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Opinioni e commenti
 

10 marzo 1953. Pertini: “Spaccate in due il Paese”
Pubblicato il 28-04-2015


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Il 10 marzo del 1953, nel dibattito sulla questione di fiducia a palazzo Madama sulla cosiddetta ‘legge truffa’, l’allora senatore Sandro Pertini intervenne contro, primo degli oratori nella seduta pomeridiana, a nome del PSI.
Questo il testo integrale dagli archivi di palazzo Madama: 

“Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che a questo punto nessuno si nasconda che la legge che stiamo esaminando è di eccezionale gravità; è una legge che avrà carattere storico, perché avrà conseguenze nefaste subito dopo le elezioni, se, per dannata ipotesi, dovesse essere votata anche in questo ramo del Parlamento. A darle maggior gravità è stato il Governo ponendovi, caso eccezionale, non solo per il Parlamento italiano, ma per tutti i parlamenti d’Europa, la questione di fiducia.

L’onorevole De Gasperi, quando fece questa dichiarazione prima di partire per Strasburgo, fu così interrotto dal nostro Presidente: «Non dovrà costituire precedente». Il nostro Presidente non osservò, forse, l’atteggiamento dell’onorevole De Gasperi dopo la sua interruzione. Era seccato, sdegnato perché la considerava inopportuna. Non poteva essere diversamente, dato che l’onorevole De Gasperi, quando presentò la questione di fiducia all’altro ramo del Parlamento, affermò che egli l’avrebbe richiesta solo in casi eccezionali, il che vuol dire che considerava quello un precedente. Una domanda rivolgo a lei, onorevole Bertone, perché a sua volta la rivolga al Presidente della nostra Assemblea e cioè, porre la questione di fiducia su una legge elettorale, imponendo la procedura speciale indicata dall’onorevole De Gasperi, è cosa lecita, o è cosa illecita? Se è lecita, il Governo ha ragione di considerarla un precedente lecito; ma se, come dice il nostro Presidente, non può costituire precedente, allora questa procedura è illecita. Orbene, se è illecita, il potere legislativo ha il sacrosanto dovere di impedire che questa procedura venga messa in atto. (Approvazioni dalla sinistra).

Non si sfugge, a questo dilemma, onorevole Presidente, perché qui ciascuno di noi per il presente e per il domani deve assumere le proprie responsabilità. Ci sono, in proposito, due precedenti, che conviene ricordare. Prima di passare a parlare della legge elettorale io non posso non fermarmi di fronte a questo fatto, perché se la legge elettorale costituisce per se stessa una assurdità, la questione di fiducia, così come è stata posta, costituisce una mostruosità e chiunque abbia a cuore le sorti del Parlamento, del potere legislativo, non può non sdegnarsi. Vi sono due precedenti, dei quali uno del 1919.

Quando venne presentata la legge dell’onorevole Turati sulla proporzionale, avevamo il Governo Orlando-Nitti. Orlando si trovava a Versailles e qualcuno aveva allora accennato che il Governo sembrava volesse porre la questione di fiducia sulla legge elettorale. L’onorevole Nitti, a nome del Governo, rispose che non intendeva porre la questione di fiducia, perché voleva lasciar liberi i suoi sostenitori di votare o meno quella legge. Il secondo precedente lo abbiamo nel 1923. Quando venne presentata la legge, che porta il nome non onorato di legge Acerbo, il Governo non pose la questione di fiducia sulla legge in sé; fece invece presentare un ordine del giorno che fu votato per divisione : la prima parte presupponeva la fiducia al Governo, la seconda riguardava la legge Acerbo. Il Governo democristiano, invece, presenta la questione di fiducia sulla legge elettorale Scelba, e l’onorevole De Gasperi, nella sua dichiarazione, dopo aver detto come essa doveva essere applicata (dimenticando che la « fiducia » deve incidere solo sulla votazione non sulla discussione, senza quindi intralciare la discussione della legge), con amabile e direi ironica frase aggiunse : « E adesso il Senato è sovrano nella sua libertà di discutere ». Onorevole Piccioni, quando io l’altro giorno ascoltai questa ironica frase del Presidente del Consiglio, mi sovvenni di un episodio che mi riguarda. Entrando all’ergastolo di Santo Stefano, la guardia carceraria, che mi accompagnava nella cella, ove per tanto tempo sarei dovuto restare, mentre chiudeva la porta alle mie spalle, con una frase piena di sarcasmo mi disse: «E adesso qui potete fare quel che volete ». Cambiando tutto quello che deve essere cambiato, è perfettamente lo stesso, caro collega, perché quando il Governo pone la questione di fiducia come l’ha posta, è inutile poi, anzi è offensivo che venga a dire al Senato che può discutere liberamente. Il proposito dell’onorevole De Gasperi è di strozzare la discussione con questa questione di fiducia. Questa è la verità.  E nell’intento di accettare la pillola amara, nei giorni scorsi ci è stato detto con aria di rassicurazione: placatevi, c’è stata data l’assicurazione che non sarà sciolto il Senato. Signor  Presidente, bisogna parlarci chiaro su questo punto. Prima che la legge fosse portata qui, quando era ancora alla 1° Commissione, la stampa governativa e la così detta stampa indipendente fecero questa minaccia, questo ricatto sul Senato. Orbene noi diciamo con molta franchezza che questo baratto noi lo respingiamo per quanto ci riguarda. Preferiamo che il Senato muoia con dignità piuttosto che esso viva con infamia.

(Applausi dalla sinistra).

