martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

‘Una casa nel cuore’.
Senza materialismo, ma
con sentimento
Pubblicato il 28-04-2015


Cristiana Capotondi protagonista della fiction Rai 'Una Casa Nel Cuore'

Cristiana Capotondi protagonista della fiction Rai ‘Una Casa Nel Cuore’

Il 23 aprile è stata la Giornata Mondiale del libro, patrocinata dall’Unesco per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright. La data è stata scelta poiché è il giorno in cui sono morti, nel 1616, tre importanti scrittori: lo spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616), l’inglese William Shakespeare (1564-1616) e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega (1539-1616). Capitale di tale Giornata è stata selezionata la città della Corea del Sud di Incheon e non a caso. Qui, infatti, si sta attuando un programma per diffondere la lettura tra i giovani e tra i meno fortunati della popolazione. Anche il portale della Treccani è stato oscurato per motivare a prendere in mano un libro, aprirlo ed iniziare a scorrerne le pagine ed a soffermarsi, sfogliandolo, sul fascino di questa forma d’arte e d’espressione, troppo spesso trascurata.

IL LIBRO E I TEMI – Consigliamo la lettura del romanzo ‘Condominio Occidentale’ di Paola Musa, da cui è stata tratta la fiction ‘Una casa nel cuore’, con protagonisti Cristiana Capotondi e Simone Montedoro, andata in onda il 6 aprile scorso su Rai Uno e che si è aggiudicata il prime time con 5 milioni 276mila spettatori e il 20,52% di share. Il film tv, per la regia di Andrea Porporati, ha trattato con pathos e il giusto tono (melo)drammatico temi significativi ed attuali, che ben dipingono le difficoltà che spesso si è costretti ad affrontare ai tempi d’oggi. Una casa non è né una certezza, né un diritto, né va data per scontata, ma è una dura conquista da effettuare con molti sacrifici. La vita in questo mette alla prova i più audaci come Anna (Cristiana Capotondi), che all’improvviso perde tutto tranne il coraggio.

E così si parla della crisi economica, del problema dei senza tetto, dell’emergenza abitativa, della ricerca di un alloggio in un’Italia dove il lavoro scarseggia e della divisione tra chi vive nell’agio e chi no è sempre più evidente. Del precariato, ma anche dei nuovi poveri: i ricchi di ieri che sono i poveri di oggi appunto; anche loro lottano per un impiego, per trovare ed avere un posto caldo dove dormire, un tetto sotto al quale ripararsi. E che spesso devono affidarsi al sostegno di Onlus come quella di Francesco (Simone Montedoro), che si occupa di persone in difficoltà. Ma molte volte si trovano a vivere le discriminazioni di chi è meno fortunato, o dell’emarginazione rivolta soprattutto alle donne. Ed in questo è centrale che le vicissitudini siano quelle di una figura femminile.

LA TRAMA E IL FILM – La protagonista è Anna con sua figlia Aurora e scopriranno che la solidarietà non ha un solo volto, ma quelli di molte persone che staranno loro vicino e che essa è l’unica soluzione possibile per uscire da emergenze umanitarie, di fronte alle quali tutti sembrano rimanere indifferenti od interessati solamente al lato tragico e sensazionalistico delle vicende. Stampa in primis. Questa gente chiede comprensione ed attenzione, senza che vi sia strumentalizzazione. Risalire la china, partire ed andare via per ricominciare, riuscire a farsi ascoltare e a far sentire la propria voce non sarà facile per le due e i loro amici, ma non è facile neppure per molti disoccupati, cassaintegrati, immigrati o per persone che hanno vissuto emergenze ambientali quali alluvionati o terremotati. Non è fantasia, sono cose che purtroppo accadono nella vita vera e, se gli aiuti e i sostegni finanziari non arrivano od arrivano tardi, occorre rimboccarsi le maniche. Come fare? Il volontariato delle Onlus o una società con meno spreco aiutano di sicuro.

LA STORIA – La vicenda di Anna è comune a molte persone. Deve ricostruirsi la vita come un carcerato uscito di prigione, pur essendo innocente. Anche il tema delle prigioni è sfiorato, anche se è presente per altro motivo, ma è ricollegabile e ri-contestualizzabile. All’improvviso senza casa, a causa di uno scandalo e di problemi giudiziari che coinvolgono il marito. Già, la giustizia! Quale scegliere tra quella dello Stato e quella personale quando non sembra esserci via d’uscita, una luce in fondo al tunnel? Senza lavoro perché ha maturato poca esperienza negli ultimi anni poiché è rimasta incinta. Ma la donna deve restare a casa, fare la casalinga e la mamma per sempre od è giusto che si realizzi anche professionalmente? Una donna incinta va discriminata o tutelata nel mondo del lavoro? Senza soldi (meno male che c’è il “Compro Oro” e quanto è cara la vita!). Senza un posto dove andare per la notte, Anna ed Aurora dormono in macchina (almeno quella le è rimasta!), ma rubano loro bagagli. E così anche senza valigie. Senza cibo: per cena si mangia con le verdure ancora buone degli scarti dei mercati; alla faccia della società degli sprechi.

