lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

I debiti de l’Unità? Li paghiamo noi contribuenti
Pubblicato il 14-05-2015


Report-unita-debitiLa trasmissione diretta da Milena Gabanelli sui Rai Tre, Report, nella puntata andata in onda domenica scorsa, 10 maggio, ha affrontato un tema di cui già in passato si era occupata, quello del finanziamento alla stampa di partito. La ragione del servizio andato in onda, (“La causa persa” di Emanuele Bellano) questa volta era legata ad un fatto specifico, denunciato nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, dall’ex direttore de l’Unità Concita De Gregorio e da altri giornalisti del quotidiano, già organo ufficiale del Partito comunista italiano, poi passato a esserlo del PDS, dei DS e infine del PD.

La vicenda, di cui abbiamo già dato notizia, può riassumersi in poche parole: la società editrice è fallita e i giornalisti sono stati chiamati a far fronte alle richieste di danni per centinaia di migliaia di euro, con abitazioni personali pignorate, nelle cause per diffamazione intentate, e vinte, negli anni passati.

Bellano di Report in questa storia ha voluto vederci chiaro e ha scoperto un verminaio di notevoli proporzioni che chiama in causa non solo il partito che sotto varie sigle ha sempre detenuto la proprietà reale del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche un Governo (il primo Prodi) e quasi tutte le forze politiche. L’uso disinvolto dei soldi pubblici è una regola che ha continuato ad essere in uso ben oltre la fine della Prima Repubblica e che pare sia arrivata intatta fino ai giorni nostri. Chi doveva rottamare non ha rottamato e chi doveva protestare non ha protestato. Solo disattenzione o ignoranza?

L’unica cosa certa è che venti anni prima, analoga tolleranza non ci fu per un giornale che aveva sicuramente anche qualche merito e qualche anno in più di quello del PCI, l’Avanti!. Dei socialisti non doveva restare neppure la memoria, figuriamoci un intero quotidiano. Della vicenda ne ha scritto anche Ugo Intini nel suo splendido libro ‘Avanti! Un giornale, un’epoca’, pubblicato da Ponte Sisto. La società editrice fallì nel ’94 perché i fondi dell’editoria che gli spettavano non vennero erogati per ragioni quantomeno discutibili, ma sicuramente utili a coronare la vittoria del Pool di Mani Pulite e dei suoi sponsor politici.

Oggi torna a occuparsene anche il nostro senatore Enrico Buemi con una istruttiva interrogazione che riportiamo integralmente qui di seguito:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Enrico BUEMI Al Ministro per le riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento. 

Premesso che:
– il governo Prodi I proponeva, nella XIII legislatura, il disegno di legge Atto Senato n. 3053 (Remunerazione dei costi relativi alla trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari effettuata dal Centro di produzione S.p.A.), esclusivamente per sanare la condizione di Radio radicale nell’erogare un servizio pubblico;

– licenziato dal Senato in testo pressoché conforme alla proposta del governo, il disegno di legge approdava alla Camera dei deputati, dove registrava un peculiarissimo iter: il 20 maggio 1998 la VII Commissione referente registrava il deposito del testo di alcuni emendamenti, tra cui quello (numerato 1. 04 a firma dei deputati De Murtas, Giulietti, Riva, Dalla Chiesa, Bianchi Clerici, Bicocchi, Bracco, Malgieri) rubricato “Mutui agevolati per l’estinzione delle passività per il settore editoriale”. Ancor più stranamente, tale emendamento non veniva posto ai voti, ma il testo, senza modifiche, veniva inviato in Assemblea, dove si svolgeva una discussione generale sul testo del Senato il 25 maggio del 1998. Successivamente, su richiesta del relatore, l’Assemblea deliberò di rinviare il testo in Commissione, la quale, il 17 giugno 1998, ottenne il trasferimento alla sede legislativa. Solo in questa sede riaffioravano gli emendamenti di cui sopra; su di essi emergeva soltanto una dichiarazione del sottosegretario per le comunicazioni Vincenzo Vita (“il Governo apprezza il lavoro svolto dalla Commissione e si rimette a quella che sembra essere la soluzione conclusiva, nel rispetto dell’autonomia della Commissione e del Parlamento. Come infatti abbiamo sostenuto fin dall’inizio, si tratta di un tema squisitamente parlamentare ed il Governo si affida al ruolo decisivo del Parlamento per la scelta della pubblicità da dare ai propri lavori. Per parte nostra intendiamo cooperare anche in questa seduta affinché il lavoro che l’onorevole Risari ha condotto così bene possa concludersi positivamente. Non mi sento di dire, onorevole Vignali – né acconsentirei per quanto mi riguarda a questa interpretazione -, che si è assunta un’iniziativa nel chiuso di qualche stanza. Si tratta di un compromesso, un compromesso positivo che credo si possa così rappresentare, in modo trasparente, sia in questa sede, sia al di fuori di qui“), un’obiezione del deputato Giuseppe Rossetto (“esprimo perplessità circa l’ammissibilità degli emendamenti presentati che recano agevolazioni alla stampa di partito, in quanto concernenti materia estranea a quella del provvedimento in esame”) e l’approvazione dell’emendamento 1.04. In sede di voto finale, il giorno dopo, le opposizioni si unirono al voto con la maggioranza (presenti e votanti 35; maggioranza 18; hanno votato sì 34 deputati – ha votato no 1 deputato ) ed il testo tornò, così stravolto, al Senato, dove fu approvato (anche lì in sede deliberante) senza ulteriori modifiche, andando in Gazzetta Ufficiale del 13 luglio 1998 n. 161 come legge 11 luglio 1998 n. 224;

