venerdì, 23 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

“The Blind Side”.
La lotta per i diritti civili
dei neri afroamericani
Pubblicato il 12-04-2015


the blind sideCanale 5 risponde a Rai Uno e punta sullo sport per un messaggio sociale mondiale. Se la tv pubblica ha trasmesso la storia di Pietro Mennea, la Mediaset ha messo in onda la vicenda di un altro campione: Michael Oher. Se nella prima fiction, per la regia di Ricky Tognazzi, c’era il mito degli atleti di colore (come Tommie Smith), su quella in programma su Canale 5 c’è al centro un giocatore di football americano statunitense, ovviamente di pelle nera (Oher appunto). Se Mennea era di origini umili, Oher veniva dai quartieri più poveri americani, dai bassifondi malfamati e da una famiglia numerosa (di dodici figli) e che viveva “al limite”: sua madre era alcolizzata e tossicodipendente mentre suo padre, Michael Jerome Williams, era spesso in carcere.

Se la prima promuoveva il messaggio di Martin Luther King, il sogno che aveva di parità di diritti ed eliminazione di ogni forma di discriminazione contro il razzismo, il secondo mostra la crescita sociale e la possibilità di realizzazione ed inserimento sociale, che una famiglia adottiva dà a un diciassettenne nero apparentemente senza probabilità di riuscita. Il tutto dopo Martin Luther King, dopo Rosa Parks, dopo Mandela e Ghandi. Ora il film pone un interrogativo: ai tempi in cui è stato eletto un presidente americano di colore, Barack Obama, in cui in tutti i campi atleti di colore trionfano e sono apprezzati, a che punto sono effettivamente i diritti dei neri?

Soprattutto in America, in cui da sempre la società è divisa tra posizioni contrastanti e da una convivenza non sempre facile? Lo sport può e deve veicolare messaggi di speranza, di unione, di fratellanza, di solidarietà, come la campagna “No to racism” nel calcio ad esempio. E può, soprattutto, aiutare a far riflettere. Il regista Michele Placido, portando in scena una commedia di Pirandello di un secolo fa, nel suo film “La scelta” ispirato a “L’Innesto” del poeta siciliano, ha fatto notare come molto poco sia cambiato o quasi nulla in confronto a quello che sarebbe dovuta essere l’evoluzione in tema di diritti delle donne, di violenze sessuali ai loro danni. Non vorremmo dovessimo fare lo stesso ragionamento per i diritti e le libertà fondamentali, sancite dalla nostra Costituzione, per i neri.

Da questo punto, non a caso, è partito il presidente Obama, nel suo discorso tenuto il 7 marzo (poco prima della proiezione in tv), alla fine del ponte Edmund Pettus della piccola città di Selma, in Alabama (città divenuta simbolica e metà anche della lunga corsa di Forrest Gump). Una riflessione dovuta, che evidenzia come il razzismo non sia ancora stato sconfitto, anzi rappresenta “un’ombra sul nostro presente”, come l’ha definito Obama. Tuttavia sarebbe ingiusto dire che nulla è cambiato, ma occorre rafforzare le misure giuste prese sinora. Obama, infatti, ha anche invitato il Congresso ad approvare di nuovo il Voting Rights Act, considerevolmente indebolito da una sentenza della Corte Suprema del 2013: in base ad essa le autorità statali e locali possono approvare leggi che rendono più complicate le procedure di voto per i neri.

Non solo; il presidente americano ha esortato la Corte Suprema a rivedere il divieto, a suo avviso incostituzionale, delle nozze gay imposto in quattro stati americani il 28 aprile. Ciò implica, infatti, anche che le coppie gay e i loro figli siano considerate “famiglie di seconda classe”. Sulla stessa linea di pensiero Obama ritiene che: “Gli Stati non possono proibire i matrimoni fra razze diverse”.

Questo è quanto mai importante in una data storica, quale quella del 7 marzo: nel 1965 a Selma la polizia e un gruppo di cittadini volontari assaltarono seicento persone che stavano manifestando per i diritti degli afroamericani e per la morte di un loro attivista. Qui quell’anno, guidati dal pensiero di Martin Luther King, gli afroamericani chiesero il diritto di voto. Fatti del genere, violenti e di odio a sfondo razziale, purtroppo persistono tuttora. Basti citare il caso del discutessimo rapporto del dipartimento di Giustizia sull’uccisione del 18enne nero Michael Brown a Ferguson (secondo il quale l’agente che l’ha ucciso non verrà incriminato).

Anche nel film sulla vita di Oher, casi di violenza a sfondo razziale nei confronti dei neri afroamericani sono mostrati più volte. E la cronaca moderna riporta molte vicende simili, sfortunatamente. Nel 2014 la polizia uccise (il 7 marzo a Selma) un giovane 19enne disarmato, Anthony “Tony” Robinson, sospettato per una recente aggressione. E il 4 marzo, nel South Carolina, il poliziotto bianco Michael T. Slager, ha aperto il fuoco in pieno giorno in un parco pubblico uccidendo un 50enne afro-americano, Walter L. Scott. Un video incastrò il poliziotto: l’agente avrebbe sparato per otto volte contro l’uomo in fuga e disarmato. Nonostante avesse dichiarato di essersi difeso dopo che Robinson era riuscito a prendere il suo taser, non appena fermò l’auto per un fanalino rotto.

