venerdì, 20 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Stretta di Erdogan dopo gli attacchi terroristici
Pubblicato il 02-04-2015


Erdogan-terrorismoAnche oggi c’è stato un allarme bomba per un volo della Turkish Airlines decollato da Istanbul e diretto a Lisbona, costretto a ritornare all’aeroporto Ataturk. Due giorni fa, un altro aereo della stessa compagnia era stato costretto a un atterraggio di emergenza a Casablanca, in Marocco, dopo l’arrivo di una telefonata che annunciava la presenza di un ordigno a bordo. Un altro allarme aveva costretto un terzo aereo della Turkish airlines a far ritorno all’aeroporto di partenza. In tutti i casi le ricerche a bordo non hanno dato frutti, ma questi falsi allarmi non costano nulla a chi li fa e invece stanno provocando danni notevoli alla compagnia aerea turca.

Quanto sta avvenendo va comunque inserito nel quadro di una vera e propria offensiva del terrorismo interno contro quello che ormai si sta trasformando in un regime illiberale con forti venature fondamentaliste islamiche.

In rapida successione ci sono stati due gravissimi fatti di sangue. Martedì Istanbul è stata teatro del tentato rapimento del magistrato, Mehmet Selim Kiraz, responsabile della fallimentare indagine per trovare i responsabili della morte del quattordicenne Berkin Elvan durante le manifestazioni di Gezi Park, nel 2013, finito in un bagno di sangue con la morte dell’ostaggio e dei sequestratori. Il giorno dopo una donna kamikaze con una bomba, è stata uccisa dagli agenti mentre tentava un assalto alla sede centrale della polizia sempre a Istanbul e nella sparatoria due agenti sono rimasti feriti mentre un complice è stato arrestato dopo una breve fuga. Un altro episodio si è verificato ieri, ma per fortuna senza spargimento di sangue, nella sede dell’AKP, (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), il partito islamico cui appartiene il presidente Recep Tayyip Erdogan. In questo caso un uomo armato, successivamente catturato dalle forze di sicurezza, dopo essere entrato nella sede del partito e aver fatto uscire tutti aveva esposto alla finestra una bandiera turca a cui aveva sovrapposto una sorta di scimitarra. Nello stesso tempo sono giunte notizie, frammentarie e difficili da verificare per la censura imposta dal governo, di arresti in massa di sospetti affiliati al Fronte rivoluzionario, il gruppo di estrema sinistra Dhkp-C, una cui cellula ha rivendicato il sequestro del giudice. Almeno 32 gli arresti a Antalya, Eskisehir, Smirne. La polizia ha anche fatto irruzione nella facoltà di giurisprudenza dell’università di Istanbul, arrestando 26 giovani, dopo che era stata esposta su un muro la fotografia di uno dei due sequestratori del giudice.

Questa situazione di fortissima tensione sta però dando all’uomo forte di Ankara la scusa per un’ulteriore giro di vite sui già ridotti margini di libertà con la promulgazione di leggi che riducono fortemente la libertà di stampa e concedono ampie possibilità di ridurre la libertà personale a discrezione delle autorità di polizia senza intervento della magistratura.

È in questa cornice che la stampa indipendente è stata esclusa dai funerali del giudice ucciso e quattro giornali sono finiti sotto inchiesta per aver pubblicato foto dei fatti. La censura aveva obbligato a interrompere le dirette sull’attacco al palazzo di giustizia, invocando ragioni superiori di ‘sicurezza nazionale’. Le testate non allineate alle posizioni del governo colpite dal provvedimento di polizia decise dal premier Ahmet Davutoglu e indagate dall’antiterrorismo per “propaganda terrorista”, sono Hurriyet, Radikal, Cumhuriyet, Taraf, Sozcu, Bugun e Zaman, assieme a due tv private Cnn Turk e Kanal D.

La decisione è stata giustificata con il fatto che queste testate hanno pubblicato martedì la foto del magistrato con una pistola puntata contro la tempia diffusa dai sequestratori, definita “propaganda terrorista”. Per protestare contro questi provvedimenti, il quotidiano Hurriyet, ha indetto una giornata di sciopero e proteste sono state espresse dai media indipendenti e dall’Associazione turca dei Giornalisti Tgc, che le ha definite “un nuovo ostacolo per l’informazione del pubblico”.

La Turchia detiene il poco invidiabile primato di giornalisti in carcere e le difficoltà sul piano dell’ordine pubblico si uniscono alla grave crisi sociale che sta attraversando il Paese, guidato ormai da tredici anni dal solo partito islamico di Erdogan.

Rimane invece ancora fitto il mistero sull’altro evento che martedì ha segnato la giornata dell’assalto al tribunale col sequestro del giudice. Resta infatti tutt’ora senza spiegazione – o forse sono spiegazioni che non si vogliono ammettere – il blackout elettrico che ha paralizzato 44 centri, tra cui le più grandi città, comprese Istanbul, Ankara, Antalia.

Il super black out, durato diverse ore, ha paralizzato praticamente tutta la Turchia ed è costato, secondo quanto scrivono i giornali, circa 700 milioni di euro all’economia del Paese. Secondo il ministero dell’energia il black out turco è stato il peggiore da quello che si verificò nel 1999 in conseguenza del terremoto del Mar di Marmara. Il premier e il ministro dell’energia non hanno escluso un atto terroristico o un ‘cyberattacco’, ma finora non è stata presentata alcuna prova al riguardo e l’ipotesi potrebbe solo servire a coprire un grave esempio di inefficienza. Non a caso la tesi del ‘cyberattacco’ è stata ripresa da diversi quotidiani filo governativi, che ipotizzano anche un non meglio definito ‘sabotaggio’. Il quotidiano indipendente Hurriyet propende invece per l’ipotesi dell’incapacità di gestire la rete perché sotto il governo islamico di Erdogan molti funzionari esperti sarebbero stati sostituiti nei ministeri da dipendenti fedeli all’AKP.

Erdogan comunque tira dritto e punta a ottenere alle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno i due terzi dei seggi, che gli lascerebbero mano libera per trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, assegnandogli quasi tutti i poteri. Dietro le quinte si intravede però uno scontro tra lo stesso presidente Erdogan e il premier Davutoglou. Il primo vorrebbe essere lui a scegliere i candidati del partito alle elezioni mentre il secondo, in qualità di leader del partito, vorrebbe mantenere lui questa prerogativa. Numerosi sondaggi rilevano però che l’AKP, che guida in solitario da 13 anni il Paese, potrebbe essere ben lontano dal conseguire la maggioranza dei due terzi, ma al contrario rischierebbe di perdere anche la maggioranza assoluta dei seggi.

Alvaro Steamer

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