domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Un mondo più stabile dopo l’accordo di Losanna
Pubblicato il 04-04-2015


Accordo-nucleare-iran-usa-mogheriniCon l’accordo di Losanna che sarà assai probabilmente ratificato nel mese di giugno, fatti salvo i colpi di coda della reazione estrema degli oppositori, si chiude l’ultimo tassello mancante che sancisce la fine della guerra fredda ovvero un processo di stabilizzazione dei rapporti fra l’Occidente ed il mondo arabo musulmano nel suo complesso che vedeva l’Iran, forte della sua potenza economica e militare, esercitare il ruolo dello ‘stato nemico’ per eccellenza ed ostile alla grande nazione americana.
Gli effetti saranno sul terreno militare, economico politico e sociale, e le conseguenze possono essere di ordine immediato portando benefici alla stabilizzazione dell’area medio-orientale sino al Mediterraneo.
Il merito del negoziato avviato nel novembre del 2013 riguardava la necessità di congelare il programma nucleare iraniano che il Governo di Teheran ha sempre sostenuto essersi sviluppato per finalità civili; di contro Israele ha sempre contestato questa tesi, vedendo nel programma nucleare iraniano una minaccia per la propria esistenza. La posizione di Netanyahu d’altronde ha sempre trovato un sostegno attivo da parte della maggioranza del Congresso americano con il quale il presidente Obama ha dovuto fare i conti prima, durante, e presumibilmente anche dopo, del raggiunto accordo.
Ma l’abilità della diplomazia americana in questo frangente è stata straordinaria, mantenendo aperto il negoziato, allargato ai player internazionali, Cina e Russia in testa. Il fronte filo americano ha intanto condotto un’offensiva di carattere militare sino a determinare le condizioni di un’alleanza sunnita comprendente Turchia e Arabia Saudita (quest’ultima per la prima volta scesa sul terreno militare avendo preferito sempre la manovra dietro le quinte) ed altri 8 Paesi dell’area contro gli Houthi, ovvero Al Qaeda, nello Yemen e contro i baathisti alauiti siriani, i Fratelli musulmani egiziani e libici, gli sciiti bahreniti.
Mentre da un lato gli Usa apparivano cedevoli nei confronti della potenza sciita iraniana, confusi sul da farsi nella gestione del post-primavere arabe, dall’altra spostando di spalla il proprio fucile, determinavano le condizioni affinché si creasse una stabilità duratura nell’insieme dell’area medio-orientale fondata certamente sulla riemersione dell’Iran come potenza economica di prima grandezza per la sua capacità estrattiva di greggio e di gas ma soprattutto come potenza regionale in grado di assorbire le spinte terroristiche negative e destabilizzanti del nuovo califfato che andava formandosi favorito dal vuoto di potere e dall’antagonismo fra sunniti e sciiti.
Si può dubitare del fatto che in un lampo si arrivi alle condizioni ottimali di una stabilità che riduca il peso della Turchia e dell’Arabia Saudita, ma se con questi ultimi gli iraniani troveranno condizioni favorevoli per fissare prezzi competitivi riconsiderando l’Iran all’interno dell’Opec come prima della Rivoluzione del ’79, con la vicina nazione turca Teheran ha mantenuto rapporti di buon vicinato e vi è un reciproco interesse a sviluppare negli anni una coerente politica di investimenti tecnologici e produttivi per ridurre le tendenze estremistiche e separatiste di tutta l’area.
Gli Usa avevano immaginato di poter ricostruire l’Impero Ottomano facendo leva sulla capacità politica ed egemonica della Turchia di Erdogan, spalleggiata dalla forza economica delle potenze del Golfo, e di assoggettare a questo disegno i Paesi del nord-africa arabo depurati dalle autocrazie e guidate da una versione “moderata” dell’islamismo politico, ma dopo tre anni questo disegno si è infranto dinnanzi alla realtà , la resistenza di Assad, l’incompiuta transizione libica, la reazione laica dell’Egitto, la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis), hanno determinato un’accelerazione del rischio della deflagrazione di un conflitto allargato al Medio-Oriente e al Mediterraneo. E proprio queste sono le condizioni che hanno portato ad un accordo politico-strategico che non lascerà inalterati gli equilibri dell’area ma, al contrario, determinerà condizioni più favorevole per un suo riassetto meglio ordinato, compresa la risoluzione possibile del contenzioso base della storia del medio-oriente nel dopoguerra: quello israelo-palestinese.
Vincitori e Vinti
Si può affermare che vi siano degli sconfitti dagli accordi di Losanna? A molti sarà sfuggito il fatto che gli americani hanno scelto lo stesso albergo di Losanna dove si cercò nel primo dopoguerra di riassestare il dissolto Impero Ottomano; già allora la determinazione di concedere agli inglesi l’amministrazione della Palestina abitata da arabi ed ebrei determinò le prime dichiarazioni nelle quali gli inglesi si impegnavano ad appoggiare la creazione di “un focolare nazionale per gli ebrei”.
Oggi le parti inversamente rovesciate determinano condizioni affinché si possano creare condizioni per la creazione di un “focolare nazionale “ per i palestinesi sostanzialmente non più come risultato di una minaccia bellica ma al contrario come realistica contropartita della cessazione dell’ostilità arabo-musulmana verso lo stato ebraico.
Non saranno certo gli Iraniani, veri vincitori politici di questa fase (vittoria ampiamente riconosciuta dalla popolazione urbana di Teheran che ha salutato come una liberazione più che come un’affermazione di egemonia i patti di Losanna) a mettere in discussione la prospettiva di un riconoscimento delle ragioni dell’esistenza del “focolare nazionale ebraico”, se Israele, in particolare il Premier Nethanyau, metterà fine alla sua pregiudiziale ostilità propagandistica contro l’affermazione dell’avvio del disarmo nucleare iraniano.
Sullo sfondo vi sono potenze che erano interessate a rientrare nel gioco invitate dalla destabilizzazione che in qualche modo possono considerarsi soddisfatte ed insoddisfatte.
La Russia vede allentare la presa occidentale sulla questione dell’Ucraina e potrà godere di qualche vantaggio di natura economica e di influenza nell’area, la Cina al contrario deve ridurre il proprio desiderio di diventare anche potenza politica regolatrice, è una nazione troppo grande , troppo popolosa ed ora troppo ricca per non apparire ingombrante sugli scenari che esulano dal proprio perimetro e raggio d’azione, ha svolto un ruolo diligente senza tuttavia apparire determinante ai fini del raggiungimento di un accordo di riassetto del Medio-Oriente.
Infine l’Europa. Francia e Germania si erano già ritagliate assieme alla GranBretagna il ruolo di nazioni mediatrici con l’Iran, le sanzioni avevano privato le loro imprese petrolifere del ruolo che il regime di Mossadeq aveva loro già tolto, oggi sono co-interessate alla ripresa dell’Iran come potenza economica e politica, l’Italia per la prima volta si è trovata in una posizione di tutto rispetto e vantaggio grazie all’antica politica sviluppata dall’ENI, dall’accorta posizione equidistante mantenuta in questi decenni e dalla presenza di un nostro esponente politico alla guida della diplomazia Europea; Nonostante il basso profilo di Mogherini tuttavia non si può non sottolineare che la presenza di un’italiana (delegata anche alla lettura dello statement conclusivo degli accordi) alla firma di un patto da considerarsi storico è tutt’altro che questione irrilevante.
L’ottimismo di queste ore può essere mitigato dai colpi di coda degli oppositori della pace che non sono pochi. Ma se dalle retrovie verranno a mancare i sostegni economici alle scorribande del terrorismo e della instabilità in servizio permanente possiamo dire che ci si sta avviando verso il cammino di un periodo di pace e stabilità politica ed economica, che la globalizzazione potrà generare conflitti e squilibri permanenti, ma che la politica, quando è messa in condizione di agire continua ad essere la migliore arma per dirimere e risolvere conflitti che apparivano definitivi e non più ricomponibili.
Sarà la Storia dei prossimi mesi ed il Tribunale dei fatti ad assegnare la ragione o il torto circa questo ottimismo, sta di fatto che il mondo può salutare la fine dell’isolamento della grande nazione persiana come un fatto positivo, una delle civiltà più antiche dell’umanità oggi guidata da una teocrazia che appare desiderosa di rompere il legame con la propaganda che l’ha resa ostile all’occidente ed alle democrazie dell’area, una potenza politica assai influente verso il mondo arabo che può esercitare un ruolo anche decisivo per il futuro dello stesso Islam in un processo di revisione e secolarizzazione che presto o tardi potrà realizzarsi e la cui contaminazione con il resto del mondo non potrà che favorire rendendolo praticabile.
Bobo Craxi

