venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Grecia sull’orlo della bancarotta. Ma si tratta
Pubblicato il 26-05-2015


Grecia-debito-UE

La Grecia vive alla giornata. Virtualmente è già in bancarotta, ma nessun vuole prenderne ufficialmente atto per le conseguenze che questo comporterebbe; piuttosto si cerca affannosamente di trovare un accordo che consenta di mantenere il flusso di aiuti costanti per i prossimi anni, un fiume di prestiti valutato in 50 miliardi di euro. Solo al Fondo Monetario Internazionale (FMI) Atene deve pagare una rata da 1 miliardo e settecento milioni entro giugno, ma le necessità totali di cassa sono di 7,3 mld.

Tutti denari che non servono ai greci per crescere, ma solo per soddisfare i creditori. E i termini del braccio di ferro che si protrae ininterrottamente dal giorno della vittoria della sinistra di Syriza si riducono a una questione di fondo: come fare a convincere il governo di Alexis Tsipras a imporre nuovi sacrifici alla popolazione, rimangiandosi anche le promesse elettorali, per garantire un surplus di bilancio del 2-2,5% annuo tale da poter immaginare che almeno in un futuro lontano i greci siano teoricamente in grado di restituire i denari avuti in prestito.

UNA CONDIZIONE CAPESTRO
Un richiesta che ha un limite insuperabile, come si è già visto in questi anni di austerity non solo in Grecia, non tanto nel rifiuto corale dei greci massacrati dai tagli a ripetizione degli ultimi anni di accedere a queste richieste, quanto nell’evidente impossibilità di avere insieme la botte piena e la moglie ubriaca, ovvero tagli di salari e pensioni e PIL in crescita. Un’insensatezza perché si è visto che un eccesso di austerity produce solo una caduta verticale dell’economia, un avvitamento del debito su se stesso.

Il vero “punto di disaccordo” con gli uomini di Ue, Bce e Fmi è, appunto, secondo il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, l’ammontare del surplus di bilancio greco. “Siamo desiderosi – scrive in un articolo su Project Syndicate – di realizzare le riforme” che ci vengono chieste, ma Atene non può continuare a imporre l’austerity voluta dalla troika, “più che doppia” rispetto a partner come Spagna o Portogallo, e che ha fatto crollare il suo Pil di quasi il 25% dal 2010. I creditori vogliono un surplus primario al 2% del Pil per l’anno prossimo, e oltre il 2,5% per gli anni a seguire, ma per ottenere questo il Governo dovrebbe far scattare le clausole di salvaguardia, come probabile ‘pezza’ ai mancati introiti delle privatizzazioni, cioè aumentare l’Iva e tagliare ancora le pensioni. Olivier Blanchard, capo economista dell’Fmi uscente (proprio per la sua politica fallimentare sul caso greco), è stato esplicito: i creditori vogliono un surplus primario sufficiente per abbattere un debito volato a oltre il 170% del Pil, ma per averlo l’unica strada è quella di una ristrutturazione del debito, perché difficilmente i greci, sotto qualunque governo, accetteranno ancora una politica di ‘lacrime e sangue’.

LA TRATTATIVA CONTINUA
Dunque più che altro ora sono occupati, a Bruxelles come ad Atene, a studiare come fare a presentare una soluzione in cui nessun perda la faccia: né i fautori della linea dura made in Germany, né i sostenitori di una politica economica neokeneysiana. I rischi connessi a un default greco, a una grexit, l’uscita dalla moneta unica, spaventano tutti, anche chi, come Salvini, fa finta di auspicare un ritorno alle monete nazionali.

Così oggi, dopo gli annunci pre-fallimentari dei giorni scorsi, il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, annunciando una tassa sulle transazioni bancarie e una sanatoria sui depositi occulti all’estero tassandoli al 15%, ha annunciato che la Grecia pagherà la rata da 312 milioni dovuta al Fmi il 5 giugno, perché per allora – ha detto – sarà stato raggiunto l’accordo con i creditori.

Un’ottimismo condiviso dal commissario Ue agli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che in un intervento a Dublino ha riconosciuto che per l’Eurozona “sarebbe un grande problema se un Paese dovesse uscire” dalla moneta unica, ma anche che “nelle ultime tre settimane sono stati fatti più passi avanti” sulla Grecia “di quanti ne siano stati fatti negli ultimi tre mesi”.

Una tirata di orecchie ai rigoristi è arrivato dal capo del Fondo salva Stati (Esm), Klaus Regling. Dalle pagine della tedesca ‘Bild’, Regling ha avvertito che sarebbero guai se fallisse la Grecia: “Il tempo stringe, per questo si lavora senza sosta ad un accordo. Senza accordo, Atene non può avere altri prestiti e quindi rischia il fallimento, e questo implica grandi rischi”. “Anche un mancato versamento al Fmi – conclude – avrebbe un impatto su altri creditori”.

DOPO IL G7 FORSE UN NUOVO EUROGRUPPO
Insomma per ora non ci sarà una rottura. Il negoziato continua anche se l’incontro di oggi a Bruxelles tra il ‘gruppo dei negoziatori’, l’ex trojka, e gli emissari del Governo ateniese è stato rinviato di 24 ore. Lo stesso ministro dell’Economia, Gergios Stathakis, ha fatto sapere che l’intesa con i creditori è “questione di settimane” e questo mentre la componente maggioritaria di Siryza, più aperta al negoziato con i creditori, ha incassato una vittoria nel comitato centrale del partito respingendo con 95 voti a 75, la proposta di non pagare le scadenze del FMI. Il caso greco sarà anche all’ordine del giorno del G7 finanziario a Dresda giovedì e venerdì e se vi fossero passi avanti, l’Euro Working Group potrebbe decidere per la convocazione di un nuovo Eurogruppo.

Alvaro Steamer

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