lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Califfato si allarga
e minaccia l’Europa
Pubblicato il 24-05-2015


Molinari_il_califfato_del_terroreIl Califfato si allarga; dopo la cattura dell’intera città di Palmira si ha motivo di credere che con la sua espansione miri a raggiungere traguardi più ampi. Nel suo libro recente sulle origini e sugli obiettivi del Califfato (“Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente”), Maurizo Molinari, giornalista specializzato in questioni riguardanti il Medio Oriente, sostiene che se il movimento islamista di Bakr al-Baghdadi rappresenta il progetto di “unificazione dell’Islam sunnita, passando attraverso la eliminazione degli sciiti, la Jihad globale si identifica con la ‘conquista di Roma’”.

Per comprendere le pericolose implicazioni del progetto, soprattutto per i Paesi europei, è necessario seguire la narrazione che Molinari effettua delle modalità con cui lo Stato islamico, per ora ancora de facto, tende a realizzare l’obiettivo che si propone. La narrazione accompagna il lettore dentro l’universo “gestito” da Bakr al-Baghdadi, partendo dalle origini del progetto statuale, per arrivare alle ragioni della violenza praticata al fine di catturare il consenso delle popolazioni dei territori occupati e promuovere le motivazioni del volontariato che riesce ad attrarre.

“Lo Stato Islamico – afferma Molinari – è un progetto politico di lungo termine e una minaccia per l’Europa; il suo leader, succeduto al “qaedista” giordano Abu Musab al-Zarqawi, operante in Iraq sino alla sua uccisione da parte degli americani, “ha ridisegnato la geografia del Medio Oriente, cancellando i confini di Iraq e Siria prodotti dagli accordi Sikes-Picot del 1916” (accordi di spartizione dell’Asia Minore tra i governi del Regno Unito e della Francia), per proiettarsi contro tutti gli Stati post coloniali, sorti nella regione storica del Medio Oriente Bilad al-Sham e corrispondenti agli attuali territori di Iraq, Siria, Giordania, Libano, Israele e Autorità nazionale palestinese. Questo piano rivoluzionario è perseguito da Bakr al-Baghdadi con il supporto di migliaia di miliziani-rivoluzionari, arabi e non, accomunati dalla fede islamica sunnita nella versione salafita e dalla comune partecipazione a una guerra santa contro gli sciiti, i regimi corrotti del mondo arabo, gli ebrei, le minoranze cristiane, la Russia, gli Stati Uniti e gli Stati dell’Unione Europea.

Lo Stato islamico, alla cui realizzazione è orientata tutta l’azione di Bakr al-Baghdadi, esprime a livello ideologico e politico il “punto di convergenza” di due grandi conflitti presenti nel mondo musulmano, riguardanti, da un lato, l’affermazione della supremazia sunnita e, dall’altro, la guerra sunniti-sciiti. Nel primo caso, lo Stato islamico si contrappone ai leader dei Paesi arabi conservatori difesi dall’alleanza fra Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti; questo conflitto inter-sunnita vede la Turchia e il Qatar impegnati a sostituire la monarchia wahabita di Riad nella guida della maggior componente della religione dell’Islam, mentre l’Egitto sostiene militarmente l’Arabia Saudita. Il secondo conflitto è quello che contrappone il Califfato agli sciiti, con l’intento di impedire al loro Stato-guida, l’Iran, di creare una continuità territoriale fra gli Stati che subiscono la sua influenza.

La conseguenza dei due conflitti in atto è la decomposizione di tutta l’area mediorientale: l’Iraq risulta diviso fra il Kurdistan, gli sciiti filoiraniani e lo Stato islamico; la Siria è divisa per l’80% in parti uguali fra Bashar al-Assad e Bakr al-Baghdadai, mentre il restante 20% fa capo a una galassia di “gruppi ribelli”, tra i quali primeggiano i Fratelli Musulmani e l’Esercito di liberazione siriano. Attorno a Iraq e Siria frantumati, altri Paesi barcollano; così il Libano, dove gli Hezbollah filo-iraniani hanno creato un partito-Stato nella valle della Beqaa; così la Giordania, dove l’unità nazionale degli undici milioni di abitanti è insidiata dai quattro milioni di profughi iracheni e siriani; così la Turchia, dove la rivolta dei curdi e la presenza di oltre un milione di profughi siriani stanno creando non pochi problemi alla contraddittoria politica estera di Tayyip Erdoğan.

La disgregazione di Iraq e Siria rappresenta solo l’inizio della realizzazione del progetto statuale di Bakr al-Baghdadi; ai territori della regione di Bilad al-Sham dovranno essere unite tutte le terre dell’Islam, da Casablanca a Giacarta, sino ad includere la riconquista della Spagna e la conquista di Roma, capitale del Cristianesimo. L’asse portante del Califfato è espresso, oltre che dalla volontà di diffondere e di applicare la versione più rigida e violenta della sharia, dalla determinazione di espandere in continuazione i confini del nuovo Stato e di restare nei nuovi territori conquistati, resistendo all’assalto dei nemici. Ciò che concorre a legittimare il nuovo Stato presso le popolazioni dei territori conquistati è anche il fatto che buona parte delle popolazioni di questi territori è convinta di subire gravi ingiustizie, alle quali il nuovo Stato islamico pone rimedio attraverso la persecuzione delle minoranze non musulmane, il ricupero di vecchie forme di schiavismo e l’organizzazione e l’attuazione di programmi sociali coi quali il Califfato realizza una penetrazione “dal di dentro” dei singoli contesti sociali disposti alla sua obbedienza.

