martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Incostituzionale il blocco della rivalutazione
Pubblicato il 30-04-2015


Inps-pensioni

Era facile prevederlo perché la Consulta aveva già avvertito, ma nonostante ciò il Governo Monti decise lo stesso di bloccare la rivalutazione delle pensioni oltre tre volte il minimo. Uno stop che oggi è stato sanzionato perché incostituzionale e che obbligherà il Governo a una dolorosa operazione di correzione dei conti pubblici per un valore stimato attorno ai cinque miliardi di euro. Insomma, se davvero c’era un ‘tesoretto’, (ma chi ci crede?) è bello che consumato.

La Corte Costituzionale, – sentenza n.70/2015 depositata oggi – ha bocciato l’art. 24 del decreto legge 201/2011 in materia di perequazione delle pensioni, la cosiddetta norma Fornero che era contenuta nel “Salva Italia”. Secondo l‘Avvocatura dello Stato, questo provvedimento valeva 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013, per un totale appunto di quasi 5 miliardi.

La norma stabiliva che per il 2012 e il 2013, ‘in considerazione della contingente situazione finanziaria’, sui trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il minimo Inps (da 1.217 euro netti in su) scattasse il blocco del meccanismo che adegua le pensione al costo della vita; in parole povere l’inflazione poteva pure aumentare, ma le pensioni sarebbero rimaste ferme. Sostanzialmente un ‘taglio’ degli assegni che era destinato a valere non solo per l’oggi, ovvero per il biennio stabilito, ma anche per il futuro in quanto il successivo ricalcolo non avrebbe tenuto conto degli adeguamenti che non c’erano stati. Un salasso che avrebbe inciso sulle pensioni per una percentuale attorno al 10-15% del valore reale se proiettato sulla durata media di una pensione. Un discorso simile a quello sul taglio delle cosiddette ‘pensioni d’oro’ che poi potevano essere anche ‘d’argento’ che ogni tanto riemerge quando il Governo cerca soldi subito e in contanti.

Nella sentenza, di cui è relatore il giudice Silvana Sciarra, si legge che “l’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata”. Tale diritto, “costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”. E sì perché il governo aveva già seguito questa strada per due volte in passato e se l’era cavata trincerandosi dietro una necessità d’urgenza e un’eccezionalità che giustificavano un provvedimento che avrebbe colpito soltanto una categoria di contribuenti, lasciando indisturbati tutti gli altri. Ma l’eccezionalità non può essere regola e a sollevare la questione di legittimità costituzionale erano stati diversi tribunali con varie ordinanze.

Secondo la Consulta, le motivazioni accampate dal Governo per taglieggiare i pensionati, erano ‘blande e generiche’, soprattutto a fronte del costo che avrebbe avuto il provvedimento per i pensionati: “Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull’ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato”.

“La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività”. “Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà” (art. 2) e “al contempo attuazione del principio di eguaglianza” (art. 3). Morale: si può anche tassare di più, ma non lo si può fare solo a carico di una porzione di contribuenti.

L’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, troppo spesso utilizzata a mo’ di comodo parafulmine, ci ha tenuto subito a difendersi dall’ennesima accusa: “Vengo rimproverata per molte cose ma quella non fu una scelta mia, fu la cosa che mi costò di più”. Fu una decisione “di tutto il Governo” presa per fare risparmi in tempi brevi. Tutti ricordano le lacrime che comparvero sulle guance della ministra quando il 4 dicembre 2011 in diretta tv, insieme alla squadra del governo Monti, spiegò i sacrifici che aspettavano gli italiani per impedire che il Paese facesse bancarotta dopo gli ‘allegri’ governi Berlusconi. Fu quando tentò di pronunciare la parola “sacrificio” che un groppo alla gola la costrinse a interrompersi, ma non si interruppero quelle misure ‘lacrime e sangue’ con cui, comunque, bisogna ricordarlo, l’Italia sottoposta a una forte speculazione sui titoli pubblici, con lo spread schizzato a 500 punti sopra ai titoli tedeschi, rimase a galla e si avviò ad un lento ritorno (quasi) alla normalità.

“La sentenza della Corte Costituzionale – ha commentato Silvano Miniati di Network Sinistra Riformista – è molto giusta, non solo perché da ragione a tutti coloro che hanno sostenuto con forza in questi anni la battaglia contro un sistema di perequazione delle pensioni costruito in maniera cervellotica, e sulla base della convinzione che le pensioni considerate un costo per la società andassero progressivamente ridimensionate. Si è ignorato, e si continua ignorare il dato inconfutabile che dimostra che un meno di dieci anni le pensioni hanno perso un terzo circa del loro valore. Avere poi scelto una strada che considera una pensione equivalente a tre minimi un limite oltre il quale si è pensionati “ricchi”, e non si ha quindi diritto a nessun incremento del reddito ha determinato profonde iniquità.

Diamo per scontato, e in parte sta già accadendo, che in queste ore l’attenzione sarà rivolta soprattutto ai costi della sentenza. Già si parla di 5 miliardi di aggravio per le casse previdenziali, e ciò non tenendo conto che la sentenza si riferisce unicamente agli anni 2012 – 2013, ma che il giudizio di incostituzionalità dei vari blocchi dovrebbe riguardare altri provvedimenti che portano la firma di altri governi.

È evidente che si aprirà finalmente un dibattito, che mi auguro serio, e non dominato dai soliti  soloni della materia previdenziale, che per la verità non ne hanno imbroccate molte negli ultimi lustri .

È chiaro – conclude Miniati – che con i conti pubblici non si può scherzare. Non è lecito neppure scherzare sulla perdita di un terzo del valore delle pensioni. Serve quindi un confronto anche duro che  abbia alla base la scelta di n on considerare più i pensionati buoni per pagare le tasse e inutili e di peso quando si tratta di onorare il loro diritto ad una pensione dignitosa”.

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