lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Il tempo del raccolto”. Le parole antiche del tempo
Pubblicato il 25-05-2015


Il tempo del raccolto-Del Re“Il tempo del raccolto” (Secop edizioni, 2015, con prefazione di Stefano Coletta, vicedirettore di RaiTre, e postfazione di Angela De Leo) è la prima opera poetica di Francesco Paolo Del Re, classe 1980. Critico d’arte e organizzatore culturale, Del Re – pugliese d’origine – vive a Roma e lavora per la trasmissione “Chi l’ha visto?”.

Lo si dirà subito: rispetto alla giovane produzione poetica italiana, questo lavoro sembra porsi in controtendenza, poiché i testi inseriti sembrano più l’opera di un autore anagraficamente collocabile in decadi differenti rispetto a questa nostra. E qui sta in realtà il suo punto di forza. Un esordio non è mai cosa facile, si sa, soprattutto se il poeta in questione si è sempre dedicato ad altro e con coraggio e forza decide ora di esporsi. Il titolo suggerisce fin da subito il tema precipuo della silloge ovvero il tentativo di riflettere costantemente sulla semina, che copre l’arco di quattro anni, sull’accezione che l’individuo dà alla propria storia personale, ma anche e soprattutto ciò che il tempo concede a se stesso. Una lunga disamina in forma lirica di un passaggio e del tentativo di attestarsi, di essere corporalmente. Una questione di flusso, dove le cose sono o accadono semplicemente. Le cose o i piccoli gesti che queste racchiudono. E in questo senso la copertina (“Cesto con mollette” dell’artista spagnolo Gonzalo Orquìn) ne è la riprova.

In questo volume di poesie vi è un nume tutelare, dedicatario dell’intera opera, la nonna recentemente scomparsa: “alla dormiente, che con parole antiche ha segnato la mia strada”. E antico è l’attributo che permea e rende affascinante e seducente nel suo “pudore trattenuto” la scrittura di Del Re,che con rigore e costruzione sempre presente a se se stessa, costruisce una storia fatti di minimi scarti e nuances, in cui sembra non accadere nulla o poco e invece si costituisce la vita. Il tempo – qui – “si incanta” “in attesa della sfida / di un altro / tempo, di un rivoltato firmamento, / tramato di esultanze in filigrana”. Le parole a disposizione di Francesco sono mirate, scelte e desiderate, precise, come la scelta dell’endecasillabo che nobilita e sostiene gli spazi e e le ore delle stagioni che si susseguono. Sono parole di derivazione alta, leopardiana sicuramente, ma che sono incistate nei versi per non disperdere il dire e il suo sentimento: antico, rimembranza, vacue vanno di pari passo con un bisogno atavico di essere con la natura in respiro, cogliere il momento. Qui troviamo la sua voce: “di tassidermia senza memorie, / di intercessione senza preghiere”.

Il lettore seguirà il passaggio delle stagioni, partendo dall’autunno, e si troverà tramite “una mappatura /d’una appartenenza senza radici” a modulare il respiro su quello del poeta in un tempo fuori dal tempo: “e questo senso di vertigine del già saputo / di non avere peso e neppure sputo // fiotto come fiato, riflusso e fiumana / (cosa sarebbe il mondo senza le stagioni?) / in questa smania di schianto / che voragine chiama”. Il poeta mescola il miele col sale, la sua amata Puglia e un mondo atavico, forte, con la Roma che vive e in cui si muove, anche grazie alla lezione di Pasolini e di Bellezza (si veda la bellissima “Luglio del cementificio”: “perché lama di sole non perdura / se non il tempo fratto di un naufragio” o il testo dedicato a Porta Portese o il “Notturno partigiano e renitente”).

Sfarzi assolati, scogli e corpi, il sole e il favonio, gli uliveti, la salsedine del desiderio quasi. Questi versi cercano l’equilibrio della grazia e facendo ciò Del Re palesa in moltissimi testi una sensualità dolce, un soffuso erotismo, mai banale, che attrae e incanta. Dopo le stagioni, ci troviamo di fronte al “raccolto del tempo”, liriche interamente dedicate alla figura femminile che ha alimentato Francesco con la sua presenza: “il disarmo mi ammaina le mani e / non avalla neppure il beneficio / di un ritorno. Sono vuote le stanza / che nella memoria abitavamo / insieme. Rimane un passo dispari”. Una donna che ha plasmato e reso il poeta uomo, che l’ha ricondotto all’origine delle cose: “e in quale trina / ho dipanato le radici”. Ritrovarsi per amare, mossi dal desiderio di cogliere ciò che siamo e soprattutto riconoscere ed accettare lo stupore che ci rende così umani.

Andrea Breda Minello

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