martedì, 22 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Dire noi in poesia.
La voce di Anedda Angioy
Pubblicato il 04-05-2015


La poetessa Antonella Anedda

La poetessa Antonella Anedda

Antonella Anedda (Angioy), nata a Roma nel 1955, è laureata in storia dell’arte moderna. Attualmente collabora con il Master di italianistica all’Università di Lugano, dove insegna letteratura italiana contemporanea. Dopo l’esordio con Residenze invernali (Crocetti, 1992), ha pubblicato: Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999, Premio Montale 2000), Il catalogo della gioia (Donzelli, 2003), Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007, Premio Napoli), Salva con nome (Mondadori, 2012, Premio Viareggio). In prosa: Cosa sono gli anni (Fazi, 1997), La luce delle cose (Feltrinelli, 2000), La vita dei dettagli (Donzelli, 2009), Isolatria (Laterza, 2013).

Sue traduzioni e variazioni sono presenti in Nomi distanti (Empirìa, 1998). Inoltre ha curato numerosi volumi di autori stranieri moderni e contemporanei. Continua la serie di interviste a poeti contemporanei, serie inaugurata da Franco Buffoni. Il secondo poeta è Antonella Anedda Angioy, figura tra le più importanti, se non davvero la più rilevante, del nostro panorama letterario.

Nella variazione da Osip Mandel’stam- contenuta in ‘Nomi distanti’ (Empirìa, 1998), libro fondamentale per il tuo percorso poetico- tu scrivi: “Non parlava con me il mio paese / non mi leggeva.” Davvero il nostro paese non parla più ai poeti, non li ascolta?

I versi che citi erano una versione della poesia di Mandel’stam, poeta che ammiro ogni giorno di più per l’architettura dei versi, per la continua sorpresa che mi dà leggerlo (l’inatteso come scrive è “l’aria del poema”). Che la Russia di Stalin non parlasse a Mandel’stam è evidente, ma oggi mi chiedo: può un Paese parlare davvero ai suoi poeti? Certo Firenze non parlava a Dante. E prima ancora Roma, parlava a Ovidio? Forse ci dovremmo interrogare sul rapporto tra poesia e potere…

Hai dedicato un intero libro, ‘Notti di pace occidentale’ (Donzelli, 1999), alla “tregua atterrita” in cui l’uomo versa e vive (passando dalla Guerra in Golfo al Kossovo). Che cosa è cambiato da allora?

Nulla, la tregua in cui viveva l’Occidente di allora e di cui forse non era consapevole, continua in altre forme ancora più atterrite. Mai come ora parlare di pace sembra ironico. Penso che il titolo ‘Notti di pace occidentale’ conservi la sua amarezza, la sua ironia appunto. Dal 1999 anno in cui è uscito il libro, le tregue sono diventate accerchiamenti, le responsabilità sempre più confuse. Comunque la storia, il suo freddo – come dice Zanzotto – in ‘Notti di pace’ entra in modo obliquo. Quello che ho provato a fare è stato parlare di quell’uno-di quell’una che non trova spazio nell’arrotondamento delle cifre fatto dalla storia ufficiale.

Tutta la tua poesia mi sembra racchiusa nel tentativo di superare il dolore, individuale e universale, attraverso la nominazione delle cose: “Lasciami parlare del dolore / da te a me: scavato fino al fondo.” Il dolore non cessa di esistere, ma è come se fosse “a latere”, sbaglio?

Non so se il dolore si possa superare, forse, e sottolineo forse alcuni dolori possono essere attraversati, ma sono territori in fiamme in cui ci si ustiona o terre gelate che ci ustionano lo stesso. Nei versi che citi parlavo del dolore di una relazione d’amore, di un abbandono. Pensandoci bene però hai ragione, il dolore è a latere, c’è come una pausa e chi scrive guarda l’altra se stessa e diventa lo scriba di quel dolore.

Altro termine fondamentale della tua produzione è “luce”, che rischiara e illumina, mostra ungarettianamente la fragile umanità di ognuno di noi. In ‘La luce delle cose’ e in ‘la vita dei dettagli’, con sguardo anamorfico, nonostante l’orrore quotidiano, cerchi un salvacondotto, una speranza da donare. È questo il compito del poeta?

Forse più montalianamente: la luce a cui penso è quella degli orti e del mare, le luci dei porti e delle case, una luce concreta, totalmente terrena. Non ci sono luci sovrannaturali, almeno per me, e devo dire che non cerco nessun salvacondotto, né mi sento in grado di dare speranza. In quanto al compito del poeta, proprio non lo so e la parola compito non mi è mai piaciuta, meglio dovere… O dire quello che “resta da fare”, come ha teorizzato Saba. Ieri però ho letto che Pindaro dice “il compito della poesia è essere il drago che custodisce i pomi delle Muse..”

