martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Piero Gobetti e
la “sinistra mai nata”  
Pubblicato il 11-04-2015


Piero GobettiLeft, il settimanale allegato alla nuova Unità, in un numero di qualche tempo fa, ha pubblicato un articolo di Elisabetta Amalfitano, intitolato “La sinistra mai nata”; l’articolo è la presentazione di un numero monografico di “Critica Liberale” dedicato a Piero Gobetti, l’”intellettuale torinese dimenticato dalla ‘gauche’ italiana”. Secondo la Malfitano, il direttore della rivista, Enzo Marzo, nell’introduzione al numero monografico induce a pensare che uomini come Gobetti, il cui impegno era quello di organizzare un’opposizione al fascismo, siano stati messi a tacere, salvo poi venire “risuscitati”, dopo la guerra e la sconfitta del fascismo, “per essere trasformati in miti, una volta che il loro pensiero era stato manipolato se non addirittura occultato”.

E’ stato questo il destino che ha coinvolto molti pensatori antifascisti, tra i quali Piero Gobetti, che si caratterizzava per “essere un socialismo liberale, non marxista, e dunque sempre osteggiato dai comunisti, perché troppo di destra, e dai ‘liberaloidi’ perché troppo di sinistra”. La conseguenza di tale stato di cose ha comportato che in Italia non sia stato possibile costruire un’altra sinistra, che avrebbe potuto costituire una valida alternativa a quella riconducibile all’illibertario “socialismo reale”. E’ rimasto così un “grande vuoto”, che “mette in risalto la tragedia del nostro Paese”; oggi, perciò, s’impone l’urgenza di colmare quel vuoto che, secondo Marzo, non può essere colmato con il silenzio, ma con l’impegno della cultura politica di tutta la sinistra laica, moderna, democratica, liberalsocialista a fare “i conti seriamente con la storia e la modernità”, al fine di mettere in campo una propria classe dirigente all’altezza dei problemi che affliggono da tempo il Paese.

Viene subito spontanea una domanda: gli scritti di Gobetti possono realmente costituire un punto di partenza per l’elaborazione di un pensiero socialista, riformista e democratico, che possa essere assunto a fondamento di un’azione politica per la modernizzazione del Paese?Dalla lettura degli scritti di Gobetti si ricava l’impressione che molte siano le contraddizioni che in essi possono essere rinvenute: egli si proclamava difensore della libertà e dell’autonomia individuale, ma si appellava ad un metodo, la lotta di classe e l’uso della violenza, che facevano “strame” della libertà e dell’autonomia di giudizio individuale da lui auspicate; ancora, rinveniva nel capitalismo il motore della modernità e del progresso, con una tale enfasi da fare invidia ai corifei moderni del “turbocapitalimso” mondializzato; egli riteneva che la concorrenza economica avesse la stessa natura della concorrenza tra le classi sociali e fosse la condizione per il funzionamento ottimale dei sistemi sociali moderni; infine, rinveniva nel capitalismo di ogni singolo sistema sociale la spinta utile per consentire al mondo di diventare “globalmente capitalista”.

Inoltre, Gobetti trovava nella logica sottostante la circolazione delle élite di Vilfredo Pareto e di Gaetano Mosca il meccanismo idoneo a favorire il rinnovamento nel tempo della classe politica, senza considerare che, sia Pareto che Mosca, avevano elaborato la loro teoria, con riferimento ai sistemi a democrazia liberale, a sostegno del loro assunto secondo cui in tali sistemi si verificava un processo di “selezione avversa”, nel senso che, al di là dei cambiamenti esteriori, serviva solo a riprodurre gli stessi rapporti di potere che i cambiamenti avrebbero dovuto consentire di superare. Si deve ancora osservare che nell’elaborazione del suo pensiero Gobetti, contraddittoriamente rispetto ai fini che si prefiggeva, ha scelto come suo paradigma di riferimento, il pensiero di Cattaneo e Cavour, in luogo di quello di Mazzini, ignorando la circostanza che il Genovese sia stato l’unico a porre senza compromessi, a differenza dello stesso Cattaneo e soprattutto di Cavour, il problema della libertà, non in termini idealistici, astratti o depotenziati, ma in termini concreti e reali.

