenacia nell’incomprensione quasi generale dei suoi colleghi socialisti. Storie di impegni civili combattute fianco a fianco con quelli che considerava “gli eredi intransigenti di Ernesto Rossi”: quel Marco Pannella e quei Radicali dei quali non smetterà mai di sottolinearne la straordinaria fantasia militante; marce, digiuni, sottoscrizioni, sit-in, lotte non violente,  cartelli sandwich tutti al servizio di battaglie determinanti come il divorzio e l’aborto, o semplicemente impensabili come le denunce contro il racket clericale dell’infanzia, quello sulla Previdenza Sociale, le campagne sull’assistenza pubblica, sull’antimilitarismo. Nell’anno che celebra il trentesimo anniversario della sua morte (5 dicembre 1985) intendo proporre ai nostri lettori un excursus della sua vita e del suo impegno politico, ricapitolandone i momenti salienti in più articoli seriali.

Le gemme calpestate dalla guerra

La sua giovinezza ha un sapore acre di polvere, di sofferenze che hanno ineluttabilmente graffiato la tela della spensieratezza a tutta una generazione cresciuta sotto la pioggia dei bombardamenti; ma per il giovane Loris la strada delle difficoltà è una scelta dettata dalla consapevolezza di una maturità politica e umana che non accetta l’immobilismo, la possibilità di attendere senza forzare gli avvenimenti. Appena diciannovenne entra nella resistenza nella “divisione Ossopo”, formata per lo più da studenti con il rischioso compito di reclutare armi per i partigiani annidati sulle montagne e segnalare possibili azioni di sabotaggio.

E’ il 20 aprile del 1944 il giorno del suo arresto come “delinquente in possesso di armi”; Loris viene prelevato da Udine e consegnato al carcere di Gorizia e da lì una stagione di penosa e interminabile prigionia, dietro una grata che mostra beffardamente il cortile per i condannati a morte assieme al cielo, dove i voli degli uccelli disegnano traiettorie di libertà e le raminghe nuvole, bianche come l’alabastro, sono lavagne su cui proiettare il ricordo degli occhi delle fanciulle di scuola, timidamente pudici e restii nell’accettare gli inviti al cinema, nelle domeniche di una tranquilla città di provincia. Il più delle volte il colore del cielo confonde il ricordo delle macerie dei bombardamenti con la paura del cortile, perché anche Loris rischia fortemente di essere condannato a morte.

Nell’attesa del processo  della Corte Marziale Tedesca più di una volta trascorre le notti assieme a compagni di cella che il giorno seguente vedranno per l’ultima volta sorgere il sole, vittime della mitraglia… quel suono che penetra le pareti, che si insinua tra le fessure della grata come un diapason carnefice. Un suono che l’11 settembre diviene drammatica percezione fisica perché nel quarto processo della corte il Pubblico Ministero chiede la pena di morte per Loris Fortuna, poi miracolosamente convertita in condanna a tre anni ai lavori forzati, a Bernau Am Chiemsee, in Baviera, vestito con giacca di panno nero, a righe, e un paio di zoccoloni olandesi: la catenina di Loris ha il numero 37483 e ciondola con la sua forza lavoro nel ramazzamento delle baracche, nel preparare il pasto ai maiali, nelle segherie, cuoierie, falegnamerie, stirerie.

Un microcosmo al limite della sopportazione umana, tra camerate di 70 posti letto e panni mai troppo sufficienti per proteggersi dal gelo che riverbera dai manti di neve. Infine un nuovo suono avanza dall’orizzonte della campagna, un rollio cigolante che imprime orme sulla terra con tutto il suo carico di tonnellate: sono i carri armati americani che segnano lo spartiacque troppo bello per essere vero; la guerra è finita!. I cancelli si stanno chiudendo dietro di lui, con ampi sorrisi, stremati dalle pene subite edalla felicità sopraggiunta. Gli occhi umidi di lacrime salutano i suoi compagni più cari, tra di essi il caro Alfredo, amico polacco che continuerà a scrivergli anche dopo la sua morte, ignaro dell’accaduto. Si chiude un cancello e si apre una nuova vita, fatta di studi e di dedizione al servizio della collettività.

Carlo Da Prato 

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