lunedì, 22 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Una ‘Terza Forza’ per un polo riformista
Pubblicato il 30-04-2015


Convegno-terza forza-Psi

Oggi è partita la ‘Terza Forza’. Al Seminario organizzato oggi a Roma, da Mondoperaio, Avanti! e dalla rivista di Area Popolare hanno partecipato una ventina di parlamentari, sindacalisti, associazioni, universitari, dirigenti politici socialisti, liberali, popolari, amministratori locali.

Obiettivo: costituire una “coalizione sociale” riformista, antagonista alla sinistra radicale, alleata del PD, incisiva sui temi della redistribuzione della ricchezza, dell’istruzione e della conoscenza, delle riforme istituzionali.

Nella sala presso l’Albergo Nazionale in piazza di Montecitorio, dopo la relazione introduttiva di Covatta, quelle di D’Ubaldo e Del Bue, sono intervenuti Vizzini, Di Lello, Dellai, Cinzia Dato, il Vice Ministro Oliviero, il Sottosegretario Della Vedova, esponenti del Partito Liberale, Riccardo Nencini ed altri.

L’appuntamento successivo è stato fissato per giugno, dopo le elezioni, per lavorare alla fase operativa. E intanto si avvia la collaborazione in alcune delle Regioni e dei Comuni chiamati al voto il 31 maggio.

Qui di seguito la relazione introduttiva di Luigi Covatta e quella del direttore Mauro Del Bue. Successivamente verranno pubblicate anche le altre relazioni.

Luigi Covatta
Non c’è bisogno di un particolare acume per osservare che una stagione politica è al tramonto. E’ quella che aveva fissato l’anno zero della Repubblica al 1994, e poi però ad essa non ha saputo dare né regole né identità.

Sono di conseguenza al tramonto anche le forze politiche che l’hanno animata. Del centrodestra non è il caso di parlare, e non solo perché è una prospettiva che non è nelle nostre corde: anche per il rispetto che si deve alle convulsioni di un malato terminale. Ma è evidentemente al tramonto anche il soggetto politico che ha preteso di incarnare tutto il centrosinistra nella presunzione di essere la casa comune di tutti i riformismi italiani.

Ad avvicinarne il tramonto ha pesato, probabilmente, il suo vizio d’origine: quello di essersi ispirato ad un riformismo che non c’è mai stato invece di valorizzare il riformismo che effettivamente c’è stato. Di avere cioè immaginato, per dirla con Alfio Mastropaolo, che nel 1994 ci fosse stata l’epifania di quella “Repubblica dei destini incrociati” (quella che ha come icona pop il santino Moro-Berlinguer), senza valutare le cause che nei primi cinquant’anni di vita repubblicana avevano costretto i riformisti cattolici, laici e socialisti nella condizione di menscevichi sconfitti.

E’ in questo contesto che abbiamo organizzato il seminario di oggi, che non ha obiettivi predefiniti, ma vuole essere l’occasione per una discussione a ruota libero per valutare innanzitutto se oggi è opportuno distinguersi dal Pd, e se sì per indicare come vale la pena distinguersi: evitando sia la logica del “più uno”, sia i tormenti del mal di pancia, sia infine la sindrome dello “stato di necessità” che, per esempio, ha caratterizzato le fasi meno brillanti della presenza del Psi nell’Italia repubblicana.

Distinguersi dal Pd non significa distinguersi dal programma riformatore del governo. Non serve distinguersi solo per vedere l’effetto che fa, come troppo spesso hanno fatto le forze minori, coi risultati che sappiamo. Non serve neanche interiorizzare il ruolo di “forza minore”, limitandosi a fissare l’asticella al 3%: anche perché è più facile fallire un obiettivo modesto che mirare ad un obiettivo ambizioso.

L’obiettivo che si deve (e può) perseguire è infatti molto ambizioso: quello di dare (e di difendere) una lettura coerente ed incisiva dei progetti di riforma che il governo attuale annuncia un po’ alla rinfusa, e poi realizza un po’ sommariamente.