D’altra parte, signori, non è a noi che dovete offrire simili baratti con la propria coscienza; non a noi che abbiamo rinunciato a tanti anni di libertà fisica pur di mantenerci spiritualmente liberi. Comunque il Governo vuole accelerare i tempi e pone la questione di fiducia nel modo in cui l’ha posta per una legge che porta il nome dell’onorevole Scelba. Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare lavoro e pane ai due milioni e più di disoccupati? Si tratta forse di una legge che dovrebbe dare una equa pensione alle vedove, agli orfani, ai mutilati ed invalidi di guerra? È forse una legge che riguarda le riforme di struttura contemplate dalla Carta costituzionale? No, niente di tutto questo. È una legge che dovrebbe creare una maggioranza artificiosa, così come vanno vagheggiando il partito democristiano ed i suoi parenti poveri. Questa legge incide sulla democrazia, perchè incide sul suffragio universale. I socialdemocratici non possono aver dimenticato la posizione che essi presero nel 1919, quando con Turati giustamente affermavano che chi è contro la proporzionale, obiettivamente, anche se in buona fede, si pone contro il suffragio universale, il quale si può manifestare e attuare nella sua pienezza solo con la proporzionale. L’onorevole Sauna Randaccio relatore di maggioranza, il volontario cireneo, che porta un po’ faticosamente la croce altrui, nella sua relazione orale alla la  Commissione, che io ebbi l’onore di ascoltare, ebbe a dire questo : « Non è vero che esser contro la proporzionale significa in ultima analisi esser contro la democrazia ». No, onorevole Sanna Randaccio, mettersi contro la proporzionale significa appunto mettersi contro la democrazia, sia pure inconsapevolmente ed è il caso, ad esempio, di onesti sostenitori del collegio uninominale, timorosi di abbandonare una tradizione ormai superata dai tempi. Questi concetti sono vecchi ; essi furono sostenuti proprio dai nostri colleghi della maggioranza e con molto calore nel 1923 : dall’onorevole Merlin, dall’onorevole Gronchi, dall’onorevole Cappa, dallo stesso onorevole De Gasperi ; furono sostenuti anche da lei, onorevole Piccioni, che fu a suo tempo un tenace proporzionalista.

Perchè oggi sostenete il contrario? Ricordate quello che allora con tanta passione sostenevate : la proporzionale toglie la lotta circoscritta agli interessi personali, agli interessi delle clientele, per elevarla in una sfera molto più alta, che è la sfera riguardante gli interessi collettivi, gli interessi del Paese, della Nazione. Se non vi fosse altra prova che la proporzionale è sinonimo di democrazia, basterebbe questa: che tutti i Governi, i quali hanno il proposito di trasformarsi in regime, la prima cosa che fanno è quella di colpire la proporzionale. Questo è avvenuto nel 1923 e questo sta avvenendo oggi, onorevole Piccioni. Per la proporzionale furono allora con noi, nel 1919 e nel 1923, i popolari, e ne ho già nominati alcuni, i quali intervennero in quei dibattiti, battendosi strenuamente per la proporzionale. E sarà utile ricordare che i socialisti sostennero nel 1919 la proporzionale, pur sapendo che avrebbero perduto dei posti. Filippo Turati, nel discorso che fece alla Camera il 6 marzo del 1919, disse precisamente che egli ed i suoi andavano ricevendo lettere da compagni di Milano, di Torino, della Liguria e dell’Emilia, i quali preoccupati avvertivano che il Partito socialista avrebbe con la proporzionale perduto dei seggi ; ebbene, l’onorevole Turati continuò, affermando che ciò non l’interessava, perché dal momento che la proporzionale avrebbe giovato alla democrazia egli ed i suoi l’avrebbero sostenuta pur sapendo di andare contro l’interesse del loro Partito. Perché non ricordano questo a se stessi i socialdemocratici di oggi?

Ma, voi oggi vi preoccupate solo dei seggi ed avete abbandonato tutte le istanze che allora sostenevate con Filippo Turati e con Claudio Treves al Parlamento italiano. Quanto vi siete allontanati della vostre origini! E non solo i popolari, anche i liberali sostennero la necessità della proporzionale.

Io ne voglio ricordare uno solo, un giovane  liberale dal forte ingegno e dal cuore puro, morto per opera del fascismo: Piero Gobetti. Egli sostenne la necessità della proporzionale, e tra l’altro ebbe ad affermare, in un suo interessante scritto, che la proporzionale aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Ecco la vera ragione per cui i governi nemici della classe operaia per prima cosa colpiscono la proporzionale ; perchè la proporzionale, come diceva il povero Piero Gobetti, aiuta la classe lavoratrice ad avanzare verso la direzione politica del Paese. Per queste ragioni, e non per altre, si ha la legge Acerbo, del 1923, la quale si presenta con le stesse formule vostre, signori. Non interessa il quorum ; non interessa il congegno, molto più equivoco e tenebroso il vostro di quello della legge Acerbo, interessano invece le finalità delle due’ leggi che coincidono. La legge Acerbo si prefiggeva di mettere al margine della vita politica italiana il movimento operaio italiano; dal 1923 ha inizio il regime fascista, perchè dopo il 1923, dopo cioè che il governo fascista si è trasformato in regime, e dopo che ha ottenuto l’artificiosa maggioranza prevista dalla sua legge, è proprio da quell’anno che si arriva alle leggi eccezionali, al tribunale speciale del 1923 ; e poi, galera, confino per tutti i nemici del regime fascista. E dove si è giunti in ultimo, signori, che mi ascoltate? Si è giunti al disastro per tutta la Nazione : alla guerra. Questa è la strada battuta dal fascismo. Ebbene, voi state seguendo la stessa strada. Vi furono degli uomini, come vi sono oggi — e bisogna ricordarlo — che allora rimasero sordi agli ammonimenti che sorgevano da parte socialista, specialmente per bocca di Filippo Turati, il quale nel 1923, discutendo la legge Acerbo e pronunciando il suo parere contro di essa, ebbe ad avvertire tutta l’Assemblea dei pericoli gravi che sarebbero derivati da quella legge. L’onorevole Sanna Randaccio, con molta ingenuità ebbe a dire davanti alla Commissione, che dovettero passare 20 anni per poter constatare tutte le gravi conseguenze della legge Acerbo. Orbene, il collega Italia, avrebbe dovuto concedere una attenuante, per lo meno, all’onorevole Acerbo, che non aveva dietro le spalle l’esperienza che adesso abbiamo noi, mentre quando dovrà apprestarsi a pronunciare un’altra requisitoria simile nei confronti di chi ha presentato questa legge, non dovrà più tener conto di quella attenuante, perchè ormai abbiamo l’esperienza che ci deve mettere sul chi vive, e ci dice quali sono le conseguenze che possono derivare dalla legge maggioritaria. Purtroppo l’ammonimento di Filippo Turati in generale cadde nel vuoto. Molti, allora come oggi, dicevano : « In fin dei conti, si tratta di una legge elettorale; perchè drammatizzare? Voi siete i soliti fanatici; voi create pericoli immaginari per portare acqua al vostro mulino». Ed abbiamo avuto una quantità di uomini della vecchia classe dirigente che finirono per assecondare il fascismo ed i suoi primi soprusi ; uomini della vecchia classe dirigente che per quieto vivere, per non perdere una carica ben remunerata, mirarono ad adeguarsi a questa situazione creata dal governo fascista; uomini che pure non avevano più nulla da chiedere alla vita ed avrebbero dovuto sentire solo il dovere di concludere la loro fatica politica nobilmente e non con infamia ; uomini della vecchia classe dirigente che assecondarono il fascismo pur di rimanere aggrappati alle loro estreme ambizioni come il vecchio sordido Shylok al suo maledetto denaro. E la triste vergognosa storia si ripete oggi. Vi sono nuovamente degli uomini che fanno tacere la loro coscienza e che per quieto vivere cercano mille pretesti per giustificare la loro debolezza di assecondare il Governo nella sua azione antidemocratica,

“Onorevoli colleghi, il nostro Presidente Paratore, commemorando Francesco Saverio Nitti con nobili parole, così concluse la sua commemorazione: « Uomini del Parlamento di oggi e del Parlamento di domani, nei momenti di incertezza ascoltateli». Voleva, cioè, ammonirci di ascoltare coloro che ci hanno lasciato, questi uomini che possono essere stati dei nostri avversari politici, ma che non hanno fatto mai transazione alcuna con la loro coscienza.

Ebbene, voglio ricordare proprio di Francesco Saverio Nitti, di quest’uomo tanto bestemmiato, il suo fermo atteggiamento in tre circostanze, in cui con fierezza per tre volte seppe dire di no. Disse no al fascismo e si vide la casa invasa dai fascisti, i suoi libri dispersi e costretto a prendere la via dell’esilio; disse no ai tedeschi e pagò un altissimo prezzo: la via della deportazione; disse no al Partito di maggioranza e gli costò insulti e l’ostracismo. Eppure questo vecchio giunto ormai al tramonto della sua vita, avrebbe avuto il diritto di vivere gli ultimi suoi giorni tranquillamente; invece respinse da sé questa seduzione, perché ciò avrebbe importato da parte sua una transazione con la propria coscienza. Egli non volle transigere con se stesso. (Applausi dalla sinistra).

Questo è l’esempio che ci ha lasciato Francesco Saverio Nitti. Devo subito osservare che noi prendiamo atto dell’invito del Presidente Paratore, ma dobbiamo correggerlo. Egli infatti ha detto: «ascoltateli» è giusto invece che si dica: «ascoltiamoli» questi vecchi che ci hanno dato esempio di rettitudine. (Applausi dalla sinistra).

Signori, chi potendolo non impedisce un’azione disonesta è colpevole quanto chi l’azione disonesta consuma. Voglio ricordarvi quello che ebbe a dire l’onorevole Acerbo rispondendo come relatore della legge ai suo i critici.

Ascoltatemi, voi che oggi sostenete la legge Scelba: «Questa proposta – disse allora Acerbo – fu esaurita, studiata, vagliata ed infine approvata dai maggiori rappresentanti di questa Camera, in cui sono uomini che hanno tutto il diritto di essere considerati come i rappresentati delle idee e della dottrina liberale, come custodi fedeli delle basi costituzionali del nostro Paese». Aveva ragione l’onorevole Acerbo, infatti il governo Mussolini voleva un avallo per poter contrabbandare quella sua legge antidemocratica e lo ebbe proprio dagli esponenti del movimento liberale, da coloro cioè che avrebbero dovuto opporsi a quella legge per difendere la loro ideologia, la loro dottrina.

Signori, il Governo De Gasperi si assume una grave responsabilità presentando questa legge, ma altrettanto grave , e direi, maggiore, è la responsabilità di coloro che potendosi opporre ad essa non si oppongono, per cui domani il Governo potrà dir e quello che in ultima analisi, con altre parole, disse a su o tempo l’onorevole Acerbo: «Perché non mi avete fermato su questa strada che consideravate una strada che portava contro la Costituzione e la democrazia?».

