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Opinioni e commenti
 

PROVE DI PULIZIA
Pubblicato il 01-04-2015


Legge-anti-corruzione

Il disegno di legge anticorruzione dopo due anni di gestazione lascia Palazzo Madama per imboccare la strada di Montecitorio. Il Senato ha infatti approvato il ddl, – con 165 sì, 74 no e 13 astenuti – forse grazie anche alla spinta degli ultimi scandali di questi giorni, che l’allora senatore – non era ancora Presidente di Palazzo Madama – Pietro Grasso presentò a inizio legislatura, 740 giorni fa. Il perché di una così lunga gestazione è da ricercarsi probabilmente non solo nella complessità e delicatezza della materia, ma anche in quello che si è rivelato come lo scoglio più duro da aggirare, quello sul falso in bilancio.

L’articolo 8, quello che disciplina il reato di falso in bilancio, è stato approvato, con voto segreto, con 124 voti favorevoli e solo tre voti di scarto, in un coro di polemiche sui ‘pianisti’ che votavano anche per gli assenti. Su una maggioranza di 121 hanno detto “sì” a scrutinio segreto solo in 124. I “no” sono stati 74 e gli astenuti 43. Quattordici le assenze in Forza Italia al momento del voto. Tra queste: Maria Rosaria Rossi, Denis Verdini, Niccolò Ghedini, Altero Matteoli. In Ap-Ncd non hanno partecipato alla votazione in 15 tra cui Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi, Maurizio Sacconi, Pier Ferdinando Casini. Per il Pd, gli assenti sono stati 17 tra cui Linda Lanzillotta, Nicola Latorre, Francesca Puglisi, Ugo Sposetti, Rosa Maria Di Giorgi. Era un “voto delicato”, ha commenta il ministro di giustizia Andrea Orlando.

Hanno votato a favore del testo anche i senatori socialisti, ma non senza qualche perplessità. Il senatore Enrico Buemi nella sua dichiarazione di voto, ha lamentato la mancanza di “controlli preventivi” che si potevano ripristinare andando a “rivedere l’esperienza del passato” avvalendosi dell’attività che svolgevano i segretari comunali e i comitati regionali di controllo” La mancanza di questi filtri, “seppure con i loro limiti, esercitavano comunque un’azione preventiva che, essendo venuto meno, ha provocato una deriva, una slavina di comportamenti illegali”. Buemi ha inoltre messo in rilievo come nel ddl si tratti “la corruzione in atti giudiziari, ma non avere accettato in maniera altrettanto necessaria la concussione in atti giudiziari. Fa un po’ specie il fatto che, di queste due fattispecie di reato, uno abbia un riconoscimento anche nel comportamento illecito del magistrato e l’altra no, come se l’atteggiamento concussorio di un operatore della giustizia non possa accadere”.

“La legge sull’anti-corruzione – ha dichiarato capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Giustizia al Senato Enrico Cappelletti – è falsata dal voto di pianisti che si esprimono per senatori assenti e il presidente Grasso non annulla le votazioni”. “Molti emendamenti anche migliorativi non vengono approvati sul filo del rasoio per 1-3 voti. Il Movimento 5 Stelle ha già scoperto un “pianista” che ha votato per il senatore Tarquini (Forza Italia) assente in Aula, ma di fronte alle denunce del M5S Grasso non annulla votazioni palesemente irregolari”. “È assurdo, un paradosso totale. Si vota una legge che vorrebbe contrastare l’illegalità che è falsata dall’irregolarità del voto sugli emendamenti! Come se si volessero contrastare i furti e vengono ignorate le denunce puntuali di chi individua i ladri”. Comunque il Movimento Cinque Stelle dopo una consultazione online degli iscritti ha deciso, tra non pochi mal di pancia però, di votare no.

Nella consultazione online degli iscritti al blog di Grillo, su 27.124 iscritti certificati, si è espresso a favore il 19,7 % dei votanti mentre ha detto “no” l’80,3%. Mentre il deputato Toninelli ha salutato con favore la decisione della base ribadendo che “serve il Daspo per i politici corrotti e un vero falso in bilancio”, in Senato Michele Giarrusso, che aveva invitato gli attivisti M5s a votare sì, è d’accordo nel dire che sarebbe stato meglio avere pene più severe, così come “mancano molte cose che ritenevamo necessarie”, ma è vero anche che sono “meglio due passi avanti che nulla”.
Comunque il testo licenziato oggi dal Senato contiene numerose novità.