La condizione preliminare per attuare questa strategia, ovviamente, è quella di condividere gli obiettivi del governo: essere d’accordo sui fini e criticare i mezzi. E’ così che si coltiva la “vocazione maggioritaria” che ci deve animare, e che ci compete se non altro perché alle nostre spalle c’è una tradizione che – prima negli anni ’60, poi negli anni ’80 – si è sforzata di cambiare e modernizzare il paese.

Potrebbe sembrare un cattivo augurio, vista la fine che ha fatto la prima Repubblica e la condizione di minorità in cui in essa si sono trovate le forze riformiste. Ma non è detto che quella che in un mercato chiuso era una minoranza debba restare tale anche nel libero mercato nel quale ormai possiamo operare (anche per merito di Renzi, che ci ha liberato di buona parte dei nostri tradizionali avversari). Né è detto che possa frenarci la considerazione che la “vocazione maggioritaria” è la stessa di Renzi, perché, mentre lui è costretto (e lo sarà sempre di più) a mediare sia all’interno del sistema di potere che in seno al suo partito, noi siamo più liberi di rivolgerci alla società, alla quale Renzi si rivolge solo mediaticamente. Non è poco, ovviamente. E infatti la prima battaglia che dovremmo fare è quella per il “diritto d’accesso” (una volta si diceva così) alle fonti d’informazione: come ha sempre (e con successo) fatto Pannella.

Quanto ai contenuti della nostra iniziativa politica, noi dobbiamo lavorare alla costruzione di una “coalizione sociale” simmetrica e alternativa a quella di Landini: e le condizioni ci sono tutte. Dobbiamo rimettere in campo, cioè, quel “riformismo sociale” che ha accompagnato i periodi migliori del primo centro-sinistra.

Innanzitutto dobbiamo rivolgerci al movimento sindacale, che non è immaginabile che si intruppi dietro al piffero di Landini per finire annegato nel fiume dell’inconcludenza. Prima o poi dovrà tornare a fare il sindacato nel nuovo ambiente creato dal Jobs Act. A giugno saranno trent’anni dalla nostra vittoria nel referendum sulla scala mobile, e può essere l’occasione per candidarci come riferimento per i sindacalisti riformisti che già allora ci aiutarono a vincere.

Dobbiamo gettare uno sguardo anche al mondo della cooperazione, che, al di là di episodi scandalistici, è passato dal collateralismo all’aziendalismo, mettendosi dietro le spalle i propri riferimenti valoriali che invece sarebbero preziosi sia per guidare il passaggio dal welfare state alla welfare society, sia per sostenere lo start up di imprese innovative.

La riforma della scuola riporta all’onor del mondo quell’idea di autonomia scolastica volta a trasformare radicalmente il rapporto fra scuola e società che fin dagli anni ’60 venne perseguita dalle Acli (soprattutto per merito di Gozzer), e che poi si è impantanata nelle non sempre felici mediazioni con le organizzazioni sindacali del settore; e ripropone anche il tema del bonus sul quale negli anni ’80 si incontrarono cattolici e socialisti.

Riguardo alle riforme istituzionali, la questione è più complessa. E’ diventata infatti “questione di governo”, e quindi, anche se sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale non mancherebbero i rilievi, dobbiamo innanzitutto valutare se vogliamo far cadere il governo o no. Non è comunque il caso di accodarsi alle critiche strumentali della minoranza del Pd e di Sel, pretestuose sia riguardo al premio di maggioranza che riguardo alle preferenze.

Stesso discorso per la riforma costituzionale, per la quale la via maestra resta quella dell’elezione di un’Assemblea costituente, che può essere una carta di riserva da giocare sia nel caso (non improbabile) che si prolunghi la navetta fra Camera e Senato, sia nel caso che la prima attuazione della riforma ne renda evidenti i difetti.

