domenica, 21 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Migranti. Uccisi durante la traversata perché cristiani
Pubblicato il 16-04-2015


54 immigrati-mortiForse dodici i migranti cristiani gettati in mare da altri migranti musulmani durante la traversata del Canale di Sicilia. Non è ancora chiaro se fossero ancora vivi o già morti mentre venivano scaraventati fuori bordo. Di fatto sembra che all’origine ci sia stato un diverbio sulla differente fede religiosa. A renderlo noto sono alcuni profughi nigeriani e ghanesi – superstiti e testimoni dell’accaduto – che accusano circa 15 immigrati, già fermati e rinchiusi nel carcere Pagliarelli di Palermo. I fermati – di nazionalità ivoriana, malese e senegalese e musulmani – sono accusati di omicidio plurimo, aggravato dall’odio religioso.

PROCURATORE CAPO PALERMO: FATTO TERRIBILE – “È un fatto terribile. Se davvero dovesse essere una lite scoppiata per motivi religiosi la causa della tragedia avvenuta nel canale di Sicilia sarebbe ancora più brutto nella tragicità dei fatti, perché getterebbe una luce particolare sulla pericolosità di certi arrivi”. Così il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi.

LA CLAMOROSA RIVELAZIONE DELL’EX FUNZIONARIO FRONTEX – Mentre procedono le indagini per fare luce sull’accaduto, un ex consigliere speciale di Frontex (l’agenzia europea delle frontiere esterne dell’Ue, ndr), Graham Leese ha confermato quanto si sospettava, dichiarando che “i trafficanti avvisano le autorità italiane prima di partire e partono con meno carburante del necessario in quanto già sanno che verranno salvati”. E il salvataggio avviene sempre grazie ai mezzi della Marina Militare o della Capitaneria di Porto. Nelle sue dichiarazioni poi, l’ex funzionario di Frontex più che ammonire l’Italia punta il dito contro l’Onu: “Le Nazioni unite ritengono che siamo moralmente obbligati a soccorrere le persone in pericolo mentre sono in mare. Questa idea però secondo me è molto pericolosa perché finisce per incoraggiare lo stesso processo a cui si vorrebbe porre fine. Alcune di queste persone sono disperate, ma la maggior parte è spinta dalla ricerca di una miglior condizione economica: non dovremmo incoraggiarli a rischiare la propria vita in mare”.

Silvia Sequi

 

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