Gobetti non ha tenuto nella debita considerazione che Mazzini rifiutava il costituzionalismo liberale, perché lo considerava largamente “al servizio” di un sistema sociale classista, censitario, conflittuale e privo di ideali autenticamente innovatori che potessero consentire la traduzione del repubblicanesimo da ideologia in struttura organizzativa dello Stato. Nell’elaborazione del suo pensiero libertario Mazzini, tenace difensore del repubblicanesimo istituzionale e della democrazia, lottava per la parità tra gli uomini e l’abolizione di ogni forma di dominio degli uni sugli altri; attribuiva uguale valore alla libertà ed all’eguaglianza politica e, in questa prospettiva, intendeva il repubblicanesimo come strumento per porre, sempre, nell’organizzazione istituzionale del sistema sociale, l’accento sulla prevalenza dell’interesse generale rispetto a quello individuale.

Il repubblicanesimo di Mazzini implicava anche che, sia la “libertà in negativo”, che la “libertà in positivo”, fossero fruite dai soggetti nella consapevolezza di non trovarsi in una condizione di dipendenza; in altri termini, che le due forme di libertà si accompagnassero a una totale indipendenza dei singoli dall’influenza di qualsiasi condizionamento esterno. Ciò perché, affermava Mazzini, sin tanto che tutti i singoli soggetti fossero stati impediti di godere autonomamente della propria libertà, essi avrebbero continuato a conservarsi atrofizzati, costretti alla rassegnazione e a non poter sviluppare tutte le loro potenzialità.

Strettamente legata al repubblicanesimo mazziniano era la democrazia; questa per Mazzini era un’esigenza irrinunciabile, che doveva portare tutti i soggetti del sistema sociale verso una vita meno gravida di ingiustizie e di diseguaglianze. Non era certo una rivoluzione quella che Mazzini evocava, allorché parlava di democrazia e di repubblica; queste non implicavano per lui atti violenti, ma l’esigenza di favorire un moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, fino ad allora riservata a pochi gruppi sociali privilegiati.

Alla luce delle osservazioni sin qui svolte, appare evidente che, se l’intento era quello di tracciare le linee prospettiche per un’azione di rinnovamento del sistema sociale italiano, coerentemente Gobetti non avrebbe dovuto riferirsi al pensiero di Cattaneo o di Cavour, ma a quello di Mazzini, elaborando un “pensiero socialista” alternativo a quello allora prevalente; poiché ciò non è avvenuto, tutti i tasselli dell’impianto della sua “rivoluzione liberale”, accostando spesso concetti che si negano reciprocamente, altro non sono stati, come è stato autorevolmente osservato, che una proposta complessiva ricca di contraddizioni, anche se coinvolgente sul piano ideologico, in grado di favorire alleanze politiche utili a mobilitare l’opposizione al fascismo, ma destinata ad esaurirsi con la fine della dittatura. Esattamente ciò che è avvenuto.

Ciò non toglie che a Gobetti, morto anche a causa della violenza fascista, vada riconosciuto il merito d’essere stato un integerrimo oppositore di chi, dopo il primo conflitto mondiale, ha negato la libertà e l’autonomia di giudizio agli italiani. Egli ha realizzato il suo intento politico con un tale impegno ed una tale perseveranza, che gli sono valsi il giusto riconoscimento di “arcangelo del liberalismo”, sino a divenire un punto di riferimento per tutti i libertari. Tuttavia, pur con tutto il rispetto che si deve alla sua azione e al suo esempio, si deve anche riconoscere che le molte contraddizioni della sua elaborazione intellettuale e i molti accostamenti di concetti tra loro contraddittori rendono problematica l’individuazione nella figura di Piero Gobetti di un “autentico genio della filosofia politica ed economica” utile a dare fondamento ad un autentico pensiero socialista democratico e libertario.

Gianfranco Sabattini

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Come sempre grazie per l’approfondimento e per la messa in luce delle contraddizioni del pensiero di Gobetti con quello organico e coerente di Mazzini. Per chi non ha o il tempo o la capacità per l’approfondimento, queste sue riflessioni contribuiscono a distinguere il valore da assegnare a Gobetti come martire per la libertà da quello di genio della filosofia politica ed economica. Appena le sarà possibile sarebbe utile e interessante conoscere le sue riflessioni sull’elaborazione liberal socialista dei fratelli Rosselli e se vi ha individuato anche in loro delle contraddizioni.
    Grazie e saluti fraterni
    Je suis socialiste

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