Fin d’ora, però, si possono affrontare due temi. Innanzitutto quello del governo territoriale, rispetto al quale gli amministratori locali sono frastornati fra abolizione delle province, ridimensionamento delle Regioni, tagli alle partecipate e quant’altro. L’altro è quello della giustizia, sul quale “distinguersi” non solo è doveroso, ma è anche utile, visto che nel Pd il confronto fra la minoranza garantista e la maggioranza forcaiola è ancora lontano dal concludersi. Infine è il caso di prendere sul serio gli annunci del governo riguardo all’applicazione degli articoli 39 e 49 della Costituzione, che da un lato potrebbero essere di supporto alla nostra iniziativa sul sindacato, e dall’altro potrebbero essere l’occasione per una riflessione sulla forma partito che nel Pd stenta a decollare.

Mauro Del Bue
Propongo alla comune riflessione tre questioni di merito e una premessa politica. Parto dalla premessa. La fase che stiamo attraversando è caratterizzata dalla supremazia del PD renziano e dalla sua riconosciuta (forse autentica, forse apparente) capacità riformatrice. La febbre, dopo le votazioni di ieri, è solo a 38 come titola in modo tagliente il Manifesto. Dunque Renzi sta uscendo più forte dal cuneo della riforma elettorale e i suoi oppositori più deboli.

Esiste uno spazio diverso e distinto che non scivoli né nel conservatorismo, di destra o di sinistra, né nel populismo grillino o landiniano? Uno spazio che possa contrassegnarsi per identità, storia, coerenza riformatrice? Quanto spazio accorda la nuova legge elettorale a questa eventualità? La questione è aperta. Cominciamo e discuterne. I tre temi di merito sono i seguenti: 1) La questione economica e sociale, sulla quale registriamo una sostanziale convergenza col governo, anche se possiamo trovare spazio per alcune iniziative autonome. 2) La questione dei diritti civili, sulla quale esiste lo spazio per una autonoma azione politica. 3) La questione delle riforme istituzionali, sulla quale invece esiste la straordinaria opportunità di uno spazio per un progetto organico e alternativo.

1) Il terreno sul quale registriamo consenso, ma anche spazio per talune autonome iniziative, è dunque quello economico-sociale. Il Jobs act è una buona legge. Non posso dimenticare né la flex security che i socialisti europei lanciarono nel 2006 con la conferenza di Lisbona, né il progetto Ichino che la Costituente socialista ha fatto suo nel 2007. Giusta la filosofia di fondo, anche se si potevano evitare toni e modalità discutibili nell’approccio col movimento sindacale. L’emergenza è la disoccupazione, e la seconda è il precariato. Il nuovo contratto a tempo indeterminato sta producendo i primi risultati. Si tratta di contratti precari che diventano ordinari e non di nuova occupazione? Anche se così fosse è positivo. Io svilupperei su questo tre proposte specifiche. La prima sulla cogestione in salsa tedesca. Perché il sindacato non la fa propria? Il problema dei diritti degli occupati nelle aziende non sarebbe più tutelato dalla presenza dei lavoratori nella conduzione aziendale? Mi pare questo, più ancora della conservazione dell’articolo 18, il nuovo argine alla prepotenza e al capriccio, se mai vi fossero. La seconda è il reddito di cittadinanza. Perché lasciarlo a Grillo come rivendicazione sociale? Penso che in una fase di grande difficoltà questo possa diventare obiettivo di equità di una sinistra riformista, anche se mi rendo conto che la sua attuazione appare quanto mai problematica nell’attuale contesto di vincoli e di obblighi. Infine una necessità e cioè la tutela anche normativa dei lavoratori anziani che, alla luce dell’allungamento dell’età lavorativa, non possono essere sottoposti a lavori usuranti. Lo dico anche in nome di un principio di umanitarismo socialista che fa parte della nostra storia.

