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Opinioni e commenti
 

Pensioni. I contributi
versati nel 2015 rischiano
di pesare meno per la svalutazione 
Pubblicato il 13-04-2015


I contributi versati all’Inps nel 2013 potrebbero rilevare meno del loro valore effettivo. L’Istituto – a quanto ha appreso e reso noto l’Adnkronos – starebbe valutando di applicare la norma contenuta nella riforma del 1995 che lega la determinazione del tasso di capitalizzazione per il sistema contributivo all’andamento del Pil nei 5 anni precedenti. Il problema si è posto perché nel quinquennio che ha preceduto il 2013 la variazione media del tasso calcolata dall’Istat è risultata negativa, ponendo per la prima volta da quando c’è la riforma non un problema di rivalutazione, ma di svalutazione o riduzione dell’importo. La questione in un primo momento era stata risolta dal Presidente Tiziano Treu, autore della legge 335/95 in accordo con l’ex direttore dell’Inps Mauro Nori con la decisione di non procedere alla ‘rivalutazione-svalutazione’ per il 2013. Ma con l’arrivo del nuovo presidente Tito Boeri sarebbe tornata di attualità. Boeri infatti avrebbe riaperto la questione chiedendo formalmente un approfondimento della questione. La vicenda non è di poco conto. Se si dovesse decidere di svalutare i contributi, oltre al 2013 la questione potrebbe riguardare anche il 2014, la decisione avrebbe ripercussioni per tutti gli anni che mancano alla pensione decurtando di fatto il rendimento dei contributi versati di tutti i lavoratori in attività. La vicenda riguarda circa 16 milioni di lavoratori ed era stata ampiamente analizzata prima dell’arrivo di Boeri all’Inps anche in riunioni tecniche con gli esperti della ragioneria e del ministero del Lavoro. Alla fine su decisione dei vertici dell’Inps si era deciso per una interpretazione che non contemplasse la svalutazione che potrebbe presentare profili di costituzionalità. La norma del 1995 sancisce che “ai fini della rivalutazione del montante contributivo individuale….la contribuzione si rivaluta…”. Perciò a fronte di un tasso di capitalizzazione inferiore a 1, si legge in una richiesta di parere dell’allora direttore Nori ai ministeri del Lavoro e dell’Economia, “non vi può essere rivalutazione del contributo accreditato, ma neppure può dedursi una possibile svalutazione del contributo nominale accreditato posto il tenore letterale della norma”, che parla esplicitamente di rivalutazione. Nella lettera ai ministeri Nori alla fine conclude che “salvo avviso contrario dei Ministeri, l’Inps in ottemperanza al tenore letterale dell’articolo 1 comma 9 della legge 335 del ’95 nell’ipotesi di variazione negativa della media quinquennale del Pil non procederà ad alcuna rivalutazione dei contributi accreditati limitandosi a considerare il valore nominale dei contributi accreditati”. Una scelta che ora sembra essere rimessa in discussione.

Denuncia dello Spi Cgil. Pensioni non rivalutate 

Una vera e propria tagliola si è abbattuta negli ultimi quattro anni su 5,5 milioni di pensionati a cui sono stati sottratti 9,7 miliardi di euro, pari ad una perdita media pro-capite di 1.779 euro. E’ l’effetto, calcolato e reso recentemente noto dallo Spi-Cgil, del blocco della rivalutazione delle pensioni in vigore negli anni 2012-2013 e delle modifiche apportate allo stesso meccanismo negli anni seguenti. Nel biennio 2012-2013, infatti, la perequazione annuale degli assegni pensionistici è stata bloccata per importi superiori a tre volte il trattamento minimo, ovvero circa 1.400 euro lordi. Nel biennio 2014-2015 invece l’adeguamento è stato sull’intero importo della prestazione di quiescenza con una percentuale del 100% solo per tutti quelli che risultano titolari di un assegno fino a tre volte il trattamento minimo mentre è decresciuto per le altre categorie d’importo dallo 0,95% fino allo 0,40% .La situazione dei pensionati italiani è “tra le peggiori d’Europa sia sul fronte del potere d’acquisto che su quello della tassazione”, commenta parimenti il Codacons. “Accanto al blocco della rivalutazione degli assegni, sulle pensioni elargite in Italia si pone una pressione fiscale che non trova eguali in Europa” spiega l’associazione, che contabilizza il danno provocato agli interessati in un calo del potere d’acquisto, in 15 anni, del 35%. Dai numeri alla proposta. “Occorre pertanto correggere i meccanismi attuali di rivalutazione per non penalizzare ulteriormente i pensionati italiani. Bisogna applicare a tutti il 100% di rivalutazione fino a 5 volte il trattamento minimo, pari a 2.500 euro lordi al mese, per poi scendere al 50% per gli importi eccedenti tale cifra”, suggerisce lo Spi-Cgil.