Ecco ciò che il Governo potrà un giorno dire a sua giustificazione . Domani, voi socialdemocratici , liberali, repubblicani, che non vi opponete oggi a questo atto antidemocratico ed anticostituzionale sarete i responsabili di non aver fermato il Governo su questa strada pericolosa per la democrazia, per la Costituzione e per gli interessi dell’intera Nazione.

Voi non vi opponete perchè vi preoccupate soltanto di una cosa, di aver e qualche seggio in più al Parlamento e perciò venite a transazioni con la vostra coscienza. Ai socialdemocratici voglio in proposito ricordare un ammonimento di Filippo Turati, che io ho amato con cuore di figlio e che, quando ne appresi la morte, in carcere, piansi, come avevo pianto alla morte di mio padre; Filippo Turati, dicevo, nel suo discorso del 3 marzo, rivolgendosi a coloro che dicevano che con la proporzionale i socialisti avrebbero perduto dei seggi, rispose sdegnoso: «Ma queste sono miserie! Io sento lo sdegno di rincorrere queste miserabili falene sotto il grande Arco di Tito della storia contemporanea, qui veramente converrebbe che ogni viltà fosse morta. Io vedo il mio Partito minacciato con la proporzionale nella mia Milano, l’ho già detto: ma mi schiaffeggerei da me stesso davanti allo specchio se questo influisse sulla mia opinione ». Ora non vi dico di mettervi allo specchio, perché altrimenti dovreste schiaffeggiarvi lungamente, o socialdemocratici, perché a voi premono soltanto i seggi, non la vostra coscienza di socialisti, non le vostre opinioni. È precisamente questa la ragione che vi spinge ad assecondare il Governo democristiano in questo suo atto antidemocratico.

sentito dire da alcuni di voi a giustificazione di questa legge — per la pace. Signori, badate che se voi doveste ottenere la maggioranza artificiosa contemplata da questa legge, noi avremmo ragione di vedere anche in pericolo l’articolo 78 della Carta costituzionale. Vi è già un Paese, che fa parte della N.A.T.O., l’Olanda, che ha cancellato dalla sua Carta costituzionale un articolo simile all’articolo 78 della nostra Costituzione, e adesso in quell Nazione lo stato di guerra può essere dichiarato dal potere esecutivo e non più dal Parlamento. Sicché se domani, per dannata ipotesi, ripeto, una maggioranza così come voi agognate dovesse veramente verificarsi, noi potremmo vedere in pericolo anche l’articolo 78 della nostra Costituzione e quindi potremmo veder minacciata la pace del nostro popolo. Signori, noi abbiamo ragione di essere preoccupati per quanto riguarda la situazione internazionale, perché constatiamo che il Governo dell’onorevole De Gasperi sempre più si va legando alla politica bellicista del Dipartimento di Stato.

Badate, che non siamo solo noi a preoccuparci di questo. Abbiate la bontà di leggere i giornali di destra francesi ed inglesi, e constaterete la reazione dell’opinione pubblica di quei Paesi contro l’atteggiamento assunto in questi giorni dal Dipartimento di Stato, la reazione violentissima soprattutto della stampa inglese contro il Dipartimento di Stato perché, approfittando del lutto in cui è stato gettato il popolo sovietico, mentre tutto questo popolo in lacrime, angosciato, era intorno alla salma e al ricordo del suo capo, esso lanciava attraverso le sue radio l’appello sedizioso all’armata rossa perché si ribellasse.

Questa è la politica dei corvi del Dipartimento di Stato! Giustamente la stampa inglese si preoccupa di tale atteggiamento voluto da Eisenhower e da Foster Dulles, perché intuiscono che esso può portare verso la guerra. Abbiamo ragione, quindi, di essere preoccupati anche noi, signori, soprattutto dopo la deneutralizzazione di Formosa, dopo la minaccia del blocco contro la Cina. È chiaro che i pericoli di guerra sono aumentati ed è chiaro che se, per dannata ipotesi, mercè la legge – truffa, si verificasse la maggioranza docile e massiccia che voi sognate, sarebbe per il nostro Paese veramente in gioco ed in pericolo la pace. Quando voi poi dite, per giustificare questa legge, che essa gioverà alla Patria ed alla sua sicurezza, dimenticate che con questa legge voi scaverete sempre più profondo il solco che divide in due il nostro Paese. Se voi volete veramente avere la sicurezza della Patria, dovete prima di tutto saper realizzare l’unità nazionale. Ma con una legge simile voi non realizzerete l’unità nazionale, bensì renderete più aspri ed acuti i contrasti interni.

Orbene, su questi pretesti voi avete realizzato i così detti collegamenti, signori. Se vi è qualcosa di ibrido, di contronatura, è precisamente il collegamento dei piccoli Partiti con la Democrazia cristiana. Ai Partiti minori — e precisamente i socialdemocratici ed i liberali (e non se ne abbia a male l’amico Macrelli se non prendo in considerazione il suo minuscolo Partito) — rivolgerò una domanda: perché, se vi siete apparentati con la Democrazia cristiana, non vi trovate anche al Governo con essa? Dal momento che voi vi apprestate a dividere i seggi insieme alla Democrazia cristiana, perché non ne dividete anche le responsabilità di Governo?

