giovedì, 19 ottobre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

I congedi previsti per i lavoratori impegnati nella prossima consultazione elettorale del 31 maggio
Pubblicato il 20-05-2015


E’ un vero e proprio esercito, abbastanza numeroso, di presidenti, di scrutatori e di rappresentanti di lista dei partiti quello che sarà formalmente impegnato nei seggi elettorali per le elezioni amministrative che si svolgeranno il 31 maggio 2015. Tra questi ci saranno anche tanti lavoratori dipendenti, che, volentieri o meno, dovranno lasciare aziende e uffici per provvedere all’espletamento di tutte le operazioni legate a questo delicatissimo e irrinunciabile compito.

L’occasione è quanto mai opportuna per ricapitolare che cosa deve fare chi, ritornato alla consueta attività, al termine dello scrutinio, si appresta alla solita querelle con il reparto personale della propria ditta per stabilire i propri diritti nel caso di mancata presenza al lavoro motivata dall’importante incarico svolto presso l’urna di assegnazione. Circa il titolo ad assentarsi dal lavoro e il trattamento spettante in tema di riposi compensativi, è fuor di dubbio che i giorni dedicati ai previsti adempimenti di cui si tratta, siano considerati a tutti gli effetti periodi di attività lavorativa secondo quanto dispone l’articolo 119 del Testo Unico n. 361/57, modificato dalla legge n. 53/90.

Ciò comporta il conseguente obbligo per il datore di lavoro, non solo di permettere l’assenza, ma di retribuirla. Per di più, la stessa legge n. 53 del 1990 ha precisato che il diritto ai riposi compensativi e alle assenze retribuite compete anche ai rappresentanti di lista. Poiché le funzioni di presidente e scrutatore dei seggi sono del tutto equiparate all’espletamento dell’attività lavorativa, non è consentito alle aziende di richiedere prestazioni professionali nei giorni coincidenti con le operazioni elettorali, pure se l’eventuale turno di lavoro fosse collocato in orario diverso da quello di presenza disposto per la nomina ricevuta. Per quanto attiene i riposi compensativi la Corte Costituzionale ha riaffermato il principio secondo cui il lavoratore ha titolo al recupero delle giornate festive (la domenica) o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta) destinate alle operazioni elettorali, nel periodo immediatamente successivo ad esse.

In altre parole, i soggetti interessati hanno diritto a restare a casa, ovviamente pagati, nei due giorni successivi all’effettuazione del mandato ricevuto (se il sabato è lavorativo), o nel giorno successivo (se non viene osservata la settimana corta) in forza della parificazione legislativa tra attività al seggio elettorale e prestazione professionale, rispetto alla quale la garanzia del congedo è precetto costituzionale. Ove gli adempimenti connessi all’ufficio ricoperto per designazione abbiano termine di lunedì, come è stato durante le precedenti ultime consultazioni politiche, le giornate di diritto al riposo dovrebbero essere il martedì (ed eventualmente il mercoledì, se il sabato non è lavorativo). Per avere titolo ai riposi o, in sostituzione, alla retribuzione e ai benefici di cui si è accennato, il lavoratore dovrà produrre all’azienda l’attestazione del presidente del seggio elettorale, regolarmente timbrata con il bollo della sezione e dalla quale risulti la data e l’ora di inizio e di conclusione delle funzioni. Per la cronaca ricordiamo che alla imminente tornata di consultazione popolare sono complessivamente più di ventitre milioni i cittadini chiamati alle urne in pratica un vero e proprio test nazionale.

Sulla materia in questione, anche la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro ha recentemente approntato un utile vademecum per gestire al meglio le assenze dei lavoratori impegnati nella ‘macchina’ elettorale: presidenti di seggio, segretari e scrutatori, nonché rappresentanti di lista o gruppo e rappresentanti dei partiti o gruppi politici (o promotori dei referendum). I giorni di assenza sono considerati dalla legge, a tutti gli effetti, giorni di attività lavorativa. “Ciò significa – spiega la Fondazione Studi – che i lavoratori hanno diritto al pagamento di specifiche quote retributive, in aggiunta all’ordinaria retribuzione mensile, ovvero a riposi compensativi, per i giorni festivi o non lavorativi eventualmente compresi nel periodo di svolgimento delle operazioni elettorali.

