Oggi votare socialista si può

Il Psi presenta liste e candidati in tutte le regioni dove oggi si vota. In Toscana i socialisti presentano una lista civica-riformista con candidati in tutte le circoscrizioni. Anche nelle Marche i socialisti presentano una lista analoga. In Puglia i candidati del Psi sono inseriti nella lista del presidente Emiliano, così come in Veneto, mentre in Umbria e in Campania si presentano liste socialiste. Solo in Liguria i socialisti sono presenti nella lista del Pd. Non ci sono più remore. Se si vuole votare socialista oggi si può.

Per troppo tempo anche in casa nostra si è criticato chi non intendeva la militanza nel Psi come esigenza di misurare la forza dei socialisti anche a livello elettorale. Già alle elezioni in Alto Adige e in Val d’Aosta il Psi ritorna nei consigli comunali con propri rappresentanti. Oggi misureremo la nostra forza con i voti delle due liste socialiste, delle due riformiste, delle preferenze dei candidati nella lista del presidente in Puglia e in quelle del Pd in Veneto e in Liguria. Siamo certi che la coalizione di centro-sinistra otterrà buoni risultati nonostante le ultime poco raccomandabili vicende.

Da domani avremo modo di approfondire i risultati elettorali e anche il significato del peso dell’astensione, che già in Emilia-Romagna è stata massiccia e superiore a qualsiasi altra competizione elettorale del dopoguerra. Avremo modo di valutare il risultato del Pd alle prese con una divisione lacerante, ma potremo altresì verificare il peso delle decisioni della Commissione antimafia sui candidati impresentabili, valutando così anche l’umore popolare. E nel contempo verificheremo se la Lega di Salvini avrà superato Forza Italia e se il movimento Cinque stelle si avvicinerà più al dato delle politiche o a quello delle amministrative. Domani. Ma oggi i socialisti devono votare i socialisti. Altrimenti sono altro. Inutile girarci attorno.

Arrivederci, Bindi …

Cerchiamo di dire le cose come stanno. I partiti, nella solita ansia di fervore populista, avevano concordato una sorta di codice etico cui dicevano di voler sottostare nella composizione delle liste. Questo a prescindere dalle norme di legge sulla candidabilità o meno. Insomma non si sentivano in pace con la loro coscienza se continuavano a ispirarsi alla legge, volevano aggiungere qualcosa di più. Per corrispondere agli umori della piazza si sono convenute talune norme che esulano dal dettato legislativo e costituzionale e queste regole comuni sono state affidate, per verificarne la corrispondenza, alla commissione presieduta da Rosy Bindi.

È evidente che la prima follia è quella di aver convenuto di approvare queste norme di comportamento aggiuntive di quelle in vigore. Perché allora nessuno osò opporsi? Perché nessuno si scandalizzò di quello che era un evidente sfregio alla libertà di presentare candidati candidabili secondo le leggi? Questo è un primo punto da cui non si può prescindere. Da questo ne scaturisce un secondo, e cioè il comportamento del presidente della commissione Rosy Bindi. Il nostro Di Lello sostiene che questa lista di cosiddetti impresentabili secondo il codice convenuto dai partiti non è mai stata discussa, è stata tenuta segreta fino all’apertura della conferenza stampa. Poi resa pubblica senza che tutti i membri della commissione (almeno il nostro Di Lello) ne avessero preso visione.

È certo che un nome è stato stralciato in extremis, perché il soggetto era già stato assolto. È incredibile che questa lista sia stata resa pubblica a due giorni dal voto, nella fase in cui si dovrebbe solo tacere. È altrettanto sconcertante che sia stata usata, come è evidente, per regolare i conti all’interno di un partito, il Pd, che non si comprende per quale sortilegio debba continuare a rimanere unito, lacerato com’è da una scissione permanente e da un odio strisciante. Sia bene chiaro. Se De Luca non è eleggibile le conseguenze di una sua vittoria devono ricadere sul partito che lo ha candidato. Ma la sua impresentabilità oggi è una ulteriore mazzata alla sua candidatura. Non solo ineleggibile, dunque, ma anche impresentabile. Di peggio?