2) Il Pd sul tema dei diritti civili è fermo. Su questo esiste lo spazio per un’azione politica autonoma. Anche perché il Pd è un partito diviso sul tema della laicità. Una divisone che produce l’empasse. Dobbiamo rilanciare tre questioni su tutte: la legge sul fine vita, che è ancora bloccata dai tempi dello sciagurato decreto del governo Berlusconi contro la libertà di morire. Poi le unioni civili, stabilendo al di là del nome (unioni o matrimoni) gli stessi diritti tra eterosessuali e omosessuali. Infine la fecondazioneartificiale, con una legge 40 clamorosamente annullata dalle sentenze della Corte costituzionale e che ancora non ha trovato una successiva legiferazione.

3) Sulle riforme istituzionali esiste lo spazio per un progetto organico e coerente perché per adesso di coerenza e di organicità non esiste traccia. La legge costituzionale e la legge elettorale non concludono e non annunciano un progetto. Riprenderei il tema “Quale forma di stato”? Se presidenziale o parlamentare. Il limite dell’Italicum è quello di essere ritagliato sul modello presidenziale senza presidenzialismo. Noi parliamo di un vincitore per legge. Non esiste nemmeno in Inghilterra, con l’uninominale secco, un vincitore decretato per legge. Tanto è vero che alle ultime elezioni conservatori e laburisti hanno dovuto fare un governo insieme. Esiste sempre un vincitore dove si elegge un presidente, non dove si elegge un Parlamento. Abbiamo introdotto il doppio turno nazionale che esiste in Francia solo per l’elezione del presidente. Noi invece eleggiamo solo il Parlamento, anzi una sola Camera, perché l’altra sarà nominata e composta prevalentemente dai consiglieri regionali, che non mi pare oggi godano della più grande considerazione della storia repubblicana. Il presidente del Consiglio continuerà peraltro ad essere designato dal presidente della Repubblica. E il suo governo continuerà, per esistere, a chiedere la fiducia. Perché allora non delineare un progetto coerente? A me pare che le possibili imitazioni, se mai riuscissimo a uscire dal nostro culto italico, o Italicum, siano quelle della Germania e della Francia. Un parlamentarismo con proporzionale sia pur collegato al cancellierato o un presidenzialismo o semi presidenzialismo con legge alla francese, maggioritaria e uninominale a due turni di collegio. Forse anche conciliata a quel punto con una sorta di Italicum nostrano. Ma dividendo la legge per l’elezione del presidente da quella per il Parlamento. Insomma coerenza e progettualità. Abbiamo più volte sottolineato, come Avanti, i punti critici dell’Italicum. Ciò detto occorre sottolineare anche le incongruenze dei contestatori dell’ultimo miglio. Prendiamo Forza Italia che vota contro la costituzionalità delle legge alla Camera dopo averla approvata con piena soddisfazione al Senato. E che dire di Brunetta che ne ha delineato il carattere fascista dopo che i suoi senatori ne avevano esaltato il significato democratico? Anche la minoranza del Pd non appare coerente. Perché Bersani e i suoi non hanno appoggiato, quando il piccolo Psi l’aveva avanzata, l’idea della elezione di un’assemblea costituente? E perché hanno accettato il premio di lista che può andare bene ad Alfano che di coalizioni non ne vuole sapere visto che non vuole finire con Salvini né può allearsi col centro-sinistra se non altro per incompatibilità lessicale, ma che certo, spero che ne siamo ben coscienti noi socialisti, rende ben più temeraria, se non impossibile, la formazione di una lista che punti al tre per cento, fuori da ogni alleanza. È vero, sono stati apportati miglioramenti alle legge: sugli sbarramenti, sulle preferenze, sulla soglia per accaparrarsi il premio. Ma sostituendo il premio alla coalizione col premio alla lista si introduce un sostanziale mutamento dello stesso sistema politico-elettorale. Vedo che ancora i giornali, i grandi padroni dei talk show, perfino i sondaggisti non lo hanno compreso. Parlano ancora di centro-destra e di centro-sinistra, poi di liste di partito, ipotizzando che al ballottaggio possano andare PD e grillini. Che professionalità e che profondità di analisi. Non ci saranno più, con l’Italicum, centro-destra e centro-sinistra come alleanze, e non ci saranno, tranne eccezioni, liste di partito. Si formeranno probabilmente liste di coalizione. Da un lato quella del PD che si aprirà ai suoi alleati per tentare di superare al primo turno il 40 per cento. Dall’altro quella di Forza Italia, con Lega e Fratelli d’Italia, per tentare di competere, come seconda lista, verso lo stesso obiettivo. A meno che i partiti di centro-destra scelgano, presentandosi divisi, di perdere ancora prima di cominciare la campagna elettorale. La rivoluzione del sistema elettorale non è detto che porti poi alla rivoluzione del sistema politico. Questo per due motivi.