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Commenti all'articolo
  1. Innanzi tutto condivido l’analisi lucida, equilibrata e ricca di spunti. Un’analisi in cui ritrovo molto di tuo padre, delle sue battaglie e della sua genialità. Del suo essere alleato degli americani ma non suddito. Del suo essere amico del popolo palestinese come deve esserlo chi è dalla parte dei più deboli, sapendo che spesso sono anche i più fragili, per questo, anche molto inaffidabili e pericolosi. Mi ha particolarmente colpito la tua conclusione sulla positività della “ fine dell’isolamento della grande nazione persiana guidata da una teocrazia che appare desiderosa di rompere il legame con la propaganda che l’ha resa ostile all’occidente … che può esercitare un ruolo anche decisivo per il futuro dello stesso Islam in un processo di revisione e secolarizzazione che presto o tardi potrà realizzarsi e la cui contaminazione con il resto del mondo non potrà che favorire rendendolo praticabile.”
    Quella che prevedi è la stessa secolarizzazione che ha reso il cristianesimo, negli ultimi 70 anni, il più potente movimento per la pace e la fratellanza nel mondo. E’ stata la più grande rivoluzione del secolo scorso. Quella rivoluzione che ha trasformato gli oscurantisti, i crociati artefici delle immani stragi e genocidi dei passati mille anni, nei propulsori del progresso scientifico, dell’economia del libero mercato. Avremo modo di riflettere ancora su questo argomento e su un mondo che non accetta di essere spaccato in due ma che trova lentamente la strada per camminare assieme. Lo scorso febbraio Barack Obana, nel tradizionale “Prayer Breakfast Speech” ne ha accennato scatenando le critiche dei conservatori e dei bigotti. La nostra brava Federica Mogherini è l’interprete naturale della ricerca di questa strada come può esserlo l’Europa cementando la propria unità politica in questo percorso. Emblematico è anche il tema del contendere: il nucleare pacifico non è la nuova miracolosa fonte di energia perché di petrolio e di metano ce ne sono quantità illimitate (un altro mito da sfatare!) però hanno il difetto di produrre gas serra. Il petrolio tenderà ad essere sempre più abbondante e ad avere un valore decrescente. Allora il nucleare pacifico è la filiera del futuro che eviterà la catastrofe al nostro pianeta e ci consentirà di uscire dal pianeta per conquistare lo spazio. La bomba atomica è una cosa da barbari e le tecniche spaziali, i satelliti spia, i droni, i sistemi antimissile sofisticati e generalizzati possono neutralizzare la bomba ancor prima che venga lanciata. Ancor prima che venga costruita!

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