La cosa però rischia perfino, paradossalmente, di giovargli. Presentarsi come vittima di un complotto di partito può addirittura liberarlo dalla pesante ipoteca della sua illegittima elezione. E se De Luca dovesse essere eletto, nonostante sia ineleggibile e impresentabile, che fine farà la lista Bindi? Non è forse il popolo sovrano che decreta il risultato elettorale assai più di una lista emanata nel chiuso di quattro stanze? In quel caso che fine farà il cosiddetto codice etico? Non era stato approvato per venire incontro all’umore popolare? Ma se l’elettorato stabilirà altro come dovrà essere interpretato questo umore? La Bindi è stata querelata da De Luca mentre lady Mastella, che già aveva fatto cadere Prodi, ha preferito reagire con un mancamento. Arrivederci, a lunedì, Rosy (non Umberto) Bindi.

Le sperimentazioni
della talentuosa Micol
e della sua arpa rock-pop

MicolAveva tre anni quando – invece di subire il fascino delle ballerine di una rappresentazione  de “Il lago dei cigni” di Tchaikowsky – rimase stregata da uno tra i più antichi strumenti musicali della storia dell’uomo. Classe 1985, Micol Picchioni – diplomata in arpa al Conservatorio – fino al 2012 ha suonato nell’orchestra Luigi Cherubini diretta dal Maestro Riccardo Muti. E oggi – anche per opportunità lavorative sempre meno frequenti – predilige le piazze italiane ove si esibisce proponendo un repertorio rock/pop. Le note che la sua inseparabile arpa riproduce – accompagnate dalla mimica, postura e sguardo – sono infatti rivisitazioni di celebri canzoni dei ‘Genesis’, dei ‘Daft Punk’, ma anche ‘Nirvana’, ‘Radiohead’, ‘Massive Attack’ e ‘Coldplay’.   Continua a leggere

Scrive Alessio Caperna:
Diciamo Socialismo

Ci piace tornare sul discorso del socialismo, ovvero sul dire socialismo declinandone i vari significati ed i vari sensi possibili. Certamente il socialismo non è mai un dire al passato, un già detto, semmai è un andare Avanti, al futuro un bel dirò socialismo, in quella tensione, quella linea di fuga (intesa deleuzianamente) positiva del dire Si al progresso, al post-moderno, all’abbandonare le orribili credenze del passato (passato quale reazione al progredire-fluire), quelle credenze che poi si tramutano in pesi, in pesanti pesanti zavorre, che cercano di rallentare il progressivo evolversi della umanità, le credenze che ancora circolano vorticosamente e che sostengono che non è vero che siamo tutti uguali, quelle orride credenze che sostengono che il colore della pelle o il tagli degli occhi o i tratti somatici del viso siano indici di esclusione dal principio di eguaglianza nella umanità di tutte-i.

Si vi sono ancora quelle orribili credenze vetuste e nichilistiche, che sostengono che l’uomo e la donna non debbano godere di eguali diritti e doveri, quelle credenze che vorrebbero e che ancora riescono a vanificare il diritto delle donne ad abortire, quelle credenze che tendono a vanificare la legge sull’aborto, quelle credenze che in nome di un credo vogliono imporre a tutti quanti i loro valori etici.

Ma il socialismo, nella sua forza propulsiva, nel suo dinamismo non ha schemi pre-definiti, non ha pre-giudizi su niente e su nessuno, ma solo aperture, linee prospettiche ed è un po’ come una tela bianca, ma di un materiale cartaceo, anche se non è di carta e su questa tela v’è ricchezza-pluralità d’increspature, di pieghe, di differenze. Un concetto quella della tela, che può fornire una possibile idea di socialismo, ma un’idea non platonica, ma empirica, reale, viva, vera come una tela-tessuto di patchwork coloratissimo, un coro di un’armonia dissonante e dissacrante e de-sacralizzante, di ripetizioni di differenze plurali, molteplici che traversano di continuo la tela, specificando però che detta opera non è affatto astratta, il socialismo è sempre concreto, è sempre plurale, sempre molteplice, positivo, progressivo e la sua bellezza principale è che il socialismo è un grande ‘sì’ al progresso, progressivamente in Avanti sempre, un ‘sì’ al moderno, un ‘sì’ alla tecnologia, un ‘sì’ alla co-gestione delle imprese, un ‘sì’ alla libertà delle persone, un ‘sì’ ai diritti sociali, un ‘sì’ ai diritti civili, un ‘sì’ inclusivo come un et-cetera, che tutto comprende e nessuno viene escluso.