Boeri: “Più inflessibilità contro evasione”

«In Italia ci sono troppi abusi nel versamento dei contributi previdenziali». Per questo il neo presidente Inps Tito Boeri ha annunciato una grande “operazione trasparenza”: l’istituto sarà «inflessibile» nel prevenire il fenomeno, anche rendendo «più efficienti gli ispettorati», e cercherà di «documentare a tutti gli iscritti il legame tra contributi previdenziali e le pensioni», simulando a scopo informativo il nesso esistente «perché molti pensano che questi contribuiti siano una sorta di tassa».

Al via approfondimenti sulle gestioni speciali

I soldi versati – ha spiegato Boeri nel corso di un convegno promosso di recente a Milano da Confapi Industria – non saranno quindi più percepiti come una tassa ma come una vera forma di risparmio». In questo quadro, Boeri ha poi annunciato per la prossima settimana l’avvio di una serie di approfondimenti dell’Istituto su tutte le gestioni speciali.

Un esempio: i falsi lavoratori part time

Ma quali sono le dimensioni degli abusi nei versamenti previdenziali denunciati da Boeri? Le tipologie sono diverse: a titolo di esempio, è possibile citare l’evasione previdenziale connessa al lavoro non regolare dei dipendenti delle imprese assunti con contratti part-time ma con posizioni lavorative effettive a tempo pieno. In pratica, i lavoratori part time che in realtà lavorano a tempo pieno, ma per i quali l’azienda versa all’istituto contributi calcolati su un falso orario ridotto.

Evasione stimata di 2-3 mld l’anno

Il fenomeno, analizzato dal Working Paper Istat 3/2014 («“Nero a metà”: contratti part-time e posizioni full-time fra i dipendenti delle imprese italiane») comporta «un imponibile annuale non dichiarato fra i due e i tre miliardi di euro» negli anni 2010 e 2011, «corrispondente a oltre 5 mila euro l’anno per ciascun falso part-time». Secondo lo studio «sarebbe (…) non dichiarato oltre un terzo dell’imponibile contributivo di questi occupati», che «corrisponde circa all’1% dell’imponibile» di tutti i dipendenti part-time e full-time.

Inps. In vigore il decreto per l’attuazione del casellario dell’assistenza

E’ recentemente entrato  in vigore il decreto 206/2014 che disciplina l’attuazione presso l’INPS del Casellario dell’assistenza.
Il Casellario dell’assistenza è un’anagrafe generale delle prestazioni sociali che conterrà i dati forniti da Regioni, Province autonome, Comuni e altri enti erogatori.

Il Casellario sarà articolato in tre sezioni:

Banca dati delle prestazioni sociali agevolate, condizionate all’Isee;

Banca dati delle prestazioni sociali;

Banca dati delle valutazioni multidimensionali, se l’erogazione della prestazione sociale prevede anche la presa in carico di prestazioni sociali da parte del servizio sociale professionale. Questa banca dati sarà organizzata in tre sezioni per tre distinte aree di utenza:

infanzia, adolescenza e famiglie;

disabilità e non autosufficienza;

povertà, esclusione sociale e altre forme di disagio.

A breve, ottenute le previste autorizzazioni, partirà la prima sezione del Casellario, la Banca dati delle prestazioni sociali agevolate, collegate all’Isee, già disciplinata dal D.M. 8 marzo 2013; è in corso di approvazione il decreto direttoriale INPS che definisce le modalità attuative dei flussi di informazioni sulle prestazioni sociali agevolate.

Carlo Pareto 

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