Badate che apparentarsi, collegarsi con un Partito – è molto più impegnativo che collaborare con lo stesso Partito al Governo: collegarsi nel campo elettorale, per una lotta elettorale, con un Partito, significa impegnare la propria ideologia, la propria dottrina, mentre collaborare al Governo significa solo mettersi d’accordo per un programma contingente da realizzar e senza impegnare la propria dottrina . Dal momento che voi avete fatto il passo più grave, perché non avete fatto l’altro di minore gravità di andare al Governo? Lo sappiamo il perché: voi volete ripetere il giuoco sleale dinanzi al corpo elettorale, ed anche dinanzi ai vostri padroni, che avete fatto durante la lotta elettorale, nella quale voi eravate apparentati con la Democrazia cristiana e nonostante questo andavate combattendo questo Partito; vi scagliavate contro la sua politica in tutti i comizi. Ed allora abbiamo ragione di chiedervi su che cosa riposano i vostri collegamenti. Riposano veramente su un comune programma politico? Su una comune ideologia? No, essi riposano semplicemente sull’odio contro di noi e sulla bramosia di arraffare seggi a nostro danno. Questo è l’inganno che voi consumate o che almeno tentate di consumare nei confronti del corpo elettorale italiano. Sentite, o signori, che cosa ebbero a dire di voi i liberali nel 1951. Uno che fu Ministro dell’onorevole De Gasperi, il ministro Giovannini, ebbe a scrivere : «I dissensi del Partito liberale italiano sono determinati dall’atteggiamento assunto dalla Chiesa in occasione della attuale campagna elettorale. È pericoloso confondere la religione con la politica, in quanto uno scacco subito in questo ultimo campo, si ripercuoterebbe anche in quello religioso». I liberali di Roma, nel 1951, votarono all’unanimità un ordine del giorno, in cui affermavano ancora una volta che a giustificare l’opposizione del Partito liberale «nuovi e più gravi motivi si erano aggiunti nei settori della politica interna, estera, scolastica e finanziaria contro il Governo». Vi è poi il famoso discorso del vostro amabile segretario, onorevole Sanna Randaccio: l’onorevole Villabruna. Questo vecchio, brillante avvocato del foro di Torino, giunto sulla soglia della vecchiaia, si è dato alla politica e sulle sue gracili spalle grava la responsabilità di un Partito che è già stato di Cavour, di Sella, di Giolitti, di Nitti, di Orlando. L’onorevole Villabruna, in un suo discorso pronunciato a Forlì il 19 marzo 1951, disse delle cose, onorevole Piccioni, nei vostri confronti, che non sono tanto cortesi. Volete ascoltarle con me? «Abbiamo provato – è l’onorevole Villabruna che parla – il gusto che si prova a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana, e ne abbiamo avuto abbastanza. Restare al Governo voleva dire indossare la livrea del servitore e subire la tracotanza della Democrazia cristiana”. Il guaio è, onorevole Sanna Randaccio, che le passioni senili sono tenaci, e nonostante gli affronti patiti si ritorna agli antichi amori e così l’onorevole Villabruna è ritornato a stendersi sul talamo della Democrazia cristiana.

Continuava l’onorevole Villabruna: «Il problema del Partito socialista dei lavoratori italiani e dell’uscita dal Governo, dimostra che i Partiti minori cercano di evadere dalla prigione in cui li ha chiusi la Democrazia cristiana. La Democrazia cristiana è il Partito-carcere, è l’anticamera del totalitarismo». Questo ebbe a dire l’onorevole Villabruna, e adesso il suo Partito, dietro la sua spinta, si è nuovamente apparentato con la Democrazia cristiana. Ditemi voi se tutto questo non è osceno, sleale e disonesto! Vedete, la strada giusta ve l’aveva indicata un uomo di vostra parte, un uomo che è sempre stato contro di noi, per lo meno contro le nostre ideologie ed istanze sociali : il professor Jannaccone, il quale, nei suoi brillanti articoli su un giornale di Torino – e l’ha ripetuto sotto altra forma stamane – ebbe ad indicare a voi liberali la giusta posizione da assumere: vi ha detto di rimanere staccati dalla Democrazia cristiana, di presentarvi soli col vostro programma, con la vostra ideologia. Se il saggio consiglio aveste accettato, indubbiamente intorno alle vostre insegne si sarebbero stretti tutti coloro che, pur non essendo con noi, tuttavia sono contro la Democrazia cristiana per la sua invadenza e per il suo strapotere e voi avreste potuto rappresentare ancora nobilmente l’eredità del primo Risorgimento, e cioè il pensiero liberale, questo patrimonio ideale che invece avete gettato alle ortiche per qualche seggio in Parlamento. Questa è la dolorosa e disgustosa verità.

L’onorevole Frassati, stamane, ha detto una cosa con una certa malinconia: «Parlando da liberale, io sono solo perché non ho nessuno qui dei miei amici di Partito. Sono solo con la mia coscienza». Ebbene, io dico all’onorevole Frassati che colui che è con la propria onesta coscienza non è mai solo. Io non mi sono mai sentito solo nella mia cella dell’ergastolo di Santo Stefano, perché ero con la mia coscienza onesta, che non avevo mai voluto mutilare. Saranno, o almeno si sentiranno, sempre soli spiritualmente, perché non avranno mai un pensiero proprio, coloro che hanno rinunciato all’indipendenza della loro coscienza per mettersi al servizio del Partito più forte, e questo, lo ripeto, non più per un piatto di lenticelle perché col mutare dei tempi mutano anche i prezzi dei tradimenti; oggi il prezzo del tradimento non è più un piatto di lenticchie, bensì qualche poltrona in Parlamento o al Governo.

