sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Il leaderismo serve
(ma non troppo)
Pubblicato il 25-05-2015


Il dibattito che si è sviluppato intorno alla legge elettorale, e all’ITALICUM in particolare, ha fatto registrare una pluralità di posizioni all’interno delle forze politiche, e anche in casa socialista, ed è stato suppergiù lo stesso per l’art. 18, e altre tematiche piuttosto “calde” e controverse, talché viene da chiedersi come un partito, partendo da tale condizione di “frammentarietà”, possa oggi raggiungere una voce unitaria (e poi sostenerla e mantenerla in maniera compatta).

Un tempo la si definiva “linea del partito”, che diventava mano a mano univoca o quasi, e proprio sull’onda di quei ricordi ho cercato di trovare una qualche risposta alla suddetta domanda, affidandomi appunto al “relativismo” cioè al raffronto tra le regole, o consuetudini, vigenti all’epoca, e quelle operanti ai giorni nostri..

La struttura piuttosto capillare che una volta avevano quasi tutti i partiti tradizionali, permetteva loro di “costruire” il processo decisionale partendo dal basso, cioè dalla “base”, attraverso momenti di incontro, e dunque di confronto diretto e collegiale, che potevano avvicinare punti di vista inizialmente differenti, e anche distanti.

La fine dei partiti “strutturati” ha inevitabilmente comportato l’estinguersi di quel meccanismo decisionale, che aveva i suoi “rituali”, e qualche lentezza, specie negli anni in cui sfociò nel cosiddetto “assemblearismo”, ma che induceva comunque a smussare le rispettive “angolosità”, e a trovare punti di intesa e convergenza sull’uno e sull’altro problema..

Oggigiorno ci si consulta a distanza, impiegando gli strumenti informatici e telematici di cui disponiamo, il che amplia notevolmente la platea degli interlocutori, e può arricchire il dibattito, ma poi occorre qualcuno che faccia la sintesi e “tiri le somme”, ciò che allora avveniva al termine delle riunioni. senza contare che nell’attuale era mediatica i tempi di risposta concessi alla politica, sul rapido succedersi delle questioni, si sono notevolmente abbreviati, al punto che si è sostanzialmente capovolto il percorso decisionale, anche per non farlo “inceppare”, nel senso che il “leader” annuncia ed anticipa quanto poi la sua “base” dovrà avallare (pena lo sconfessarlo).

D’altronde, se il compito della politica è quello di assumere volta a volta posizione, e scegliere fra le diverse opzioni, proprio per “governare” il veloce incedere degli eventi, la figura del “leader” è sicuramente funzionale all’odierno modello della nostra società, divenuta abbastanza “accelerata”, e lo comprova il fatto che non ha per solito molta fortuna elettorale una forza politica priva di “Leadership”, sprovvista cioè di chi, col proprio “carisma”, riesce a far presa sulla pubblica opinione, e dunque a divulgare proposte e idee della propria parte politica..

Ciò detto, occorrerebbe però contenere in qualche modo il “potere” del leader, onde evitare che il resto del partito, o movimento, vada a completo rimorchio e viva praticamente nel suo cono d’ombra, disabituandosi pian piano all’azione politica, vuoi perché c’è comunque qualcuno che già vi provvede, vuoi perché talora può anche far comodo delegare ad altri, cioè al leader, decisioni impegnative e non facili.

Trovare il giusto equilibrio in materia è certamente non facile, ma non impossibile, e del resto la storia socialista include un indubbio esempio di come un leader forte. autorevole e risoluto possa essere “bilanciato”, e nel contempo irrobustito, dalla personalità e capacità dei suoi collaboratori (anche in un sistema elettorale di tipo proporzionale, con preferenze, e senza premio di maggioranza).

Paolo Bolognesi

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