Senza vestiti, ma qualcosa nei cassonetti si può trovare, contravvenendo a ogni tendenza dell’usa e getta, del “fuori moda”, dell’“ormai è superato” di molti giovani anche per cellulari e strumenti tecnologici d’avanguardia. Ma Anna ed Aurora non sono senza coraggio o dignità. E neppure senza una famiglia, perché loro due insieme lo sono già. Ed in questo c’è una visione di cosa significhi oggi nella società moderna famiglia. Con la multiculturalità è anche quella allargata a nuclei di nazionalità miste? O con divorzi e secondi matrimoni è quello di genitori e fratelli e sorelle acquisiti? E con le battaglie per i diritti degli omosessuali: quelle tra due persone dello stesso sesso sono equiparabili alla famiglia tradizionale? Avere due mamme o due papà per genitori con le adozioni riconosciute anche a gay e lesbiche, equivale per un/a bimbo/a a dire di avere una famiglia a tutti effetti, uguale a quella di chiunque altro? E, soprattutto, per rimanere più ancorati nello specifico a “Una casa nel cuore”, una donna sola con la figlia sono una famiglia? Se non riesce a mantenerla è giusto che la dia in affido o adozione a chi può occuparsene, come vorrebbe fare Lucia, che si vuole prendere cura di Aurora, interpretata da Michela Andreozzi? E che fare se si rimane incinta e senza lavoro, come accade a un’amica di Anna? E i nonni che ruolo dovrebbero avere? Devono continuare ad occuparsi della nipote, oppure misconoscere la figlia della ex suocera? Interrogativi non banali in una società in cui molti figli crescono coi nonni appunto. Qui il padre e la madre del marito di Anna le chiudono le porte. E così Anna presto si ritroverà anche senza figlia.

Il film aiuta a riflettere con realismo, senza estremizzare i toni tragici o melodrammatici. E non ultimo degli interrogativi ci si chiede: che significato ed importanza ha avere una casa? Cosa rappresenta per l’individuo? Forse un po’ la sua identità? In effetti per Anna è come andare alla ricerca di chi è, di chi è diventata, per impossessarsi di nuovo di se stessa, dopo essere stata assoggettata al marito per molto tempo. La donna è giusto che sia indipendente ed autonoma? O deve dipendere dal coniuge e farsi mantenere? Un marito possessivo come quello di Anna, rimanda con la mende alla tematica della violenza sulle donne. Problematiche di genere che, però, non ne fanno un’opera femminista, poiché mostra come esistano anche uomini generosi e ci sia tanta umanità nel mondo ancora per fortuna da scoprire e condividere. È il caso della casa sul Tevere dove “non si delinque, non si batte per strada, ci si rispetta e si rispettano le regole”, accontentandosi di e condividendo quel poco che si ha. È questa la casa nel cuore: se casa è sinonimo di famiglia, allora quello che conta è sentire nel cuore, nell’animo, di essere una famiglia. E comportarsi come tale, anche se con persone con cui non si hanno legami di sangue che vincolino. Ma non è facile adattarsi a dover rinunciare alle comodità della vita di chi ha vissuto nel lusso. Stando al freddo e al gelo, ma è più facile giudicare per la società che capire. E, così, anche senza gli agi conosciuti fino allora, Anna, oppressa da tutti questi “senza”, da tutte queste rinunce cui è costretta, finisce nello sconforto.

E resta anche senza voglia di lottare, quasi senza speranza. Ma presto capirà che non è senza amici e così Francesco le corre in soccorso. Così come Augusto (Giorgio Colangeli), il capo del piccolo gruppo di “condomini” della casa sul fiume, che si preoccupa di difendere la loro normalità e la loro dignità. Quella ora diventerà la sua casa. Poi un’esondazione del fiume gliela porterà via. Rimasta un’altra volta senza casa, il dolore per lei diventa insopportabile. Ed in questo è straordinaria l’interpretazione della Capotondi (in un ruolo non comico) del dramma interiore vissuto da questa giovane donna. Il peso del fallimento si fa sempre più consistente, si sente inutile e incapace per non essere riuscita a dare alla figlia quello che avrebbe dovuto e voluto. Aurora non vuole andare a scuola perché si vergogna di non avere la divisa o gli abiti puliti per potersi cambiare. Anna si disprezza perché si sente una barbona. E, così, si rivela l’universo dei senza tetto: una scelta volontaria o un obbligo e una situazione in cui ci si trova sprofondati all’improvviso? Ma proprio quando tutto sembra perduto è la forza del gruppo che la salverà. Mentre insegue il sogno di una casa, Anna scoprirà che si può vivere senza beni materiali, che ha persi tutti, ma non senza l’affetto sincero, spontaneo e genuino, fatto di un’umanità profonda e vera. Se è senza soldi, però, ci sono cose che non si possono comprare: i sentimenti (di amicizia o di amore di una madre per una figlia e viceversa). Il tutto senza retorica. Questo ci piace di “Una casa nel cuore”: la semplicità di raccontare cose vere. Anche per questo è importante ricordare storie del genere. Che esistono davvero. Non a caso l’annuncio al TG3 che viene mostrato (con la giornalista Roberta Ammendola che vediamo spesso in tv anche adesso, a sottolineare l’ancoraggio alla realtà attuale), ci ricordano che la cronaca è piena di queste storie. Ogni giorno quasi.

Barbara Conti 

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