Che dire, poi, dei social-democratici? Presero anche essi, durante la lotta per le elezioni amministrative, un atteggiamento deciso contro la Democrazia cristiana. Ricordo quello che ebbe a scrivere l’onorevole Romita su «La Stampa » il 24 marzo 1951: «Noi dobbiamo finirla con questa alleanza con la Democrazia cristiana, perché dobbiamo toglierle questa maschera, onde costringere la Democrazia cristiana a venir fuori con il suo vero volto». Ebbene, spezzando questo sistema di alleanze, scriveva allora l’onorevole Romita, si vedrà finalmente «la Democrazia cristiana dichiararsi per quella che è, per quello che vuole fare ». Continuava poi : «Il Governo che è sorto dal 18 aprile, nonostante la buona volontà e gli sforzi dei Ministri socialisti, non ha avviato a soluzione i problemi internazionali, non ha sanato il bilancio dello Stato, non ha evitato il pericolo dell’inflazione, non ha superato la generale crisi economica per cui la disoccupazione è diventata un fatto endemico e permanente, non ha conseguito la pacificazione interna, non ha evitato i dolorosi eccidi fra i proletari». E dopo queste dichiarazioni, vediamo l’onorevole Romita apparentarsi con la Democrazia cristiana. Vi è poi, di recente, un articolo, onorevole Piccioni, molto importante dell’onorevole Saragat, che risale al 12 febbraio del 1953 scritto su «Le Peuple» di Bruxelles in cui egli cerca di giustificare l’apparentamento del suo Partito con la Democrazia cristiana, perchè indubbiamente si sente in colpa, scrivendo fra l’altro: «Il dovere dei social-democratici italiani sarebbe quello di condurre una lotta implacabile contro gli altri Partiti di origine borghese incapaci di dare una soluzione efficace ai bisogni della classe operaia. Ma per far questo dobbiamo consolidare il regime repubblicano”.

Bel modo di consolidare il regime repubblicano alleandosi con la Democrazia cristiana contro il movimento della classe operaia italiana. Ma preme rilevare che l’onorevole Saragat parlando «di Partiti di origine borghese» si riferisce anche a voi, o democristiani. E adesso i social-democratici cercano di far ricadere su di noi la colpa di questo loro atteggiamento, affermando che non si sarebbero collegati alla Democrazia cristiana se noi avessimo denunciato il patto che ci unisce ai comunisti. Ma questo è un alibi meschino, onorevole Romita, e lei lo sa che è un alibi che non regge e sa benissimo che anche se non esistesse il patto di unità di azione, avremmo seguito la politica che abbiamo fatto fino adesso, perchè noi, indipendentemente dal patto di unità di azione ci siamo trovati in esilio con i comunisti, in carcere con loro, al confino con loro, in Spagna con loro, nella guerra di liberazione con loro, nelle lotte sostenute dai braccianti e dagli operai, con loro nella presente lotta. Non di colpa, signori, ma di merito si deve parlare. Vi è un merito sia da parte nostra che da parte dei comunisti, quello cioè di rimanere a fianco della classe operaia. Se per caso, voi social-democratici, foste vicini alla classe operaia, noi saremmo al vostro fianco, nonostante i passati e recenti contrasti; se voi in un momento di rinsavimento doveste ammainare la bandiera che avete issata sulla roccaforte della Democrazia cristiana e la piantaste nel settore della classe operaia noi ci batteremmo anche per la vostra bandiera. Quindi il patto di unità di azione per se stesso non conta nulla, conta la politica che dobbiamo fare e voi ci insegnate che per ogni socialista l’esigenza da tenere sempre presente è quella che riguarda l’unità della classe operaia. Ma, ditemi, qual’è oggi l’unico ostacolo che si .frapponga ancora allo strapotere del Governo e del Partito dominante; qual’è l’ostacolo che ancora sbarri loro il cammino? Sono i cinque milioni e più di operai, di lavoratori organizzati nella Confederazione generale italiana del lavoro. E voi, socialdemocratici, proprio voi ci invitate a spezzare, ad annullare quest’unico ostacolo sul cammino delle forze clericali e conservatrici. Per il solo fatto di invitarci a spezzare l’unità della classe operaia dimostrate di non essere più socialisti. Vorrei, in proposito, ricordarvi quel che ebbe a dire il vostro leader quando era ancora con noi. Allora l’onorevole Saragat ragionava con coscienza di socialista, guidato anche dalla sua preparazione marxista. Era presente anche l’onorevole Romita e certo non può aver dimenticato quelle affermazioni molto interessanti : «Se domani per una ragione qualsiasi questa alleanza tra socialisti e comunisti dovesse rompersi, io dico che ciò sarebbe cosa tragica; se indipendentemente dalla nostra volontà avvenisse una scissione tra i Partiti della classe operaia, intorno al Partito socialista si polarizzerebbero le forze della reazione». Quale facile profeta è stato per voi e per se stesso l’onorevole Saragat. «Questo noi socialisti – è sempre Saragat che parla- non lo permetteremo mai, perché sarebbe ben più della fine della nostra politica; sarebbe la fine del popolo italiano, sarebbe il trionfo di un nuovo fascismo»: questo affermava allora l’onorevole Saragat. Noi non soltanto l’affermiamo tuttora, ma lo sentiamo perché non vale affermare un principio, se non si sente, e forse l’onorevole Saragat quando faceva quelle affermazioni non doveva sentirle. Quest’unità della classe operaia è un’esigenza che sentiamo profondamente. È una esigenza che si inserisce nella tradizione socialista italiana che noi e soltanto noi rappresentiamo.

