lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
Il sindacato ‘deve’ fare politica
Pubblicato il 03-04-2015


Il politico non può non porsi, tra l’altro, due obiettivi:1) capire le cause dei cicli economici, per prevenire catastrofi sociali (anche in economia, prevenire è meglio che curare; 2) capire la “farmacologia economica”, per scegliere, all’occorrenza, le “medicine” di pronto effetto, nella cura delle malattie economico- sociali. I cicli economici sono segmenti della storia economica. La loro durata dipende, oltre che dalle cause iniziali e dalla politica nazionale, anche dal contesto internazionale. In un’economia globalizzata il pericolo di un aggravamento o di un allungamento del periodo del ciclo è sempre dietro l’angolo. Perciò, è ancora più urgente il possesso dei due requisiti. Anche le conquiste scientifiche e le nuove tecnologie provocano effetti, che danneggiano i rapporti tra le economie. I Paesi deboli e non previdenti rischiano di più. Tra gli economisti, prevale la posizione, che attribuisce le causa dell’inizio della crisi a fatti di natura monetaria, bancaria e finanziaria. La prevalenza di questa posizione iniziò nel 1860, quando le economie erano reali e non alimentate da uno sviluppo delle tecnologie della seconda metà del ‘900. Da quando, l’economia è più finanziaria che reale, è il modo di controllare i fatti finanziari a determinare la distanza tra il massimo e il minimo e la durata del ciclo. Dovremmo aggiungere, oggi, il settore assicurativo, che rappresenta un emissario per il lago finanziario.

È illuminante leggere i risultati dei bilanci 2014 delle Banche e delle Assicurazioni (la Cattolica Ass.ni ha avuto un incremento del reddito 2014, del 66,9%). Ciò, conferma la necessità di una politica che deve avere l’autorevolezza e la conoscenza necessarie per il controllo dei fatti economici. Siccome il progresso tecnico provoca degli spostamenti occupazionali, non capire tempestivamente l’innovazione e i suoi effetti è cosa negativa.

Come sosteneva Prodi, chi, vuole essere qualificato politico, non può non conoscere l’economia politica e la politica economica. Da quando Landini ha iniziato a parlare della necessità di creare un movimento Politico, non riesco a neutralizzare l’insofferenza nei confronti di chi, come la Camusso, ritiene che il sindacato non debba interessarsi di politica. Sto prendendo atto della degenerazione del sindacato all’europea, ma non ho risolto il dilemma: “Ciò, è conseguenza dell’ignoranza della Camusso o è dell’aspirazione veltroniana a diventare americano”.

Da studente della Facoltà di Economia e Commercio, capii la differenza tra il sindacato all’americana e quello all’europea. Negli Stati Uniti, il sindacato si interessava del rapporto tra i dipendenti di un’impresa e il padrone; in Europa, e in Italia, in particolare, gli operai non solo si interessavano dei problemi con l’azienda per la quale lavoravano, ma anche delle condizioni degli altri lavoratori, dei pensionati e della società in generale. Chi non ricorda i lavoratori del Nord a fianco dei contadini del SUD. Ogni rivendicazione veniva inquadrata nelle problematiche nazionali. Da un po’ di tempo, ognuno pensa a sé e ogni corporazione “se ne fotte” del contesto nazionale e degli altri cittadini. Buona parte delle debolezze attuali dipendono da questo “menefreghismo”.Io sono in attesa della “distruzione creativa” di cui parlava Schumpeter e della rinascita del sindacato all’europea. Inoltre, aspetto la sconfitta di chi teorizza l’esclusione dello Stato dallo svolgere un’azione regolatrice dei processi economici. Non per nostalgia, sono per un incremento delle Partecipazioni Statali, per la programmazione economica, per l’essiccamento della mentalità corporativa e per fare atrofizzare la crescita del terzo settore (che contiene il diavolo e l’acqua santa).

Luigi Mainolfi

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