Avanti nel discorso del dire socialismo!

Alessio Andrej Caperna

UN PO’ DI RIPRESA

Economia ripresa-Renzi

In apparenza la notizia della crescita dei prezzi per i consumatori può apparire negativa. In realtà l’uscita dalla deflazione – ossia la tendenza dei prezzi a diminuire invece che aumentare in modo progressivo come accade nelle economie in crescita – contiene aspetti positivi. In un contesto deflativo i consumatori preferiscono infatti rimandare gli acquisti nell’attesa che i beni costino meno. La conseguenza è che le imprese tendono a contrarre gli investimenti e le assunzioni. Il risultato finale si concreta in un aumento della disoccupazione, in una contrazione dei consumi e in un arresto dell’economia dietro cui si cela l’ombra della stagnazione. Inoltre la deflazione fa incrementare il tasso di interesse reale che lo Stato deve pagare per poter finanziare il suo debito, determinando così un aumento del rapporto debito/Pil. Per quanto concerne il Prodotto interno lordo, secondo le rilevazioni dell’Istat diffuse oggi il Pil italiano – su base annua – relativo al primo trimestre 2015 crescerà dello 0.1%. Una variazione minima, ma si tratta della prima volta che l’indicatore si trova sopra la soglia dello zero dopo più di un triennio. Il Codacons: “La crescita dell’inflazione può rappresentare l’inizio di una vera ripresa per l’economia italiana”. I dati diffusi oggi dall’Istat indicano “una crescita acquisita per l’anno come comincia a essere incoraggiante”, e ci sono “dati importanti sugli investimenti: vuol dire che la capacità produttiva si espande e, in qualche misura, anche l’occupazione”. Così il ministro dell’Economia, Gian Carlo Padoan da Dresda dove si sta svolgendo il G7.

Continua a leggere

Regionali, gli impresentabili scuotono le elezioni

Elezioni-regionali-Di LelloÈ formata da 17 nomi la lista dei candidati “impresentabili” alle prossime regionali resa nota dalla commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi. E tra questi nomi c’è anche il candidato alla presidenza della regione Campania De Luca. Si conclude la telenovela che ha accompagnato una campagna elettorale dove si è parlato di tutto tranne che di regioni e alla fine i nomi segnalati come impresentabili dalla Commissione parlamentare Antimafia sono stati diffusi. Eccoli: Antonio Ambrosio, Luciano Passariello, Fabio Ladisa, Sergio Nappi, Vincenzo De Luca, Fernando Errico, Alessandrina Lonardo, Francesco Plaitano, Antonio Scalzone, Raffaele Viscardi, Domenico Elefante, Enzo Palmisano, Biagio Iacolare, Giovanni Copertino,  Massimiliano Oggiano, Carmela Grimaldi, Alberico Gambino.

Alla fine De Luca ci sta. Dopo tante parole il candidato Pd alla presidenza della Campania appare nero su bianco in quella lista. Inevitabile la polemica. Con il Pd che si scatena in un tutti contro tutti, con il Presidente dell’Antimafia Rosy Bindi accusata di giocare sporco. Per Orfini, presidente del Pd, quello che sta accadendo in queste ore è davvero incredibile. L’iniziativa della presidente della commissione Antimafia – aggiunge – ci riporta indietro di secoli, quando i processi si facevano nelle piazze aizzando la folla”. Molti i malumori e i distinguo. “Bindi sta violando la Costituzione, allucinante che si pieghi la commissione antimafia a vendette interne di corrente partitica”, ha affermato il dem Ernesto Carbone. A chi le chiedeva di replicare Bindi ha tagliato corto: “Posso non abbassarmi a rispondere?”. Sulla stessa lunghezza d’onda di Carbone il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, anche lui del Pd: “La Commissione Antimafia non può essere usata per vendette politiche. È uno strumento troppo importante, non può essere svilito così”. Insomma dire che il clima è surriscaldato è dire poco.

La Bindy commenta con poche parole: Nelle liste del Pd non ci sono candidati “impresentabili” tranne il candidato presidente della Regione Campania: “Saremmo stati inadempienti se non avessimo fatto questo lavoro anche perché il tema della classe dirigente ha superato quello dei programmi”. “A chi sostiene che volevo coprire qualcuno, faccio rispondere da chi dice che avrei fatto questo lavoro per motivi di lotta interna al partito stesso. Non vogliamo entrare in campagna elettorale ma fotografare realtà con dati che si avvicinano alla massima attendibilità”. Ma a prendere le difese di Rosy Bindy è l’ex segretario Pier Luigi Bersani: “Vedo che adesso qualcuno dà la colpa all’Antimafia: questo mi sembra il paradosso più grande. L’Antimafia sta applicando un codice che abbiamo approvato tutti in Parlamento”. E Alfredo D’Attorre, della minoranza Pd, aggiunge un carico da 90: “L’aggressione nei confronti del lavoro della Commissione Antimafia e della presidente Bindi è inaccettabile e incompatibile con i valori fondanti del Pd . Il gruppo dirigente del Pd non può scaricare sulla Commissione Antimafia i propri errori di gestione della vicenda campana, pensando di piegare le istituzioni alle convenienze di partito”.

Il Presidente Bindi assicura che “nessuna iniziativa è stata presa in modo autonomo dalla presidente Bindi. L’Ufficio di presidenza, allargato ai capigruppo, ha condiviso tutte le procedure nelle diverse fasi del percorso di verifica, dando pieno mandato alla presidente di concludere il lavoro”.  Parole che Marco Marco Di Lello, presidente dei deputati del Psi commenta con ironia: “Leggo di smentite della presidente Bindi alle mie dichiarazioni. A lei cattolica fervente ricordo che dire bugie è peccato. E oggi ne ha commessi già due. Se vuole fare un confronto pubblico sono pronto. Non posso che confermare che né all’ufficio di Presidenza, né alla Commissione plenaria sia stato consentito di fare alcun tipo di valutazione sulla lista dei nomi resi noti oggi dalla Bindi e comunicatici pochi istanti prima della sua conferenza stampa”.

In ogni caso, Renzi torna a difendere Vincenzo De Luca “amministratore straordinario”, denuncia “il tormentone intorno alla sua candidatura” ricordando che “lo hanno scelto gli elettori campani con le primarie” e che “il Pd crede che De Luca sarebbe un ottimo presidente”. E De Luca fa lo stesso nei confronti del Presidente del Consiglio: “Mi pare evidente che questa campagna di aggressione, che sarebbe stata eccessiva anche per Totò Riina, ha un solo obiettivo: cercare di mettere in difficoltà il Governo nazionale e Renzi. L’aggressione vera è al segretario del partito”. E poi l’attacco frontale al presidente della Commissione Antimafia: “Ho dato mandato al mio legale di querelare per diffamazione la signora Bindi. Io sfido la signora Bindi ad un dibattito pubblico per poterla sbugiardare, e dimostrare che l’unica impresentabile è lei”.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini “si può discutere della pubblicazione o meno della lista dei cosiddetti impresentabili. Ma il metodo adottato, la pubblicazione a tempo di liste di proscrizione, la mescolanza tra processati assolti e non, il cumulo di reati totalmente diversi anche per gravità denunciano un modo di fare barbaro”. L’informazione corretta è tutta un’altra cosa. Se la responsabilità di questo modo di agire è del presidente della Commissione Antimafia, come si evince dalle parole dell’on. Di Lello, almeno sappiamo dove abita il novello Silla”.

Per il senatore socialista Enrico Buemi, membro della commissione Antimafia, “le magistrature parlano con le sentenze e non con le indiscrezioni mediatiche. La legge Severino è nata sull’onda di un’emotività nazionale che, benché legittima e giusta, non è certo stata buona consigliera del potere legislativo, dato che presenta vari elementi di discutibilità. Non condivido le leggi nate per soddisfare le esigenze mediatiche anche se rispetto ai temi trattati dalla legge Severino, personalmente non mi sarei candidato se avessi ricevuto anche solo una semplice comunicazione di garanzia”, ha commentato Buemi. “In altri tempi, presentati alla opinione pubblica italiana come sintomatici di un alto degrado della politica, il semplice avviso di garanzia provocava le dimissioni di ministri e di assessori; oggi non mi pare sia più cosi. Noto che, oggi, la politica gestisce in modo opportunistico le regole, il metro si allunga e si accorcia in riferimento al soggetto interessato e non mi pare – ha concluso Buemi – che questa sia una buona stagione per affermare diritti e doveri”.