Per i giorni in cui non era prevista prestazione lavorativa, invece, l’interessato avrà diritto a tante ulteriori quote giornaliere di retribuzione che si andranno ad aggiungere a quelle normalmente spettanti”. “Per tali giornate di mancato riposo, tuttavia, il lavoratore potrà optare per il godimento di giornate di riposo compensativo – si precisa – al posto della retribuzione aggiuntiva”. Il titolo alla retribuzione compete per le singole giornate di partecipazione al seggio, a prescindere dal numero di ore di impegno. “I giorni festivi e quelli non lavorativi (ad esempio il sabato nella settimana corta) – proseguono i consulenti del lavoro – sono compensati con quote giornaliere di retribuzione in aggiunta alla retribuzione normalmente percepita o, in alternativa, recuperati con una giornata di riposo compensativo”.

La legge in proposito non chiarisce le modalità di scelta tra riposo compensativo e retribuzione. “Per quanto riguarda invece i riposi compensativi, secondo l’orientamento della Corte Costituzionale, il lavoratore ha diritto al recupero delle giornate festive (la domenica), o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta), destinate alle operazioni elettorali – puntualizza la Fondazione Studi – nel periodo immediatamente successivo ad esse”. In altri termini, gli interessati avranno diritto a restare a casa e ad essere retribuiti nei due giorni successivi alle operazioni elettorali (se il sabato è non lavorativo), o nel giorno successivo (se il sabato è lavorativo). “In base ai principi in tema di riposo settimanale – si ricorda – il riposo compensativo deve essere goduto con immediatezza, cioè subito dopo la fine delle operazioni al seggio. La rinuncia al congedo in questione deve comunque essere validamente accettata dal lavoratore”.

Lavoro. In Italia 340mila baby lavoratori, soprattutto pre-adolescenti 

Sono 340mila, in Italia, i minori di 16 anni, con una qualche esperienza di lavoro. Si tratta di pre-adolescenti dai 12 ai 15 anni che, nella maggior parte dei casi, aiutano i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%), oppure sostenendoli nei lavori di casa (30%). Il restante 29% si distribuisce in misura equivalente tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici oppure di altre persone. E’ la fotografia recentemente scattata dalla ricerca ‘Game over. Il lavoro minorile in Italia’, curata dall”Associazione Bruno Trentin’ e ‘Save the Children’, illustrata a ‘Labitalia’ da Anna Teselli, ricercatrice nell’area welfare e diritti di cittadinanza e responsabile dell’Osservatorio sul lavoro minorile. “Il grande sforzo che bisogna fare nel raccontare il fenomeno del lavoro minorile – ha spiegato – è quello di posizionarlo all’interno di un’economia avanzata, come la nostra. Non ci troviamo, infatti, davanti a baby lavoratori impiegati in lavori lontani dalle società evolute, ma di giovanissimi impegnati a contribuire a mandare avanti l’azienda di famiglia oppure a servire, fino a tardi, tra i tavoli dei ristoranti”.

“Alcuni frequentano ancora la scuola – ha precisato Anna Teselli – sono impiegati in mansioni che gli adulti non vogliono fare oppure presso aziende familiari. Le attività principali sono svolte nelle microimprese familiari e presso terzi. In generale, il 27,7% delle attività riguarda il settore della ristorazione, 22% quello della vendita (comprese quelle ambulanti), 17,2% della campagna, 15% artigianali, 4,3% baby sitter e attività con bambini, 4,2% lavoretti di ufficio e 1,9% impegni nei cantieri”. “Un ragazzo su cinque dei 14-15enni che lavorano – ha fatto notare – svolge un’attività di tipo continuativo (quasi 55.000), soprattutto in ambito familiare. Le esperienze più continuative sono quelle legate al settore della ristorazione e alle attività artigianali; nella maggior parte dei casi sono svolte per la famiglia. I lavori continuativi coinvolgono i minori per almeno 3 mesi all’anno, almeno una volta a settimana e almeno 2 ore al giorno”.

“I ragazzi lavorano soprattutto – ha sottolineato la ricercatrice – per aiutare le famiglie nella loro attività di lavoro (nel 40% dei casi); un ragazzo su due segnala ragioni personali, come quella di avere soldi propri (25,8%) o perché gli piace (22,1%)”. Il problema sicurezza non è molto percepito dai giovani. “Per l’83,9% dei minori che lavorano – ha ricordato – il lavoro non è pericoloso e solo il 14% lo indica come un ‘pò pericoloso’. Eppure, i rischi esistono. “I giovani – ha continuato – lavorano in fasce orarie serali o notturne, svolgono un lavoro continuativo e indicano almeno una delle seguenti condizioni: interrompono la scuola per lavorare; il lavoro interferisce con lo studio; il lavoro non lascia tempo per il divertimento con gli amici e per riposare; il lavoro viene definito moderatamente pericoloso”.