– a seguito delle vicende sopra illustrate, l’articolo 4 della legge prevedeva che “la corresponsione delle rate di ammortamento per i mutui agevolati concessi ai sensi dell’articolo 12 della legge 25 febbraio 1987, n. 67, e dell’articolo 1, comma 1, della legge 14 agosto 1991, n. 278, può essere effettuata anche da soggetti diversi dalle imprese editrici concessionarie, eventualmente attraverso la modifica dei piani di ammortamento già presentati dalle banche concessionarie, purché l’estinzione dei debiti oggetto della domanda risulti già avvenuta alla data della stessa e comunque prima dell’intervento del soggetto diverso. In tale evenienza, ferma restando la trasferibilità della garanzia primaria dello Stato già concessa ai sensi dell’articolo 2 della legge 8 maggio 1989, n. 177, e dell’articolo 1, comma 3, della legge 14 agosto 1991, n. 278, viene parimenti modificata in conformità la corresponsione delle rate di contributo in conto interessi a carico dello Stato. La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario ovvero a seguito di inizio di procedure concorsuali. Gli interessi di mora, se dovuti, sono calcolati in misura non superiore al tasso di riferimento cui e’ commisurato il tasso di interesse del finanziamento fino alla data della richiesta di perfezionamento della documentazione necessaria alla liquidazione e al tasso di interesse legale per il periodo successivo“;

– ancora sotto il governo Prodi, ma questa volta nel suo secondo mandato, l’articolo 4 venne abrogato dal decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla l. 29 novembre 2007, n. 222. Eppure, si apprende dalla puntata di Report della RAI del 10 maggio 2015 (“La causa persa” di Emanuele Bellano) che la disposizione abrogata continua a dispiegare i suoi effetti: secondo la giornalista Gabanelli essa “sostanzialmente, sancisce che se un partito, non è in grado di pagare i debiti dell’editore, e non ci sono altri beni aggredibili, le banche creditrici possono battere cassa alla presidenza del consiglio. Cosa che hanno fatto, e il tribunale infatti ha sentenziato che ci sono 120 giorni di tempo per pagare. Naturalmente, la presidenza del consiglio ha fatto opposizione, ma intanto bisogna scucire 95 milioni di euro”. Secondo la giornalista, “stiamo parlando dell’Unità, ritorniamo un po’ indietro per capire meglio poi i fatti di oggi. Siamo nel 1994 l’Unità spa va in liquidazione, e fino al 2001 se ne vanno e vengono nuovi soci. Però c’è un tot di debiti lasciati appunto dall’Unità. 82 milioni e 5 verso BNL, 32 milioni e 6 con banca IMI, che oggi è Intesa San Paolo, 10 milioni e cento con Efibanca, che è Banco Popolare. Il totale sono 125 milioni e rotti. Chi li dovrebbe pagare? La proprietà, vale a dire il PDS, si chiamava così allora, magari vendendo un po’ dei suoi numerosi immobili. (…) Arriviamo al 2000, il PDS si chiama DS, vanno in banca e dicono “ci accolliamo tutto il debito, lo ristrutturiamo e paghiamo a rate”. Arriviamo al 2007 e i DS blindano gli immobili dentro ad una fondazione, nel 2008 i DS diventano PD, e smettono di pagare, e oggi scopriamo che restano da pagare 110 milioni di euro che dovremmo pagare noi. (…) Banca Intesa, Bnl e le altre banche coinvolte ricorrono in Tribunale. La decisione arriva ad aprile scorso. Il Tribunale di Roma emette tre decreti ingiuntivi: il vecchio debito dell’Unità lo deve pagare la Presidenza del Consiglio dei Ministri”;