Ed è vano da parte vostra dire che siete voialtri a rappresentarla, perché ciò che vale, in proposito, è il consenso delle classi lavoratrici e voi non potete fare a meno di constatare che il consenso intorno al nostro Partito e alla nostra bandiera va sempre più aumentando, mentre l’onorevole Romita ha dovuto constatare al congresso di Bologna prima e al congresso di Genova poi che il vostro Partito va sempre più perdendo contatto con la classe operaia. La realtà è questa, che voi non avete una base operaia. Non basta qualche operaio che ha abbandonato il fronte della classe operaia per venire da voi o per andare in altri Partiti per dare una consistenza socialista. È necessario che il Partito affondi le sue radici in seno alla classe operaia. Invece le vostre radici sono affondate in seno alla Democrazia cristiana e alle forze clerico-conservatrici. Non regge, poi, il pretesto da voi avanzato e cioè che state con la Democrazia cristiana per evitare che sbandi a destra. Orbene, io vi chiedo: ma più a destra di così?

È vero, la Democrazia cristiana, quando voi eravate al Governo, ha la responsabilità dei fatti di Melissa e di Modena; però anche su di voi pesa questa responsabilità perché allora eravate al Governo con l’onorevole Scelba. V’è di più: la Democrazia cristiana presenterà con voi le leggi liberticide . Inoltre l’onorevole De Gasperi vi ha avvertito all’altro ramo del Parlamento, quando si trattava di votare la legge che oggi stiamo esaminando qui, che la Democrazia cristiana potrà allearsi anche con Partiti di estrema destra. Egli ha detto: «Oggi i quattro Partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che io ho già nominato, cioè voi (indica il settore centro- sinistra). Domani ve ne possono essere degli altri verso sinistra e verso destra. Sono pronto ad accettarli».

Ecco già prospettata l’eventuale alleanza coi monarchici e anche forse con i missini

Dunque l’onorevole De Gasperi ha ammesso con molta lealtà di fronte ai suoi parenti poveri che può allearsi anche con la destra.

Onorevole Riccio, qui io l’aspettavo. Lasciamo stare gli scherzi di cattivo genere che potete fare ai social-democratici e ai liberali, ma non li potrete fare a noi.

Io non ipoteco il futuro e dico subito con franchezza che se voi aveste veramente il proposito di modificare la vostra politica estera, di voler fare una politica di pace e l’interesse della classe lavoratrice italiana, non considerando come dei fuori legge coloro che hanno fatto il secondo Risorgimento italiano, se voi voleste prendere atto di questa unità della classe operaia italiana, noi potremmo riprendere il discorso che venne troncato nel 1947. Queste sono le nostre condizioni. Non vi aspettate altro. Voi siete stati viziati dai vostri parenti poveri, i quali pongono tutto in termini di «poltrone» mentre noi mettiamo tutto in termini di coscienza e di fede. Questa è la differenza. (Vivi applausi dalla sinistra).

Vedete, il ragionamento che ci fanno i social-democratici di oggi e cioè che si deve prendere atto che il Partito dominante, la Democrazia cristiana, è un dato di fatto che non si può ignorare e che quindi bisogna inserirci in esso per salvare il salvabile, questo stesso ragionamento nel 1926 ci fu fatto da un uomo che è tra di voi, social-democratici, un vecchio che ha speso la sua inutile vita tra compromessi e tradimenti. Costui venne a Parigi per invitarci a lasciare l’esilio, a ritornare in patria per inserirci nel regime fascista, prendendo atto della realtà che esso ormai rappresentava. Egli ebbe la lezione che si meritava da un giovane socialista. Alcuni di noi vennero in Italia, ma clandestinamente e finirono in carcere. E adesso lo stesso ragionamento disonesto, lo fate a proposito della Democrazia cristiana. È l’animo vostro antico; e non venite, dunque, a riproporci i vostri inviti che respingiamo sdegnati. (Approvazioni dalla sinistra).

Comunque, questa è la compagnia, onorevole Scelba, la compagnia che vorrei definire con termini danteschi, ma io non voglio inasprire gli animi. Questa è la compagnia che è unita solo dal proposito di dividere i seggi altrui.

Questa è la compagnia della legge dell’onorevole Scelba ed è chiaro che, se costoro dovessero per caso avere la maggioranza nelle prossime elezioni, la democrazia italiana verrebbe a trovarsi in una situazione veramente grave. Noi più di una volta vi abbiamo avvertiti, signori del Governo, di tutti i pericoli, di tutte le conseguenze che potranno derivare da questa vostra politica. Ve lo abbiamo già detto all’inizio che la strada su cui voi vi siete messi è la strada già percorsa dal fascismo in fondo alla quale sta la rovina per voi, per noi e per tutto il popolo italiano. Se soltanto si trattasse delle sorti dei nostri Partiti poco conterebbe, ma noi sentiamo che è in giuoco qualcosa di più, qualcosa che conta di più dei nostri Partiti: si tratta del popolo lavoratore che sta fuori di queste mura, si tratta della Nazione, della Patria! Signori, voi vi accanite nel vostro proposito di arrestare il cammino della classe operaia italiana; ma per far questo dovreste essere capaci di arrestare il corso della storia. Badate che non si può fermare la ruota della storia! Chi già nel passato ha tentato di afferrare i raggi di questa ruota per fermarla, è rimasto stritolato. Già altri hanno tentato questa esperienza. Nulla dunque vi insegna il passato, onorevole Piccioni? Nulla vi insegna la storia? Non v’insegna nulla ciò che è già accaduto nel nostro Paese e che è culminato in un crescendo tragico col fascismo e con la guerra che è stata la rovina per tutti? Nessuno è riuscito a fermare l’ascesa della classe operaia italiana. E noi siamo certi, onorevoli colleghi, che nonostante questa vostra legge truffa, nonostante gli inganni, le sconfitte, le soperchierie che ancora potrete infliggerci, la disfatta definitiva sarà vostra, sarà dei nemici della classe operaia italiana! (Vivi applausi dalla sinistra).