La tua voce, negli ultimi due libri di poesia: ‘Dal balcone del corpo’ e ‘Salva con nome’, tende a un ampio respiro, a palesarsi poematica, come se l’io lirico dovesse tramutarsi nel noi di cvetaviana memoria. Quale necessità ti spinge a testimoniare e a resistere?

Si può solo dire noi. Se c’è una possibilità è ancora quella indicata da Leopardi nella Ginestra, combattere la nostra arroganza, il nostro crederci al centro dell’universo e dunque autorizzati a dominare i più deboli, i piccoli, direbbe la Ortese, i diversi, gli stranieri (e l’elenco sarebbe lungo). Prendere le distanze da quelli che Leopardi chiamava “i nuovi credenti” che prendono di volta in volta forme diverse, ma sono sempre accecati dall’intolleranza e provare a percorrere la strada di una – difficilissima – solidarietà che tra l’altro è un decisivo fattore evolutivo.

Vuoi indicare ai lettori dei poeti contemporanei che ammiri, che ritieni fondamentali per gettare uno sguardo diverso su questo nostro mondo?

Sono molti, l’elenco sarebbe lungo e per spiegare perché li ritengo fondamentali avrei bisogno di molto tempo. Penso anche che rileggere i classici latini, come ha fatto Zbignew Herbert in Polonia o la letteratura provenzale e il Paradiso di Dante come ha fatto Giovanni Giudici in Italia, sia un elemento importante per la costruzione dello sguardo di cui parli. Tra i miei coetanei posso citare due poeti che ho tradotto: Anne Carson e Jamie McKendrick. Sono poeti molto diversi, ma che condividono uno sguardo sul mondo caustico e lirico, obliquamente politico, dislocato, anzi “illocato” come direbbe Emily Dickinson. E in quanto ai classici, credo che per Carson tradurre Saffo e Catullo e per McKendrick rileggere Ovidio e Tacito, abbia nutrito le rispettive poetiche, la riflessione sul desiderio e sul potere per Carson, sulla storia per McKendrick .

Se dovessi consigliare al lettore un tuo libro di poesie e uno in prosa, quale sceglieresti?

Non lo so, lascio scegliere a voi.

(Il curatore di questa intervista vi suggerisce “Residenze invernali” (Crocetti, 1992), “Dal balcone del corpo” (Mondadori, 2007) per la poesia; “La luce delle cose” (Feltrinelli, 2000) e “La vita dei dettagli” (Donzelli, 2009) per la prosa.)

Andrea Breda Minello

da ‘Notti di pace occidentale’ (Donzelli, 1999)

Correva verso un rifugio, si proteggeva la testa.
Apparteneva a un’immagine stanca
non diversa da una donna qualsiasi
che la pioggia sorprende.

Non volevo dire della guerra
ma della tregua
meditare sullo spazio e dunque sui dettagli
la mano che saggia il muro, la candela per un attimo accesa
e – fuori – le fulgide foglie.
Ancora un recinto con spine confuse ad altre spine
spine di terra che bruciano i talloni.

Ciò che si stende tra il peso del prima
e il precipitare del poi:
questo io chiamo tregua
misura che rende misura lo spavento
metro che non protegge.

Vicino a tregua è transito
da un luogo andare a un altro luogo
senza una vera meta
senza che nulla di quel moto possa chiamarsi viaggio
distrazioni di volti
mentre batte la pioggia.

Alla tregua come al treno occorre la pianura
un sogno di orizzonte
con alberi levati verso il cielo
uniche lance, sentinelle sole.

***
a Nathan Zach
Anche questi sono versi di guerra
composti mentre infuria, non lontano, non vicino
seduti di sghembo, a un tavolo rischiarato da lumi
mentre cingono le porte di palme
anche questo è un canto verso Dio
che chini lo sguardo su noi vermi e ci travolga
amati e non amati.
Non una tregua – un dono
per questa terra folgorata.

***

Acquedotto (da ‘Salva con nome’, Mondadori, 2012)
Roma. Pioggia debole. Vento: Libeccio. Intensità del vento: brezza tesa.

Mi sveglio presto per vedere
un acquedotto lungo come un treno
tra i pini, le nuvole,
un grumo di pecore e di prati.

In treno penso alla pietra sollevata, fermata da una spinta
calcolata, eretta da schiavi, mantenuta da schiavi (come ora)
vedo l’inclinarsi dell’acqua (viene dalle comete)
e il suo mai- riposo, il ritmo delle gocce (ancora oggi) fino alle fontane.

Quando arrivo mi appoggio a un tronco per guardare.
Guardo in alto. Le arcate scorrono nel vuoto.
Se non sentiamo le grida sotto gli archi di trionfo
e aggiungiamo le parole:
arte e architettura e precisiamo: civile,
allora, forse, troviamo un po’ pace,
la stessa che danno gli scheletri
composti nei musei.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento