sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Il poeta è un guerriero.
Parola di M.G.Calandrone
Pubblicato il 11-05-2015


Maria Grazia CalandroneMaria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma) è poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3; collabora con “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”. Ha edito in poesia: La scimmia randagia (Crocetti, 2003, premio Pasolini Opera Prima), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010), La vita chiara (Transeuropa, 2011), con il poeta Amarji ha composto: Rosa dell’animale (Zona, 2014). Il suo ultimo lavoro è Serie fossile (Crocetti, 2015). Nel 2011 ha edito per Sossella editore L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di letture dei propri testi. Per Sonia Bergamasco ha scritto tre monologhi: La scimmia bianca dei miracoli, Pochi avvenimenti, felicità assoluta ed Elle di prossimo allestimento. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia.

Vorresti spiegare al lettore il titolo del tuo ultimo lavoro, Serie fossile?

Il titolo anticipa e concentra l’idea centrale del libro, il quale dice di una possibilità che la vita ci offre per rimettere in movimento un gesto che è rimasto bloccato nella nostra preistoria: una richiesta, un richiamo, un’offerta, pietrificata a volte prima della coscienza. Detta fuor di metafora: certi rarissimi amori arrivano a fare una carezza sul volto del bambino ferito che eravamo e custodiamo nel più sensitivo segreto di noi.

Nel precedente La vita chiara (Transeuropa 2011) sono presenti testi rivolti alla Guerra civile spagnola e ai fatti di Marzabotto.  Dunque il poeta deve e può ancora testimoniare eticamente?

Chi fa il poeta è generalmente incline alla non violenza. La guerra, la violenza, pubblica e privata, lo stupiscono, lo indignano e lo fanno soffrire. Non possono non restare tracce, nella sua opera, di questo sguardo sul mondo, che è lo sguardo di chi vede come vanno le cose e però non si rassegna, perché ricorda come invece dovrebbero andare. E spende la sua vita a testimoniarlo. Nei casi più onesti, con la sua stessa vita. Penso a Dante, a Celan, a Caproni, penso a Hikmet, a Mandel’stam e ad alcune poetesse arabe del nostro tempo. Questi non sono illusi, ci vedono benissimo. Non sono sognatori, sono combattenti che remano contro l’ingiustizia, il disinganno, l’adattamento e la rinuncia.

A dicembre, per Zona contemporanea, è uscita Rosa dell’animale, che segna la tua collaborazione con il poeta arabo Amarij. Come è stato confrontarsi con una voce e una realtà altra rispetto alla tua?

Suggestivo e istruttivo: ho imparato che quelle che per noi sono parole retoriche per i poeti arabi sono avventurose: ricche di senso, sensi e profondità. Ho riscoperto i doppifondi e il contenuto sostanzioso di parolette come “amore” e “fiore”, che solo Caproni si era permesso di usare, presso gli ultimi noi – e anche giustificandosene, con la sua apparentemente infantile leggiadria. Così, scrivendo in un serrato, emozionante botta e risposta, io ho ritrovato fiducia in certa scrittura e Amarij, sotto la macina del mio occidentale disincanto, ha cominciato ad appesantire simboli e astrazioni, a cercare nel mondo gli a noi ben noti correlativi oggettivi, a dare corpo e gravità ai suoi stessi dei.

Ogni nostro atto, sosteneva Szymborska, è un atto politico. Dunque anche la poesia contemporanea, che è apparentemente lontana dalla realtà del contingente, lo è?

La realtà è una cosa, il contingente un’altra. Fai bene a distinguere. La poesia ha sempre a che fare con la realtà – e non è nemmeno del tutto vero che attualmente abbia meno a che fare con il contingente, se per contingente intendiamo i fatti del mondo: si lamenta di continuo la scomparsa della “poesia civile”, eppure molti poeti scrivono precisamente “di questo mondo”, per utilizzare un bel titolo di Daniela Attanasio. Penso a Magrelli, a Buffoni, ad Annovi, ad alcuni testi di Anedda. Sembra che i poeti non si occupino più del mondo delle cose semplicemente perché la loro voce non scalfisce l’evidenza delle cose e dei dibattiti politici. Ma non l’ha mai fatto davvero – e i poeti continuano a occuparsi di come va il mondo, a denunciare o a testimoniare, poiché, come ho detto, sono per propria stessa natura “civili”, cittadini del mondo coinvolti con il mondo, cittadini contrari a ogni forma di sopraffazione. Aggiungo inoltre che il gesto stesso di fare poesia è per sua natura politico, civile, resistente.

Vorresti consigliare al lettore un poeta contemporaneo da scoprire o da approfondire?

Mario Benedetti. Perché la sua è un’opera decisamente collettiva.

Qual è lo stato odierno della poesia. Davvero è stato già tutto detto?

Da sempre è stato tutto già detto. Dai miti greci. Ma questo non impedisce di continuare a dirlo. Perché, naturalmente, la poesia è stile, oltre che contenuto – è anche raccogliere le parole del mondo circostante. E quelle, sì, per fortuna, cambiano continuamente.

Da quale libro si dovrebbe partire a leggerti e perché?

Ignoro perché si dovrebbe partire a leggermi. Tuttavia, qualora il gesto dovesse risultare indispensabile, direi dall’ultimo libro, perché l’ultimo è sempre il migliore, perché è l’ultima tappa di un percorso. Nel caso mio, la poesia è stata uno strumento di conoscenza della così detta realtà, un modo per sfondare e sfrondare le apparenze e, una volta intravista (o, nei casi più fortunati, individuata) la sorgente della gioia originaria: testimoniarla.

Andrea Breda Minello

da Serie fossile

۩ – età dell’oro

dico di quando, per la troppa gioia

d’essere amati, cadiamo

sulla terra oh!, viva carne

che perderai la voce

nel pianto, dico di quando

ispirati, noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario

e il fossile di un angelo stacca

le ali dalla calce

dei muri, a fondoscena. dico di quando

io abbracciavo in te tutta la vita: la tua

e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica

nella notte, che accadeva da ovest

sulla campagna. dico di quando

tu ritornavi vergine per me

in una trasparente emorragia di luce – oh!, cosa

straordinaria

di natura ordinaria – oh!, vita

tutta intatta, tutta

disordinata, prima che l’amore

pulisca

tutto, all’indietro

tutto, la vita intera

9.10.13

da La vita chiara

 

DIECIMILA CIVILI (*)

II

Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio

dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo

che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote

era sotto il pergolato e mio padre

una povera cosa messa male su altri

posati in due

lati a cavalcioni

di un davanzale, neri

delfini arenati

su una scogliera e dell’ultimo

rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora

che quelli avevano minato i corpi

così che i morti uccidessero i vivi

che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere

mani aggrappate

una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte

perché ognuno fra i morti ritornasse solo

e ognuno dei vivi

potesse nominare quella solitudine

come la solitudine di un parente lontano,

potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani

di polvere e corallo protese

come nei giorni di sole

quando tutto era prossimo alla somiglianza.

Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto

bassa la testa

su un numero più grande di ogni corpo.

Roma, 3 settembre 2007

(*) durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.

EXTÁS, quello che resta della voce

(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)

1.2. Teresa, che guardi?

con la freccia mirata nel petto fai che la bocca affiori dal cielo

e dalla bocca fai passare il cielo se con la bocca se con tutto il cielo stai dicendo sì

ma non guarda più niente

lui le solleva il lembo della veste

lo scapolare forse, con quel sorriso

disumano –

Teresa, che guardi? questo angelo è ancora un bambino

ma sorride, sorride…

(2007)

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