Questa è la nostra certezza, non più la nostra speranza, come dicevo commemorando Giuseppe Stalin in quest’Aula. Non è più la speranza che ci sospinge nella lotta, è la certezza. Voi dovete credere a noi, che abbiamo fatto i capelli bianchi nei sacrifìci per la nostra fede, dovete crederci, quando vi diciamo che la nostra fede è vigorosa come la fede dei primi cristiani. Ed è precisamente questa fede, che nonostante le delusioni, gli scacchi elettorali, i soprusi che ancora potremo patire, ci dà la ferma certezza sul divenire della classe operaia italiana! Di questo siamo certi. Ma noi vorremmo che la classe operaia attingesse la sua mèta suprema senza lasciare dietro di sé rovine, lacrime, sangue. È una menzogna che lanciate contro di noi quando dite che siamo per il « tanto peggio, tanto meglio ». Potete farne testimonianza voi, colleghi Cadorna, Parri e Merzagora: noi ci siamo trovati in una situazione incandescente con le armi in pugno, nel 1945; se fossimo stati per il «tanto peggio, tanto meglio» avremmo seguito ben altra strada; ma comprendemmo che sarebbe stata la rovina per tutti ed in quei gravi momenti ci ha guidato saggezza, Carità di Patria, non spirito di vendetta, e neppure quelli che potevano essere i nostri giustificati risentimenti. Una cosa vogliamo dirvi : non ripetete l’errore fatto dal fascismo il quale, tra molte colpe, commise pure quella di accumulare nell’animo del popolo italiano risentimenti su risentimenti. E l’animo di un popolo, signori, è come un vulcano che può rimanere apparentemente spento per generazioni intere, maturando, però, la sua eruzione nelle sue viscere e poi quando esplode, signori, travolge quello che deve travolgere. Ora io vi esorto per carità di Patria, perchè ho avuto una esperienza grave, che è l’esperienza della lotta contro il fascismo e della guerra di liberazione e so che cosa vuol dire l’animo di un popolo esasperato per le lunghe prepotenze sofferte. Ecco perchè ancora una volta noi, da parte nostra, leviamo un appello che voi non avete compreso, l’appello alla distensione fra il popolo italiano, quello che non dovete avvilire mettendolo in rapporto con una nostra eventuale collaborazione al Governo.

Noi, elevando questo nostro appello, abbiamo a cuore le sorti del Paese. Voi rimarrete nuovamente sordi ad esso, lo respingerete senza comprendere l’animo che lo eleva. Non ci interessa, signori. Sappiamo che al di sopra ed al di là di voi, onorevole Piccioni e signori del Governo democristiano, al di sopra ed al di là di questa legge truffa, al di sopra ed al di là di ogni vostro inganno, sta il popolo lavoratore italiano con le sue ansie ed aspirazioni, con la sua molta miseria e con la volontà di lavoro, di pane e di pace . Ed è a questo popolo, onorevole Piccioni e signori avversari, che noi lanciamo il nostro appello, sicuri che un giorno sarà raccolto!

(Vivissimi applausi dalla, sinistra. Moltissime congratulazioni).

 

Atti Parlamentari — 39354
Senato della Repubblica 1948-53
CMLVI – I^ seduta discussioni 10 marzo 1953

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Commenti all'articolo
  1. Un Gigante socialista al confronto dei nani di oggi.
    I nostri parlamentari dovrebbero conoscere questo intervento. Spero che non dimentichino di seguirne l’esempio.
    Cari compagni della Redazione: siete stati grandi !!
    Il messaggio è chiaro e l’indirizzo si può immaginare. Speriamo di non dover dire che non c’è più sordo di chi non vuol sentire. Con fraterni saluti
    Je suis socialiste

    • Carissimo Mauro:correggimi se sbaglio
      Nel 1953 non era stato ancora reso noto il rapporto di Kruscev sui crimini di Stalin. l’Ungheria non era stata ancora invasa dai carri armati sovietici, Nenni non aveva perciò ancora motivi per ritirare il Premio Stalin. Pertanto la commemorazione di Pertini su Stalin si era espressa in un contesto in cui tanti socialisti vedevano nell’URSS il Paese che maggiormente testimoniava l’emancipazione del proletariato.
      Spero che altri compagni si interessino a questo ponderoso intervento di Pertini in Parlamento e partecipino all’approfondimento con i loro commenti.
      Je suis socialiste

      • Nicola puoi stare tranquillo i Socialisti voteranno NO al referendum sulle deforme Costituzionali e SI per la legge detta italicum peggio della legge Acerbo di fascistica memoria e manderemo a studiare renzi e la sua segretaria e tutti coloro che gli hanno tenuto bordone.

  2. La legge elettorale di allora ere “truffa”. E’ evidente che quella di Renzi è “truffissima”(viste le percentuali) e di più. Mi associo ad Olanda. P.S. W Pertini! Saluti socialisti!

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