Falso in bilancio
Il reato di falso in bilancio che era stato sostanzialmente depenalizzato dal governo Berlusconi, sarà sempre perseguibile d’ufficio, ma con diverse soglie di punibilità: 3-8 anni per le società quotate, 1-5 anni per le non quotate, ma senza alcuna soglia percentuale di non punibilità. Proprio questo era stato lo scoglio che aveva bloccato la norma a Palazzo Chigi nell’ultimo Consiglio dei ministri del 2014. In quell’occasione era spuntata a sorpresa – lo stesso Renzi rivendicò la paternità della norma – un ‘articolo 19 bis nel testo del decreto fiscale – che venne subito ribattezzata ‘salva Berlusconi’ perché gli avrebbe consentito di rimettere in discussione la condanna per frode fiscale che lo ha escluso dalla possibilità di ricandidarsi per 6 anni.
Il testo del Senato si presta però a non poche obiezioni perché contiene pericolosi margini di ambiguità sulla punibilità del falso in bilancio come ha efficacemente spiegato Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera di oggi.

Mafie
Più dure le pene per associazione mafiosa. Capi e aderenti ai gruppi della criminalità organizzata, rischieranno in base all’articolo 4, quasi trent’anni di carcere. Con le nuove norme si punisce con il carcere da 10 a 15 anni chiunque fa parte di un clan (attualmente è da 7 a 12 anni) e con la reclusione da 12 a 18 anni i boss (ora è da 9 a 14 anni). Se l’associazione è di tipo armato per gli affiliati la pena sale a 12-20 anni (ora è da 9 a 15 anni) e per i capi-mafia a 15-26 anni (ora è 12-24 anni).

Patteggiamento
Si potrà ricorrere al patteggiamento e alla condizionale nei processi per i delitti contro la pubblica amministrazione, ma soltanto nel caso in cui il ‘bottino’ sia stata integralmente restituito.
Inoltre in base all’articolo 3, quello che stabilisce la riparazione pecuniaria, per i reati contro la PA, in caso di condanna, il funzionario corrotto dovrà versare allo Stato una somma pari alla “mazzetta” ricevuta.

ANAC
L’articolo 6 del ddl prevede l’obbligo per il Pm quando esercita si occupa di reati contro la PA, di informare l’Autorità nazionale Anticorruzione. L’Autorità potrà intervenire anche sui contratti di appalto secretati o che richiedono particolari misure di sicurezza. Nelle controversie sull’affidamento di lavori pubblici e sul divieto di rinnovo tacito di contratti di lavori pubblici, il giudice amministrativo informa l’Authority su ‘ogni notizia emersa’ in contrasto ‘con le regole della trasparenza’.

Peculato
Aumentano le sanzioni per il peculato, che passa a un massimo di 10 anni e 6 mesi (a fronte dei precedenti 10 anni), e dell’induzione indebita, che sale dal binomio 3-8 anni a 6 anni di minimo e 10 anni e 6 mesi di massimo. Inoltre, così come suggerito dal testo originario presentato da Pietro Grasso, ci sarà il ‘taglio’ da un terzo alla metà della pena per chi avrà collaborato per evitare che il reato fosse portato a conseguenze ulteriori, per le prove e per l’individuazione degli altri responsabili o anche per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite. Non passa purtroppo invece la novità degli ‘agenti provocatori’, uno strumento utilizzato in altri Paesi come gli Stati Uniti.

Corruzione
Per la corruzione propria (atti contrari ai doveri d’ufficio) la pena massima da 8 anni arriva a 10 anni (e la minima sale da 4 a 6). Per la corruzione per l’esercizio della funzione (corruzione impropria), il pubblico ufficiale rischia la reclusione da uno a 6 anni e non più a 5 anni. Per restituire organicità a tutto il sistema dei reati contro la pubblica amministrazione sono stati anche approvati aumenti di pena per la corruzione in atti giudiziari che passa da una “forchetta” 4-10 anni a una di 6-12 anni di carcere.

Armando Marchio

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