Uber. Il liberismo degli Usa
e le regole europee

Uberpop

Mentre l’Italia dice “no” ad UberPop, gli Usa migliorano ancor di più le sue prestazioni. Lo scorso 26 maggio il Tribunale di Milano blocca il servizio da noi, seppur questo resterà attivo ancora per due settimane sulla app della multinazionale. Scaduto il termine, ogni guida fuori legge sarà multata con una penale pari a 20mila euro per ogni giorno di utilizzo. L’accusa mossa ad UberPop è quella di “concorrenza sleale”. Infatti nell’ordinanza si legge che “la mancata soggezione degli autisti UberPop ai costi inerenti al servizio taxi consente l’applicazione di tariffe sensibilmente minori rispetto a quelle del servizio pubblico e non praticabili da tassista”. Con i suoi 2 euro di base, 0.20 euro al minuto e 0.35 euro per chilometro, il servizio della multinazionale è effettivamente fortemente vantaggioso.

Oltreoceano, invece, gli States migliorano fino all’inverosimile la app californiana fondata nel 2009, mettendo in moto veicoli in fase di prova nati dallo “Uber Advanced Technologies Center”. Tra le vie di Pittsburgh, città della Pennsylvania in passato classificata come miglior posto dove vivere negli Usa, si aggirano auto che si guidano da sole. Si parla di autovetture vere, munite di telecamere e sensori, che circolano per le strade cittadine senza che nessuno le guidi. Non sono ancora state rilasciate molte dichiarazioni; per il momento si dispone di pochi dettagli sul prodotto. Tra le scarne informazioni, sappiamo che la app ha stretto accordi con vari enti specializzati in robotica, tra cui la Carnegie Mellon University, la quale in passato ha ricoperto un ruolo fondamentale nella costruzione del Mars Rover, il veicolo a motore automatico atterrato su Marte nell’agosto del 2012.

Oltre ad incuriosire tanto i pro Uber quanto i più scettici, le macchine automatiche dell’azienda taglierebbero i costi del servizio. Eliminando la figura del guidatore si abbatterebbe buona parte della spesa. Il costo medio a corsa per ogni consumatore si ridurrebbe considerevolmente. Lo conferma il CEO di Uber, Travis Kalanick, ribadendo che «il motivo per cui Uber può essere costoso è perché non si paga soltanto per l’auto, ma si paga anche per l’altro tizio che c’è nell’auto». Insomma, spostarsi da una parte all’altra della città sarebbe sicuramente più economico e darebbe a molti cittadini l’opportunità di non acquistare un proprio veicolo. Il caso Uber è l’emblema di due impostazioni ideologiche differenti: da una parte il pieno liberismo degli Usa e dall’altra quello “regolamentato” dell’Europa.

Francesca Fermanelli 

Per una Bad Godesberg socialista

Il socialismo europeo ha urgente bisogno di una risistemazione politico-ideologica. Ma non per diventare un’altra cosa; ma, al contrario, per ricostruire, su nuove basi e, certo, anche con nuovi strumenti, un rapporto vitale con il suo passato e il suo  futuro. Rapporto che si sta progressivamente perdendo. La socialdemocrazia reale, quella che è stata protagonista della battaglie politiche e sociali nel secolo scorso, aveva una visione critica del capitalismo. E oggi accettiamo passivamente (o contestiamo solo verbalmente) l’emergere della sua versione più aggressiva e globalizzata. La socialdemocrazia reale aveva nel suo orizzonte l’eguaglianza e la piena occupazione. Temi che sono scomparsi dal nostro orizzonte e anche dal nostro vocabolario. La socialdemocrazia reale promuoveva la democrazia. Mentre oggi si afferma, con il nostro concorso, l’idea dell’uomo solo al comando. E, infine e soprattutto, il nostro mondo era quello dell’internazionalismo pacifico  e solidale. Mentre oggi, anche perché chiusi nei nostri ristretti confini nazionali, siamo partecipi e complici di un’Europa che manda a picco greci e barconi all’insegna di un’ostilità, mista a disinteresse, per il mondo esterno.

Ma ci fermiamo qui. Perché una Bad Godesberg dovrebbe passare attraverso un vero e proprio salto di qualità nel nostro pensiero e nella nostra azione politica, di cui non si avvertono che minime tracce. E, per converso, perché il degrado che stiamo vivendo sembra, invece, inarrestabile. In questa situazione il titolo di questa nota dovrebbe essere “Salvare il salvabile”. La nostra eredità. Il nostro orizzonte. La nostra capacità, magari anche residuale, di rappresentare un punto di riferimento per una sinistra alternativa alla destra. Perché è queste sono oggi sotto attacco. E non da parte dei nostri avversari. Ma piuttosto da parte di un’infinità di non disinteressati consiglieri.

Il succo delle loro tesi è che i partiti, almeno nominalmente, socialisti possono salvarsi e prosperare solo gettando a mare il socialismo o, più esattamente, liberandosi dal medesimo. Era quello che diceva, meno di tre anni fa, il professor Monti di fronte alla scolaresca “migliorista”, in occasione del suo incontro annuale ad Orvieto: una sola via per uscire dalla crisi, l’austerità liberista; una sola formula per attuarla, l’unità nazionale; un solo nemico da combattere, il populismo. Una ricetta che è sopravvissuta al disastro: e che ci viene riproposta di continuo, in varie forme, come formidabile combinazione di pensiero unico e di senso comune.

A suffragarla due considerazioni di cucina elettorale. Quelle di cui ci occuperemo nella conclusione di questa. Il socialismo tradizionale, si dice, non ha futuro: perché i suoi rappresentanti perdono voti; e perché la sua base tradizionale è oramai acquisita dai partiti populisti che sono chiusi a qualsiasi ipotesi di alleanza e con cui non si può parlare perché sono antisistema. Mentre questo stesso futuro appartiene invece ai partiti liberi da qualsiasi vincolo e, quindi, in grado di parlare con tutti, così da diventare, in tutti i sensi, “partito della nazione”.

E’ bene, allora, “andare a vedere”. Per scoprire, da subito, che l’unico partito in giro che aspiri a questa qualifica deve, certo, i suoi consensi alla genialità del suo Capo ma anche al fatto di essere il punto di fusione tra le due grandi sensibilità politiche della prima repubblica ( che rappresentavano pur sempre, anche nell’atto del suo crollo, poco meno del 50% dei votanti ). E per verificare, in generale, che i partiti ( a partire da quello tedesco) coinvolti in grandi coalizioni non se la passano affatto bene. E sotto ogni punto di vista.

In questo mese di maggio si è votato non solo in Inghilterra, ma anche in Polonia (presidenziali) e in Spagna (elezioni locali a Madrid e Barcellona e nella maggioranza delle Regioni). In Polonia un populismo di segno clericale, identitario e sovranista ha battuto di stretta misura il suo rivale liberale ed europeista. Al terzo posto un cantante rock. A una cifra il consenso per il candidato socialista: espressione di un partito formato sul ceppo del vecchio partito comunista e poi riciclatosi (conservando del passato solo le abitudini) nel segno dell’internazionalismo liberista; nel bene, ma anche nel male. Qualche tempo prima, in Ungheria, le cose erano andate anche peggio: straconfermato Orban (variante più radicale dei confratelli polacchi); a difendere il popolo la “variante democratica”  delle croci frecciate; e i socialisti (variante peggiorativa del partito polacco) da nessuna parte.

In Spagna, il Psoe aveva subito in pieno, qualche anno fa, l’urto della crisi economica e del discredito per le sue pratiche. Ma, nonostante le pressioni internazionali, non si era acconciato a nessuna grande coalizione, modello italiano. Mantenendo ferma la sua opposizione alle politiche del governo Rajoy. In Spagna, Podemos non era andato alla carica contro tutto e tutti. Ma aveva partecipato alle elezioni in modo aperto e articolato, sostenendo con liste civiche, l’affermazione, a Madrid e Barcellona, di donne impegnate a fondo nelle lotte sociali e civili e collocandosi lungo due discriminanti fondamentali: quella populista (“basso contro l’alto”), ma anche quella sinistra-destra (battere il partito popolare). In Spagna esistono le condizioni per un’alleanza tra Podemos basata sul duplice obbiettivo di rinnovamento della politica e della radicale modifica delle politiche economiche e sociali imposte da Bruxelles. In Spagna la partecipazione al voto è aumentata; e la destra è stata battuta. E che a vincere è stata quella che una volta si chiamava “sinistra plurale”.

A questo punto, per carità, niente attese fuori luogo. Non c’è, in arrivo, nessun Settimo cavalleggeri. A noi basta, qui e oggi, sapere che esiste ancora; in Spagna e magari anche altrove. E, soprattutto, che è intenzionato a resistere.

 Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Donne che hanno
fatto il Socialismo

psiDietro a ogni grande uomo…c’è una grande donna, così dietro alle lotte sull’emancipazione e la liberazione degli uomini (in particolare di operai e braccianti), tipiche del Socialismo, ci sono state dietro, ma anche in primo piano, le donne. Ferdinando Leonzio ha scritto 21 biografie eccellenti di donne, ognuna di un’epoca e correnti diverse ma accomunate dallo stesso obiettivo la libertà, la giustizia per il riscatto non solo delle donne ma “dell’intera umanità”, in un libro “Donne del Socialismo”, edito da Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.  Definirle solo femministe o donne del socialismo appare riduttivo, in quanto leggendo il libro, le battaglie e la determinazione di queste donne, fa di loro dei veri personaggi di primo piano, non solo sul versante dell’emancipazione femminile, ma anche su quello dei diritti e dei riscatti delle classi meno abbienti.

Dilma-rousseff

Dilma Roussef

Scorrendo l’indice troviamo nomi eccellenti che hanno fatto la storia del Socialismo, come Angelica Balabanoff, Anna Kuliscioff, Rosa Luxemburg ma anche socialiste di storia contemporanea come Dilma Roussef, Michelle Bachelet o Segolene Royal. Il grande merito però dell’autore è che quello di aver ripreso storie di grandi donne finite quasi nel dimenticatoio della memoria contemporanea, nonostante abbiano speso la loro intera esistenza per la “causa dei lavoratori”. Un caso eccellente è ad esempio quello dell”Angelo biondo’ Bianca Bianchi, di cui si scopre che dopo la campagna elettorale per l’Assemblea Costituente nella lista del Psiup (circoscrizione Firenze-Pistoia), “ottenne 15384 voti di preferenza, doppiando addirittura i voti presi dal capolista, il celeberrimo Sandro Pertini, eroe e medaglia d’oro alla Resistenza, un’icona del socialismo italiano”. Non solo ma leggendo la sua biografia, ci si accorge di quanto ancora quelle lotte da lei condotte, come l’istruzione siano ancora attuali: “Per quanto concerneva la scuola, si dichiarò contraria alle sovvenzioni statali alla scuola privata, sospettata di concedere con troppa facilità diplomi e titoli, proponendo per essa il reclutamento degli insegnanti attraverso regolari concorsi”.

Figura di spicco poi, è Maria Giudice, nonostante non abbia mai ricoperto incarichi di partito di spessore o lasciato opere ideologiche di rilievo. Una donna che si è impegnata nel socialismo e nelle sue lotte, che aderì all’idea del socialismo come a una vera e propria fede e per essa sacrificò tutta la sua esistenza con coerenza e impegno. Fu tra le prime giornaliste socialiste, la prima a dirigere il periodico Il grido del popolo sostenendo che era “necessario formare nel proletariato una consapevole coscienza di classe”. Giudice ha conosciuto e collaborato con tutte quelle figure di spessore nelle battaglie della classe lavoratrice italiana nei primi del ‘900: Ernesto Majocchi, Angelica Balabanoff, Umberto Terracini, Giuseppe Romita, Edmondo de Amicis, Antonio Gramsci e Giuseppe Emanuele Modigliani. E per la sua fede incrollabile nel socialismo, è finita in carcere molte volte, senza mai per questo dissentire o avere ripensamenti. Donna più femminista che socialista, è stata invece Anna Maria Mozzoni, che si avvicinò alle idee socialiste, ma non aderì mai completamente al Partito, anche se può considerarsi la prima dirigente donna socialista per essere stata inserita nella Commissione del Partito dei Lavoratori italiani.

Mozzoni però entrò in contrasto con un’altra donna simbolo del socialismo, Anna Kuliscioff, per “lo scarso attivismo dei socialisti verso la questione femminile”. La stessa contestazione fatta ai mazziniani sull’idea che la donna fosse fatta per la famiglia, venne rivolta ai socialisti colpevoli di essere convinti che “l’emancipazione dei lavoratori portasse con sè quella delle donne”. La via per l’emancipazione femminile, era vista dalla Mozzoni, nel diritto al voto, su cui scrisse anche sull’Avanti! “Non accettate protezioni ma esigete giustizia!”. Nel 1906, tramite il deputato repubblicano, Roberto Mirabelli, presentò una petizione per il voto alle donne…ma vide il suo sogno realizzarsi solo 40 anni dopo.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Socialista quanto femminista è invece la dinamica Pia Locatelli, esponente di spicco non solo nel Partito socialista italiano, ma anche europeo. Nonostante la Locatelli si sia ritrovata nel mezzo della bufera che ha spaccato e spazzato via gran parte dello storico partito, è riuscita come pochi, a far valere le istanze sociali e a rimettere in primo piano un partito che sembrava ormai al tramonto, grazie alle sue notevoli capacità di lavoro e al suo attivismo in materia di libertà civili. Ed è per questo che ha condotto le sue battaglie anche all’Estero, diventando una delle donne italiane più conosciute e apprezzate. Nel 1988 fu tra gli osservatori internazionali dell’Onu per le elezioni in Cile e fece anche parte “della delegazione in Sudafrica per le prime elezioni del dopo Apartheid, in seguito alle quali fu eletto Nleson Mandela”. Le sue battaglie per la tutela delle donne le giovarono la carica di vicepresidente dell’Internazionale Socialista Donne, dal 1992 al 1999. Ma il suo impegno non si è mai arrestato solo per la causa femminile e la sua volontà fare del socialismo un movimento per “creare una società sempre più libera e giusta in tutto il mondo” l’ha portata ad essere tra i fondatori nel 1992 in Olanda, del Pse (partito socialista europeo). Nel 2003 diventa poi presidente dell’Internazionale Socialista e nel 2005 fu incaricata da Romano Prodi di coordinare il programma di politica estera dell’Unione per le elezioni politiche del 2006.

Una biografia intensa in cui spicca anche il premio come migliore parlamentare dell’anno per il settore “Ricerca e Innovazione” dall’Europarlamento nel 2009, o come migliore deputata italiana nel 2013. Pia Locatelli, nonostante le sue missioni all’Estero, non ha mai dimenticato di condurre le sue battaglie anche in Italia, dove è stata paladina nel diritto all’autodeterminazione e alla salute della donna, denunciando arretratezze culturali tipiche del nostro Paese, come l’obiezione di coscienza sull’interruzione di gravidanza e sulla pillola del giorno, senza dimenticare le ristrettezze mentali che accompagnano il fenomeno del femminicidio. Altre donne contemporanee, che l’autore non dimentica di inserire sono infine Johanna Sigurdardottir, Primo ministro islandese, passato agli onori della storia per la sua dichiarata omosessualità, ma che l’autore mette in primo piano per il coraggio e la determinazione di essere riuscita, nonostante la crisi e la bancarotta del Paese, a non sacrificare lo Stato sociale in nome dell’Austerity. Ma il socialismo delle donne, come il socialismo in genere, si è evoluto da alcune convenzioni, così Helle Thorning-Schmidt, primo ministro donna della Danimarca che riuscì con eleganza e bellezza a far breccia anche negli ultimi pregiudizi sulle donne, o belle o intelligenti.

Maria Teresa Olvieri

Ferdinando Leonzio, Donne del Socialismo, Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.

Il libro è reperibile presso l’autore, fleonzio@yahoo.it

Elezioni. In sette Regioni domenica urne aperte

Elezioni RegionaliNella tornata elettorale di domenica 31 maggio il Psi presenterà liste e candidati nelle sette Regioni e negli oltre mille Comuni chiamati al voto. I socialisti saranno presenti Umbria e Campania – con proprie liste – e nelle Marche e in Toscana, con propri candidati in liste civiche riformiste. In Puglia e nel Veneto vi saranno candidati socialisti nelle liste dei presidenti, mentre in Liguria i candidati socialisti si presenteranno nelle liste del Pd.

Nelle elezioni amministrative per i comuni superiori ai 15.000 abitanti i socialisti saranno presenti con liste e candidati in 87 comuni, con un sensibile incremento rispetto al 2010 (74).  In particolare nei capoluoghi di provincia il Psi sarà presente con proprie liste a Venezia, Rovigo, Nuoro, Bolzano e Matera. Nei comuni non capoluogo 33 saranno le liste del Psi e  24 civiche riformiste. In 8 comuni i candidati socialisti saranno nelle liste del Pd e in 10 nelle liste dei sindaci.

Redazione Avanti!