martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Contrastare la povertà.
Un impegno prioritario
Pubblicato il 14-05-2015


Reddito-di-cittadinanzaPer la sinistra riformista un intervento per contrastare la povertà dovrebbe essere un impegno prioritario. Così come dovrebbe essere prioritario un approccio unitario e sistematico al tema: siccome esistono diversi tipi di povertà ci si è per lo più indirizzati verso politiche frammentate e interventi parcellizzati: verso gli anziani, i non autosufficienti, perdendo però di vista il quadro d’insieme.

L’Italia, insieme alla Grecia, rimane uno dei due soli Paesi privi di una misura nazionale di contrasto alla povertà. E’ un brutto primato che il Governo ha annunciato di voler superare. Come? Questo ancora non si sa. Stante anche il pesante macigno della sentenza della Corte Costituzionale sullo sblocco delle pensioni. Si è tuttavia sviluppato un dibattito, come sempre succede in questi casi, contornato di numeri e proposte, non sempre chiari. Una cosa infatti è il reddito minimo, un’altra il reddito di cittadinanza, un ‘altra cosa ancora il reddito di inserimento. Sullo sfondo c’è ovviamente il nodo della compatibilità di uno qualsiasi di questi strumenti con la sostenibilità dei conti pubblici. Il punto di partenza è quello della individuazione della platea dei destinatari.

Durante la crisi la povertà si è radicata ancora di più dove era già presente: il Sud, gli anziani, le famiglie numerose, i disoccupati. Si è tuttavia allargata anche al Nord e a settori ritenuti fino a poco fa immuni: ai giovani, agli stessi occupati. Prima della crisi c’erano 2,4 milioni di poveri, ora ce ne sono 6 milioni. Prima della crisi (2007) il problema riguardava per lo più gli anziani, ora riguarda anche i giovani. Prima della crisi toccava il Mezzogiorno, ora tocca anche il Nord. Prima della crisi toccava chi non aveva un lavoro, ora riguarda anche chi un lavoro ce l’ha.

Se per esempio ci si concentrasse sulla povertà assoluta si avrebbe una platea più ristretta di destinatari, ma anche maggiori chances di successo. Un obiettivo dovrebbe essere proprio l’introduzione graduale, a partire dal 2016,  del reddito di inserimento sociale (REIS) nell’ambito di una strategia nazionale  contro la povertà. Il REIS (tra l’altro è una proposta alla quale hanno lavorato le ACLI e un cartello di organizzazioni sindacali, del terzo settore e della rappresentanza dei Comuni) si rivolge a coloro che versano in condizioni di povertà assoluta: ogni nucleo familiare riceve un importo mensile pari alla differenza tra il proprio reddito e la soglia di povertà assoluta, determinata in base ad alcuni parametri come il numero dei componenti il nucleo famigliare o la collocazione geografica.

La somma è quindi variabile ma il principio guida è lo stesso: quello dell’accesso universale ad un livello di vita minimamente accettabile e ad uno stock di servizi alla persona (socio-educativi, sostegno psicologico ecc.) finalizzati all’inserimento sociale. L’introduzione sarebbe graduata in un arco temporale di quattro, cinque anni parallelamente alla revisione di strumenti alternativi di contrasto alla povertà, come ad es. la social card. Il costo varierebbe da circa 1,5 miliardi il primo anno fino ai circa 7 miliardi del quarto anno, una volta entrato a regime. La proposta dei 5 Stelle invece costa molto di più e si rivolge a quei 10 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà relativa, quattro in più dei destinatari del REIS. Ci sono quindi quattro milioni di persone che vivono in condizioni di povertà relativa rispetto ai quali l’obiettivo è quello di non farli impoverire ancora di più. Per questi non serve il REIS, ma servono politiche attive per il lavoro, la famiglia ecc. Insomma misure diverse.

I soggetti del REIS infine sarebbero lo Stato, i Comuni che gestiscono il welfare sul territorio, e le organizzazioni del terzo settore, quei corpi intermedi tanto vituperati senza dei quali è però impensabile poter costruire il welfare di domani. Sono gli stessi soggetti che dovrebbero tra l’altro gestire e progettare quegli interventi di sostegno sociale e di inserimento lavorativo che fanno da corollario al REIS. Se si vuole costruire una coalizione sociale non antagonista, ma riformista, in cui abbiano piena cittadinanza le idee e le proposte dei socialisti, la costruzione della welfare community, che fa leva sui soggetti della sussidiarietà orizzontale, è la sfida dei prossimi anni. La difficile sostenibilità del nostro modello di welfare con enormi sprechi ed inefficienze e tuttavia elevati livelli di spesa rimane un punto su cui ragionare; laddove l’apporto non sostitutivo ma integrativo dell’intervento pubblico, delle organizzazioni del privato sociale e del terzo settore è un nodo ineludibile per poter costruire anche l’alleanza sociale del riformismo di domani.

Loreto Del Cimmuto

(segretario federazione romana Psi)

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