Non solo. Ancora più grave forse, il fatto che, fino alla seconda parte del secolo XX, si è avuta la divisione delle sacche di sangue destinate alle trasfusioni, in base alla razza del donatore, operata anche dalla Croce Rossa statunitense. Ma la salute e la sanità non erano un diritto universale? 50 anni dopo quel 7 marzo del ’65 che cosa è veramente cambiato allora? La storia di Big Mike invita a pensare a tutto questo. Così soprannominato per la sua statura (193 cm), la sua vicenda fa scuola ancora oggi. Il 6 marzo scorso (poco prima della trasmissione del film in tv), Oher ha firmato un contratto biennale del valore di 7 milioni di dollari con i Panthers; dopo quello quadriennale del valore di 20 milioni di dollari (inclusi 5,9 milioni garantiti), del 14 marzo 2014, firmato coi Tennessee Titans.

Forse il suo miglior risultato lo ha raggiunto il 3 febbraio 2013, quando è partito come titolare nel Super Bowl XLVII contribuendo alla vittoria dei Ravens sui San Francisco 49ers per 34-31, laureandosi per la prima volta campione NFL. Classe ’86, il 28 maggio festeggerà il suo compleanno. Questo film è un omaggio anche in previsione di questa ricorrenza. Esso, del 2009, è stato scritto e diretto da John Lee Hancock. Basato sul libro di Michael Lewis, The Blind Side: Evolution of a Game, il titolo del film stesso è al contempo emblematico e simbolico: “The Blind Side”. Oher ricopre il ruolo di offensive tackle: il compito di questo giocatore è quello di proteggere il quarterback dai placcaggi degli avversari, che cercheranno di bloccarlo attaccandolo dai lati che il quarterback non può vedere (i blind sides appunto). Ma in inglese blind side significa lato oscuro, cieco, non visibile cioè a tutti all’esterno. Oppure persino tenuto nascosto, celato, che si cerca di far dimenticare, che non si vuole trattare od affrontare quale tematica ed argomento ostico, scomodo, pericoloso.

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Quinton Aaron e Sandra Bullock in “The Blind Side”

Si tratta di ciò che non si coglie o non si vede o non si vuole vedere, di cui si fa finta di non rendersi conto, un po’ come un velo d’omertà metaforicamente sulle discriminazioni razziali e sulle difficoltà d’inserimento per un afroamericano di origini povere in America. Bene ha ricordato Obama che non si deve dimenticare che sono stati gli schiavi di ieri a rendere oggi l’America e gli Stati Uniti liberi. Per Oher, se non fosse stato per la sua famiglia adottiva, non ci sarebbero state possibilità di studio né di praticare sport, né tantomeno addirittura di diventare un campione apprezzato e riconosciuto.

Non a caso Sandra Bullock (scelta per il ruolo di Leigh Anne Tuohy, inizialmente proposto a Julia Roberts che lo rifiutò) ha vinto un Golden Globe quale miglior attrice e lo Screen Actors Guild Award. Il film ha inoltre ottenuto due candidature agli Oscar 2010, come miglior film e miglior attrice protagonista, vincendo quest’ultimo. Furono, invece, gli attori Aaron Quinton ad interpretare quello di Michael Oher e Tim McGraw quello di Sean Tuohy.

Con delicatezza il film ben evidenzia quanto questo giovane di colore non volesse fare del male a nessuno, quanto volesse solamente essere ascoltato, riconosciuto dalla società, accettato per quello che era, poter realizzare il suo sogno di diventare un grande campione professionista di football americano. Voleva solamente poter essere libero di scegliere la propria strada. Ed è in questo che la madre adottiva, a malincuore, lo supporta soprattutto ripetendogli: “voglio che tu faccia quello che vuoi. La vita è la tua. La scelta è la tua”. Ma oggi è ancora possibile o lo è più di prima?

Mentre viene spontaneo chiedersi automaticamente questo, mentre il film ci invita a riflettere su questo, assistendo al dialogo tra madre e figlio, probabile che scenda una lacrima agli occhi (anche alla sempre solare e sorridente Sandra Bullock). La scena, infatti, è molto intensa nella sua semplicità e banalità: non è scontato che tra genitori e figli adottivi riesca ad instaurarsi un rapporto così intenso e profondo, sincero, naturale (e qui sarebbe da aprire un’interminabile parentesi sul tema delle adozioni, ma divagheremmo troppo).

Ma condividiamo il riconoscimento dato al talento della Bullock soprattutto per un’importante frase memorabile, che racchiude tutto il senso del nostro discorso, che pronuncia. Ovvero le parole che rivolge a Big Mike prima della partita, che gli regalano un insegnamento inestimabile: “questa squadra è la tua famiglia ora e devi proteggerla dagli altri giocatori avversari, come hai fatto con me e mio figlio non permettendo che ci facessero mai del male”. Nel riuscire a fare mèta per Oher, oltre ad essere un po’ come difendere la sua famiglia adottiva, è stato un po’ come segnare il goal della vittoria dei diritti civili, come riuscire a difendere i diritti di tutti i neri, degli afroamericani in particolare, le loro libertà fondamentali che sono uguali a quelle dei bianchi, in una parola il diritto ad essere riconosciuti quale parte integrante e importante della società americana, che contribuiscono a costituire, far crescere, sviluppare e progredire, proprio tramite queste loro manifestazioni e dimostrazioni rivoluzionarie. Quella fu la vera rivoluzione e il vero miracolo di Big Mike: non tanto, non solo, riuscire a diventare campione sportivo, a studiare, a segnare, a far vincere la propria squadra, ma a rendere più libera l’America con il suo esempio. Tutto questo è il “blind side”, il lato oscuro che non deve più rimanere tale.

Barbara Conti 

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