Dati alla mano, ha rimarcato Anna Teselli, “in quasi la totalità dei casi si tratta di lavori continuativi”. “E’ molto elevata, infatti, la quota delle attività svolte tutti i giorni (nel 65% dei casi, quasi tre volte di più rispetto all’insieme delle esperienze di lavoro) o in modo regolare, cioè da oltre 6 mesi nell’anno (67%), con un calo significativo delle attività occasionali e saltuarie”, ha detto. Facendo un collegamento scuola-lavoro, ha aggiunto, emerge come “l’evento critico della bocciatura sia molto più frequente per i minori con esperienze di lavoro”. “Il 50% dei minori a rischio ha un giudizio di licenza media sufficiente contro il 19% di tutti gli altri. L’idea di un ‘futuro investito nel mondo del lavoro e non a scuola’, inoltre, è il criterio che orienta la prospettiva di vita dei ragazzini che cominciano presto a lavorare”, ha concluso.

Istat. La disoccupazione torna a salire al 13%

Il tasso di disoccupazione torna a salire a marzo: cresce di 0,2 punti percentuali (da febbraio) al 13%. Lo comunica l’Istat nei dati provvisori, precisando che la risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio. Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (13,2%).

La disoccupazione giovanile a marzo risale oltre il 43%: il tasso segna un aumento di 0,3 punti percentuali a quota 43,1%, dal 42,8% di febbraio. Lo rileva l’Istat nei dati provvisori. Si tratta del livello più alto da agosto scorso.

Under 25: solo Grecia, Spagna e Croazia peggio di noi: La disoccupazione dei giovani fino a 25 anni quindi in Italia continua purtroppo a crescere a marzo ed è la quarta in Europa. Secondo i dati Eurostat, è – come detto – al 43,1% (a febbraio era al 42,8% e 12 mesi prima era a 43,5%). Solo in Grecia (50,1% a gennaio 2015), Spagna (50,1%) e Croazia (45,5% nel primo trimestre 2015) è più alta. La media dell’Eurozona resta stabile a 22,7% (un anno prima era a 24,2%). Anche nella Ue-28 resta invariata rispetto al mese precedente a 20,9% (nel marzo 2014 era a 22,8%).

Eurostat si ferma calo occupazione: Si ferma il calo del tasso di disoccupazione nell’Eurozona. Secondo Eurostat a marzo è dell’11,3%, lo stesso dato di febbraio, mentre a marzo 2014 era a 11,7%. Anche nella Ue a 28 resta al 9,8% (stessa percentuale di febbraio, era al 10,4% 12 mesi prima). L’Italia vede un rialzo, dal 12,7% di febbraio al 13% di marzo. Secondo la stima di Eurostat nella Ue-28 a marzo i disoccupati sono 23,748 milioni, di cui 18,105 milioni nella zona euro. Rispetto allo stesso mese del 2014 i senza lavoro sono diminuiti di 1,523 milioni nell’Ue-28 e di 679mila nell’Eurozona. I tassi di disoccupazione più bassi sono quelli di Germania (4,7%), Gran Bretagna (5,5% a gennaio 2015) e Austria (5,6%), mentre i più elevati sono in Grecia (25,7% a gennaio 2015), Spagna (23%) e Ungheria (18,2%).

Ancora in calo gli occupati a marzo: dopo la diminuzione di febbraio, a marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3%, con 59 mila unità in meno rispetto a febbraio, tornando sul livello dello scorso aprile. Lo comunica l’Istat. Rispetto a marzo 2014, l’occupazione è in calo dello 0,3% con 70 mila unità in meno. Il tasso di occupazione scende al 55,5%.

A marzo le persone in cerca di occupazione sono 3,302 milioni, in aumento dell’1,6% da febbraio. Nello stesso mese gli occupati sono 22,195 milioni, in calo dello 0,3% su base mensile. E’ quanto risulta dai dati dell’Istat. Stabile la forza lavoro a 25,497 milioni di unità.

Carlo Pareto 

                                                            

 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento