lunedì, 18 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il welfare del futuro
e la formazione permanente
Pubblicato il 04-05-2015


Formazione_istruzioneI problemi occupazionali dell’Italia e di gran parte dei Paesi industrializzati sono sorti molto prima dell’inizio della crisi economica iniziata alla fine del decennio scorso; quest’ultima, tuttavia, è stato uno dei motivi che ha causato il rilancio della discussione circa la possibilità di fare fronte alla carenza di opportunità di lavoro attraverso l’espansione dell’offerta formativa. Le iniziative che in tal senso sono state avviate, però, hanno sempre risentito della casualità e di una formulazione fuori da un’organica politica della formazione.

Da tempo, anche in Italia, si sottolinea, sia nel mondo della scuola che in quello produttivo, l’importanza delle formazione continua; malgrado questo orientamento, non si è mai riusciti ad elaborare un quadro funzionale di collegamento dell’aggiornamento dei processi formativi, non solo con le necessità immediate dei settori produttivi, ma anche e soprattutto con l’obiettivo di creare le condizioni per il superamento delle difficoltà che i moderni sistemi economici trovano nella creazione di nuove opportunità occupazionali e nelle conservazione di quelle esistenti.

Inoltre, da sempre, nonostante il reiterato impegno a promuovere, da un lato, una “cittadinanza attiva” sul fronte della formazione degli adulti e su quello del monitoraggio e promozione della sicurezza scolastica e, dall’altro, a incoraggiare l’auto-produzione a livello individuale, non sono mai stati progettati interventi efficaci e quando lo sono stati sono risultati con queste finalità; oppure, quando ci sono stati, sono risultati largamente inadeguati rispetto alle aspirazioni individuali e ai bisogni del mondo della produzione.

Una recente indagine condotta da Mirella Ferrari su un campione di piccole e medie imprese della Lombardia, i cui risultati sono stati pubblicati in un numero di “Scuola Democratica” del 2014 col titolo “Education, welfare e crisi economica”, ha evidenziato il ruolo e l’importanza del finanziamento di attività, sia di “lifelong learning” che di “lifewide learning”: le prime finalizzate all’attivazione di processi di una formazione permanente mirante all’acquisizione di ruoli e competenze implicanti la sostituzione di una formazione non più adeguata, rispetto ai nuovi stati di bisogno sociali o individuali; le seconde orientate a realizzare una formazione che coinvolga tutti gli aspetti della vita, ovvero che riguardi ogni fase dell’esistenza.

In questo processo dovrebbero inserirsi soprattutto le università; queste – afferma la Ferrari – non dovrebbero più occuparsi “solo dei percorsi di laurea tradizionali”, ma fungere “da perno nelle relazioni tra il mondo del lavoro e il mondo scolastico”; dovrebbero anche “rappresentare l’attore privilegiato nello sviluppo della persona nell’arco della vita”, mentre non dovrebbero “più affidarsi alle classiche modalità di lezione frontale”. Ciò significa, in altri termini, che le università dovrebbero concentrare parte del loro impegno sulla “terza missione”, nel senso che, oltre a fare ricerca e a svolgere attività frontale, dovrebbero anche aprirsi al mondo della produzione attraverso la “comunicazione e diffusione dei saperi al di fuori delle mura universitarie”; tutto ciò, al fine di contribuire alla costruzione di reti di relazioni con il mondo della società civile e favorire la diffusione delle conoscenze formative.

L’indagine della Ferrari, condotta nell’area regionale della Lombardia, aiuta a riflettere sulla dinamica delle imprese del campione considerato che hanno fatto ricorso alla formazione permanente. Questa, infatti, ha svolto un importante ruolo, non solo riguardo all’aggiornamento della forza lavoro occupata, ma anche riguardo alla ricerca e all’innovazione applicate all’organizzazione ed alla distribuzione della produzione. Inoltre, la formazione permanente ha promosso l’adattabilità dei soggetti necessaria nei momenti di transizione, come quello attualmente attraversato dal sistema economico dell’Italia, in cui il mercato del lavoro, per effetto della globalizzazione, necessita della flessibilità utile a consentire alle imprese di aumentare la loro capacità competitiva a livello internazionale.

La formazione permanente e la sua organizzazione deve rappresentare, perciò, – come afferma la Ferrari – una sfida da cogliere e “una possibilità di fuoriuscita dalla crisi”, sebbene si possa osservare come “la sua finalizzazione verso le imprese, soprattutto se di piccole e media dimensione, non costituisca l’unico modo per affrontare le criticità strutturali dei moderni sistemi economici in crisi”. Ciò che, comunque, va sottolineato è il fatto che le imprese coinvolte nell’indagine hanno dichiarato, non solo l’utilità delle formazione permanente, ma anche che questa deve essere altamente specializzata e adatta a realizzare all’interno delle unità produttive ricerca e innovazione di processo e di prodotto.

La formazione permanente però – conclude la Ferrari – “non può rappresentare solo uno strumento di riassorbimento della disoccupazione, o un mero strumento di aggiornamento”. Essa deve rappresentare anche il nostro futuro, ovvero uno dei possibili mezzi per la messa a punto di un “modello di welfare probabilmente ancora da inquadrare e definire meglio nel nostro Paese”. Proprio così!

I moderni sistemi produttivi hanno perso la capacità di creare nuove opportunità di lavoro e di sostenere il finanziamento delle politiche pubbliche orientate a conservare i livelli occupazionali acquisiti; tali sistemi tendono perciò a “produrre” crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. L’attuale modello di sicurezza sociale è stato basato originariamente sulla premessa che l’economia operasse in corrispondenza del pieno impiego, ma esso è divenuto largamente insufficiente rispetto all’evoluzione successiva della realtà economica.

Il fallimento delle riforme e delle integrazioni, cui il modello di sicurezza sociale è stato sottoposto dopo la sua introduzione, sta orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale possa essere meglio organizzata attraverso la conservazione di una costante flessibilità del mercato del lavoro e non con misure di politica pubblica orientate a compensare la crescente insicurezza reddituale della forza lavoro. In altre parole, ha preso corpo l’idea che la disoccupazione strutturale irreversibile possa essere affrontato sostituendo l’attuale sistema di sicurezza sociale, fondato sul welfare State, con l’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, utile ad indirizzare la forza lavoro disoccupata verso l’auto-produzione, che è una delle finalità della formazione permanente.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento