domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Bad Bank, profitti privati
e perdite pubbliche
Pubblicato il 28-05-2015


En passant, il nostro ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha espresso a margine del Forum della PA che si è tenuto a Roma, una discreta disponibilità a dare vita a una Bad Bank in cui far confluire tutti i crediti inesigibili che attualmente ingombrano le pance delle banche italiane. “Una decisione verrà presa a breve”, ha detto, facendo seguito ad un’analoga apertura espressa dal Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nelle sue ‘considerazioni finali’, martedì 26, in occasione dell’assemblea annuale dell’Istituto di via Nazionale.

Il costo dell’operazione si aggira tra i 200 e i 350 miliardi di euro. Parole di Visco: “Alla fine del 2014 la consistenza delle sofferenze è arrivata a sfiorare i 200 miliardi, il 10% del complesso dei crediti”. Poi ci sono altri “prestiti deteriorati” per 150 miliardi, “il 7,7% degli impieghi”. In tutto, quindi, la contabilità ufficiale di Bankitalia sottolinea come il 18% del credito erogato è a rischio, mentre “prima della crisi, nel 2008”, la consistenza era “nel complesso del 6%”.

Nelle intenzioni “lo sviluppo di un mercato secondario dei crediti deteriorati (Bad Bank , ndr) oggi pressoché inesistente, contribuirebbe – ancora Visco – a riattivare appieno il finanziamento di famiglie e imprese”.

Certo ci sono da fare degli aggiustamenti. C’è l’anomalia del trattamento fiscale delle rettifiche sui crediti, che in Italia è più sfavorevole rispetto agli altri Paesi Ue e poi i “tempi molto lunghi e variabili delle procedure di insolvenza e recupero dei crediti”, nell’ordine dei 7 anni contro una media Ue di 3, due problemi che hanno bisogno di un intervento legislativo, e sempre dopo aver portato a termine un’adeguata valutazione (!!!) di quei 200 miliardi di sofferenze. Sciolti questi nodi, la Bad Bank ‘potrebbe’ avere il via libera di Bruxelles.

Condizionale d’obbligo perché, ci dice Visco, “l’atteggiamento tecnico dei servizi della Commissione è negativo” in quanto per la direzione generale ‘Concorrenza’ della Commissione qualsiasi intervento pubblico per aiutare gli istituti, anche solo sotto forma di garanzia, rientra nella categoria vitatissima degli aiuti di Stato. E sì perché alla fin fine di questo si tratterebbe. Lo Stato diventerebbe il garante finale di ‘titoli tossici’ altrimenti la Bad Bank non avrebbe nessuna chance di diventare operativa. Dunque, alla fine, chi paga? Ma Pantalone, naturalmente.

Un’operazione del genere in passato è già stata fatta, liberando, a spese dello Stato, il Banco di Napoli dal peso di troppe ‘sofferenze’, quando i prestiti erano anche, se non soprattutto, prestiti ‘politici’ agli amici e agli amici degli amici, consentendo così la fusione col San Paolo IMI.

‘Ma quella era la Prima Repubblica!’ obbietterete … E difatti sembra strano che l’operazione si ripeta, peraltro in dimensioni gigantesche, anche nella ‘Seconda’. Ma perché nessuno parla di questo progetto? Eppure non c’è un quattrino e perfino i tagli alle pensioni appaiono ‘giustificabili’.

Come mai quando si tratta di far profitti – e ne fanno – le Banche sono private, privatissime e quando invece si tratta di rientrare da operazioni sbagliate, non necessariamente frutto della crisi del 2008, i passivi diventano pubblici?

La Bad Bank ci ricorda la barzelletta di quell’avvocato che col cliente, scartabellando le carte della causa, ragionava così: “Qui li freghiamo … qui li freghiamo … qui ti fregano …”

“Ma scusi, – chiedeva il cliente – quando si tratta di darle siamo in due e quando invece c’è da prenderle sono solo?”

Carlo Correr

 

 

Di buone intenzioni è lastricato l’inferno

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Commenti all'articolo
  1. Carissimo Carlo
    Quanti spunti potrebbe innescare questo tuo articolo !!!
    Mi limito ad uno rappresentato dalle Partecipazioni Statali, che se non fossero state buttate come il bambino con l’acqua sporca all’epoca di Tangentopoli, oggi rappresenterebbero la salvezza dell’Italia come lo fu nella Prima Repubblica e addirittura con l’IRI di Beneduce nella crisi mondiale del 1929.
    Dopo le distruzioni seguite alla seconda guerra mondiale grazie alle Partecipazioni statali siamo stati in grado di attuare l’unico vero ed organico Piano industriale dell’Italia.
    Siamo (finora !!) riusciti a salvare solo l’ENI e l’Enel, che sono le uniche multinazionali italiane che producono utili. Con l’IRI avevamo anche il Sistema creditizio che riusciva a finanziare lo sviluppo.
    Come nel “Vecchio e il mare” tanti pescecani ne hanno divorato la polpa lasciando agli italiani solo le ossa.
    Il guaio è che con l’attuale sistema di codici europei non potremo farle resuscitare anche se volessimo.
    Tanto per fare un esempio ricordo che l’attuale Telecom fu regalata da D’Alema ai privati che anziché con denaro fresco l’acquisirono con dei debiti !!! quanti altri spunti griderebbero vendetta !!!
    Fraterni saluti
    Je suis socialiste

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