sabato, 23 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Debito greco, un accordo entro domenica (forse)
Pubblicato il 28-05-2015


Grecia-debito--UEL’accordo ancora non c’è, ma bisogna trovarlo a tutti i costi. “È necessario che sulla Grecia si raggiunga un accordo il prima possibile”, ha detto oggi a Dresda William Murray, il viceportavoce del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ma “l’uscita di Atene dall’Eurozona non è sul tavolo. Il prezzo da pagare sarebbe altissimo”.

Dunque anche al FMI convengono sui rischi di una rottura, la carta più forte finora messa sul tavolo dal governo ellenico di Alexis Tsipras, e questa è certamente un’ottima ragione per spingere i negoziatori a darsi da fare. Nelle pieghe del negoziato giungono però anche notizie poco piacevoli per Atene, anche se c’è da ricordare che ogni trattativa comporta anche un pressing psicologico fatto di annunci e smentite. Così, per esempio, tra le voci che circolavano oggi nella città dell’ex Germania Est, spazzata via alla fine della Seconda Guerra dai bombardamenti alleati con tutta la sua popolazione civile, ce n’era una secondo cui il Fondo monetario starebbe sollevando obiezioni nel negoziato con la Grecia, facendo presente ad Atene e all’Europa che, in assenza di una ristrutturazione del debito, il Paese dovrebbe avere surplus primari “più ambiziosi” intervenendo più decisamente sulle pensioni” e aumentando l’IVA.

ATENE NON VUOLE PIÙ AUSTERITÁ
Una posizione inaccettabile per Tsipras, che ha vinto le elezioni promettendo la fine della ‘macelleria sociale’ voluta dalla trojka (BCE, UE e FMI) oggi ribattezzati Bussels Group, che inoltre appare francamente irrealizzabile perché per arrivare ad avanzi primari superiori al 2,5%, il Governo, che ha già un attivo, dovrebbe ridurre ulteriormente la spesa pubblica e alzare le tasse, insomma dovrebbe accelerare la spirale depressiva che ha già portato la Grecia a perdite gigantesche nel PIL. La famosa cura da cavallo che uccide il cavallo, la ‘ricetta’ sbagliata voluta in primo luogo da quell’Olivier Blanchard, capo economista e numero due dopo Christine Lagarde, costretto a lasciare il suo posto a partire dal 30 settembre prossimo e considerato da più parti il massimo responsabile del disastro della Grecia.

LA ROUTINE DELLE TRATTATIVE
Il resto è una routine di dichiarazioni dove si ripete che “la Grecia rispetti i suoi impegni, perché chi manca i pagamenti non potrà più avere accesso ai finanziamenti” (portavoce FMI) oppure che sono stati compiuti i “tre quarti del cammino” verso l’intesa (Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici). E ancora che “quello che serve sulla Grecia è un accordo omnicomprensivo (William Murray, FMI) che abbia come obiettivi la stabilità e la crescita. La cosa più importante è la piena ripresa dell’economia greca, in modo che il Paese non si trovi di nuovo in difficoltà nel futuro”. Il copione è lo stesso da giorni, ma l’unica differenza è che i tempi ora si sono fatti davvero stretti perché Atene ha una serie di scadenze da rispettare a giugno sia con l’FMI, rate da rimborsare per 1,7 mld, che con la BCE, altri 7 mld circa. Saltarne una, senza che vi sia stata la ristrutturazione del debito, vuol dire certificare il default prima e l’uscita dall’euro subito dopo. Ma nessun vuole questo perché il conto sarebbe comunque caro per tutti. Ecco così che a tentare qualche altro passo avanti ci sono oggi anche i ministri delle Finanze e i governatori centrali riuniti nel G7 a Dresda.

LA PARTITA POLITICA TRA ATENE E UE
Ed è in parte, nella gran parte, una questione simbolica perché il peso del ‘debito’ greco nell’eurozona è davvero marginale. Per avere un’idea della rilevanza del debito greco è sufficiente raffrontarlo con quello italiano, 320 miliardi contro 2.200 mentre per azzerare completamente il debito con FMI e BCE, ne servirebbero 240. Un hair cut, un taglio, o una ristrutturazione, sono dunque assolutamente alla portata della finanza pubblica europea e del FMI, ma farlo equivarrebbe ad aprire la strada ad altre possibili ristrutturazioni mentre i governi dei Paesi che hanno accettato le ricette di austerità di questi anni, come la Spagna, l’Italia, il Portogallo, perderebbero ‘la faccia’ nel confronto con Tsipras; insomma gli elettorati di molti Paesi comincerebbero a chiedersi se non è meglio votare per i partiti come Syriza per dare una sterzata alla politica economica europea a guida tedesca. Insomma, la partita vera non è solo quella economica, ma anche quella politica.

UN ACCORDO ENTRO DOMENICA
La Grecia vuole un accordo entro domenica, ha detto il portavoce del governo greco Gabriel Sakellaridis, spiegando che Atene sta facendo del suo meglio per evitare un default e che una intesa sarà raggiunta molto presto. Tutti – ha aggiunto – anche i creditori, vogliono evitare un default del Paese. Sì vero, il problema è come arrivarci senza lasciare vittime (politiche) sul campo.

Alvaro Steamer

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Quando la politica si ferma sugli interessi più gretti, perde di vista la complessità del mondo.
    Fu miope pensare di salvare solo gli interessi delle banche tedesche e francesi all’inizio della crisi greca. Con l’occhio sulla politica dell’austerità, Merkel e Sarkozy, fecero più danni della grandine. Sarebbe bastato allora dare un credito congruo alla Grecia per guidare la fase di stabilizzazione, ma le menti della conservazione – padrone dell’UE – andarono a testa bassa contro i poveri greci, ridotti all’indigenza. Se Trichet, ottuso capo della BCE all’epoca, avesse messo in piedi un modesto “Quantitative easing” a favore della Grecia tutto sarebbe stato governato tranquillamente.
    No, lo sciocchezzaio europeo continua e si vorrebbe obbligare i greci a stare ancor peggio. Tutto perché aiutare gli avversari fa male ai conservatori, poiché anche gli altri si svegliano, vedi Spagna.
    Il governo greco, però, ha giocato in punta di piedi: visita a Putin, e se non si vuole che la Russia metta le mani nel Pireo, interessamento verso Obama, che – lanciato nella seconda guerra fredda al di là degli Urali – non può certo permetterselo.
    Ecco che spunta la manina americana dentro il FMI e le cose prendono un’altra piega.
    Ci sono tante clausole pesanti nel trattato di pace con gli alleati, ma che i tedeschi s’incaponissero fino al punto di costringere gli USA a ricordare che la guerra l’hanno vinta loro, proprio non c’era da aspettarselo.

Lascia un commento