Il primo è attinente il rapporto tra liste e partiti. Si possono presentare liste di coalizione che poi si sfasciano il giorno dopo le elezioni. Il secondo attiene la situazione interna dei partiti. Oggi nel Pd si scontra non solo la maggioranza e la minoranza del partito, ma la maggioranza e la minoranza del parlamento. E non su una questione marginale, ma sulla concezione della democrazia. Può anche essere che con le elezioni Renzi faccia piazza pulita dei suoi avversari. Su questo non gli darei torto. Come si fa a restare nello stesso partito se non solo non si vota la fiducia al governo presieduto dal suo segretario, ma se si grida all’attentato alla democrazia? In questi giorni la lotta sull’Italicum è diventata solo politica. Più che il merito della legge la questione è diventata quella del sostegno o meno al governo. Anche se l’attuale presidente del Consiglio aveva previsto che le riforme istituzionali dovessero essere distinte dalla maggioranza di governo. A tal punto da avere pensato, da un lato, a un patto di governo e dall’altro al patto del Nazareno. Capisco che una volta saltato il patto del Nazareno con l’improvvisa infatuazione renziana per Mattarella il presidente del Consiglio ha avuto bisogno di cambiare idea riportando le riforme nel recinto della sua maggioranza, anche se non è riuscito a conseguire l’unità del suo partito.
Tutto questo può divenire materia di azione politica su un progetto di stato e di democrazia. Mi rendo conto che questa nostra collocazione potrebbe configurarsi come una sorta di terra di nessuno. Nessuno era anche Polifemo, però. Che era un gigante che si accontentava di essere mezzo cieco. E che finì cieco del tutto. Mi accontenterei di non fare la sua fine a causa dell’astuto Ulisse-Matteo. E di continuare a bere del vino buono restando lucido.

 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Torno a dire.
    Si coglie, a malapena, il tramonto di una stagione politica, continuando ad ignorare la CRISI D’EPOCA.
    Le ricette conseguenti, peraltro antiche, rappresentano punteggiatura nella grammatica della storia, certamente non la necessaria rivoluzione della sintassi.
    Il PD esprime il liberalsocialismo socialista di ieri: o dentro o fuori, magari aspirando a diventare i nuovi interpreti dell’oggi.

  2. Prendo atto con soddisfazione che il dibattito politico con questa iniziativa, sia indirizzato verso l’unica prospettiva di sopravvivenza di una forza laicosocialista (Lib-Lab) da me sempre caldeggiata.
    Mi permetto di suggerire, l’opportunità nell’ambito delle Riforme Istituzionali, per dar forza alla proposta Socialista dell’assemblea Costituente, di proporre che il Senato diventi il Senato per le riforme e le autonomie. Naturalmente la sua composizione dovrà essere formata da esperti nominati e da Senatori eletti di primo grado, in misura molto inferiore a quella attuale.
    Chiedo che il Partito Socialista si faccia carico di esaminare questa mia proposta.
    Condivido la posizione di Mauro Del Bue sulla legge elettorale uninominale a doppio turno alla francese, sulla cogestione alla tedesca, sull’indennità ai senza lavoro.
    Il reddito di cittadinanza alla grillino non va bene. Va bene un reddito dietro una prestazione come noi più volte abbiamo proposto, sui lavori utili per la messa in sicurezza del territorio, per manutenzioni nelle scuole e nei siti oggetto di beni paesaggistici e culturali (biblioteche archivi ) e altro.

Lascia un commento