Ciò che della frantumazione del vecchio ordine socio-politico mediorientale più stupisce e preoccupa, almeno dal punto di vista europeo, è che le retrovie del Califfato e delle sue forze jihadiste si trovino nella Turchia, dentro quindi il territorio della NATO; la denuncia arriva dalle forze politiche di opposizione turche, che sollevano il sospetto che Ankara abbia supportato la formazione dell’Isis per esercitare una pressione sul regime siriano di Bashar al-Assad. Ora però il Califfato è divenuto tanto forte da minacciare l’integrità della stessa Turchia; ciò non ostante, il regime di Ankara tende a sfruttare la crisi dei Paesi arabi per ricuperare l’influenza della Turchia sui territori dell’ex Impero Ottomano.

Come precedentemente è stato osservato, il Califfato non rappresenta solo il “progetto statuale di unificazione dell’Islam sunnita, in quanto con la jihad globale persegue anche la sconfitta del Cristianesimo e la conquista simbolica di Roma; esso è anche un intento di sfida, distruzione e morte, come annunciato dalla rivista dello Stato islamico “Dabiq”, che in lingua inglese propaganda l’ideologia della jihad nel mondo. Alla fine del 2014, il periodico ha pubblicato un articolo con cui le forze jihadiste sono spinte ad attaccare “gli occidentali ovunque si trovino”, mettendo a segno “attacchi in ogni Stato […] a cominciare da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Australia e Germania”; ciò al fine di consentire allo Stato Islamico di “continuare a esistere fino a quando i propri stendardi non sventoleranno sulla città di Roma”. L’appello, sottolinea Molinari nel suo libro, è indirizzato anche ai musulmani che risiedono in Europa, invitandoli a “rivoltarsi contro i Paesi che li ospitano, come una sorta di cavallo di Troia capace di portare il terrore sul territorio dei nemici infedeli”.

Di fronte a queste minacce che fa L’Europa? Per precostituire una difesa adeguata occorrerebbe che l’Unione Europea avesse la possibilità di disporre delle opzioni alla quali ricorre normalmente un Paese bene ordinato; opzioni che includono azioni diplomatiche, sanzioni economiche e azioni militari. Invece, né a titolo individuale, né a titolo collettivo i Paesi dell’Unione Europea sono in grado di fare ricorso in modo coerente a questo tipo di azioni, in quanto, per un motivo o per un altro, sono portati ad assumere iniziative che, spesso, a causa dei lori rispettivi interessi nazionali, collidono tra loro.

Tutti sono contrari alle “combat operations” e a giustificare solo inutili e costose le “peacekeeping operation” e, a volte, sanzioni economiche, per lo più depotenziate dalla paura di ritorsioni da parte dei Paesi contro i quali le sanzioni dovrebbero essere applicate. Non restano che le azioni diplomatiche, ma nel caso dello Stato islamico non si sa verso chi condurle, considerato che il Califfato è ancora uno Stato privo di un’organizzazione e di una legittimazione internazionale. Accade così che l’Italia debba sentirsi protetta solo dalle esternazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, secondo la quale la miglior difesa contro il terrorismo islamico dovrebbe consistere in aiuti di tipo economico a favore dei Paesi destabilizzati dalle iniziative di Bakr el-Baghdadi, per evitare che le loro popolazioni possano offrire basi per l’arruolamento di nuovi jihadisti.

Sono esternazioni, quelle dell’Alto commissario dell’Unione, che non garantiscono alcuna difesa per i Paesi europei, soprattutto per quelli che, come l’Italia, includono tra i propri residenti molti immigrati di religione musulmana; i motivi di insicurezza sono resi ancora più gravi dal fatto che un Paese sotto “l’ombrello protettivo” della NATO, come la Turchia, sia coinvolta nella destabilizzazione dell’area mediorientale, con intenti non sempre trasparenti e disinteressati; vien fatto di pensare che la Nato, in ultima istanza, rappresenti per i Paesi europei l’unico baluardo di difesa, considerando che eventuali azioni terroristiche del Califfato condotte sul suolo di uno qualsiasi di essi possono essere motivo sufficiente a spingerli tutti insieme a ricordarsi che se gli Stati Uniti, asse portante della NATO, senza il loro consenso non possono utilizzare tutte le opzioni delle quali dispongono, essi, i Paesi europei, senza gli Stati Uniti, sono esposti al rischio che le minacce di Bakr al-Baghdadi diventino un fatto reale.

Gianfranco Sabattini

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