– secondo la predetta trasmissione, dal dipartimento per l’editoria della Presidenza del consiglio avrebbero precisato che “il totale dei decreti ingiuntivi fanno poco meno di 95 milioni … Contro tutti e tre i decreti ingiuntivi noi abbiamo proposto opposizione”;

Considerato che:
– quando si era trattato, nel 1993, di utilizzare fondi per l’editoria, a disposizione della presidenza del Consiglio, per fronteggiare le forti difficoltà di una serie di quotidiani, con motivazioni infondate, e anche provocatorie, questi contributi vennero negati.

– non fu solo per una diversità di stile, ma per probabili protezioni politiche (delle quali la vicenda legislativa citata in premessa è solo una spia) che la vicenda del salvataggio dell’ “L’Unità” si sviluppò in modo ben diverso: nel 1994, registrava un passivo molto superiore ad esempio a quello dell’”Avanti!”, e il suo debito ammontava a 125 milioni di euro, pari a 250 miliardi di vecchie lire (quello del Pci-Pds era arrivato a 447 milioni degli attuali euro). “L’Unità” con quel passivo non fallì, l’Avanti, con un passivo inferiore, sì. Adesso sappiamo anche perché. I giornali di partito (ad eccezione dell’Avanti ed de “Il Popolo” della vecchia Dc) con la legge sull’editoria godevano di un sostanzioso finanziamento. E poterono tirare avanti con una certa disinvoltura. Il giornale comunista, nel 1994 di proprietà dell’allora Pds, aveva in mente però anche un altro percorso, perché continuava a fare debiti, tra i cinque e sei milioni di euro l’anno;

– il Pds si accollò i debiti che aveva con le banche e riuscì a rateizzarli. Poi dissociò la proprietà dal partito quando nacque il Pd, che ne divenne azionista per solo lo 0,1%. Nel contempo, si blindò il patrimonio immobiliare enorme del vecchio Pci-Pds-Ds in una fondazione. In base al citato articolo 4, le fidejussioni date alle banche dai giornali di partito, qualora questi ultimi non fossero stati in grado di pagare, sarebbero passati allo Stato o meglio alla Presidenza del Consiglio che erogava fondi per l’editoria. E così, da un lato, riversarono i debiti sui giornalisti in mancanza di un editore dopo il fallimento e la chiusura del giornale e dall’altro orientarono la maggior parte del debito, circa 110 milioni di euro, sullo Stato, separando partito e proprietà del giornale e poi partito e fondazione. Da registrare che la fondazione oggi detiene un patrimonio di centinaia di milioni di euro che sono assolutamente distinti dalle proprietà del Pd;

Si chiede di sapere:
– se l’annunciato intendimento del Governo, di propiziare l’attuazione all’articolo 49 della Costituzione, non debba ispirarsi all’abbandono della “concezione strettamente privatistica del partito politico, inteso quale associazione non riconosciuta di diritto privato e in quanto tale dotata della massima libertà”: tale concezione ha ispirato, nel passato anche recente, “il criterio che stava a fondamento delle scelte legislative sulla contribuzione economica statale era quello di finanziare i partiti politici senza riconoscerli, anziché riconoscerli per finanziarli”;

– se non si ritenga che “occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica degli stessi in modo da restituire ad essi la funzione che è loro propria e che appare fondamentale in una democrazia pluralista: il raccordo fra i cittadini e le istituzioni. Si tratta di subordinare i partiti politici a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci e dando più potere ai loro iscritti ed elettori”;

– se, per conseguire l’obiettivo di cui sopra, non si ritenga di avanzare al Senato la richiesta di celere calendarizzazione del disegno di legge n. 891 (dalla cui relazione sono tratte le citazioni precedenti), nonché dell’Atto Senato n. 1319 (d’iniziativa dei senatori Buemi, Nencini, Longo, Esposito e Mastrangeli, recante “Disposizioni per la prevenzione del conflitto di interessi dei titolari di cariche pubbliche“). In assenza di una precisa regolamentazione del conflitto di interessi, infatti, non si può escludere che vicende opache come quella descritta in premessa – di commistione di interessi privatistici e partitici con la funzione legislativa – non si possano ripetere anche al giorno d’oggi.

Redazione Avanti!

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