mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

ITALIA DISEGUALE
Pubblicato il 21-05-2015


Disuguaglianze sociali-lavoro

Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Succede in tutto il mondo e l’Italia non fa eccezione. La grande crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008 ha allargato la forbice delle disuguaglianze sociali con un spostamento di ricchezza a favore dei più abbienti. Insomma, sembra impossibile nell’Italia del XXI.mo secolo, ma c’è un Robin Hood alla rovescia nei nostri governi che continua a togliere risorse ai più poveri per trasferirle ai ricchi e a dirlo non è la sinistra radicale, i gufi sindacali, le opposizioni che si oppongono a tutto, ma l’OCSE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione dell’Europa. Dall’ultimo rapporto emerge che l’1% più ricco della popolazione italiana detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta, definita come la somma degli asset finanziari e non finanziari, meno le passività. Praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9%. Inoltre la crisi ha accentuato le differenze, dato che la perdita di reddito disponibile tra il 2007 e il 2011 è stata ben più elevata(-4%) per il 10% più povero della popolazione rispetto al 10% più ricco (-1%).

Povertà aumentata con la crisi
E mentre il governo continua a togliere soldi anche dalle pensioni più basse, dimenticando di occuparsi dell’evasione fiscale e dei ricchi veri, sempre secondo i dati dell’OCSE, la ricchezza nazionale netta è distribuita in modo assai disomogeneo, con una concentrazione particolarmente marcata verso l’alto. Il 20% più ricco (primo quintile) detiene infatti il 61,6% della ricchezza, e il 20% appena al di sotto (secondo quintile) il 20,9%. Il restante 60% si deve accontentare del 17,4% della ricchezza nazionale, con appena lo 0,4% per il 20% più povero. Anche nella fascia più ricca, inoltre, la distribuzione è nettamente squilibrata a favore del vertice. Il della ricchezza nazionale netta, ovvero oltre la metà di quanto detenuto del primo quintile, e di questa quasi la metà è in mano all’1% più ricco.

In Italia, “la povertà è aumentata in modo marcato durante la crisi”, in particolare per giovani e giovanissimi. L’aumento del cosiddetto tasso di povertà ancorata (che fissa la soglia rispetto all’anno precedente) è stato di 3 punti tra il 2007 e il 2011, il quinto più elevato. La fascia con il maggior tasso di povertà sono gli under 18, con il 17%, 4 punti percentuali in più della media Ocse, seguita dalla fascia 18-25, con il 14,7%, 0,9 punti sopra la media.

Lavori temporanei e sottopagati 
L’OCSE ha fornito anche i dati sul lavoro da cui risulta che dagli anni Novanta ad oggi, la crescita dell’occupazione in Italia è stata in gran parte generata da un aumento dei posti di lavoro atipici, insomma i famosi co.co.co, le partite IVA e la miriade di contratti sottopagati e non garantiti. L’incremento del 26,4% del tasso di occupazione tra il 1995 e il 2007 è costituito per la maggior parte, 23,8, da posti “non standard” (lavoro autonomo, contratti a termine, part time) e solo in minima parte, il restante 2,6, da posti fissi full time. Negli anni della crisi, inoltre, il calo dell’occupazione è stato concentrato in gran parte sui posti fissi, mentre il lavoro atipico è stato stabile o in lieve aumento. Tra il 2007 e il 2013, il calo del 2,7% del tasso di occupazione è generato da un calo dei posti full time, sia a tempo indeterminato (-4,3) che determinato (-0,8), e del lavoro autonomo (-1,5), controbilanciato da un aumento del part time (+4). Per effetto di questa dinamica, la percentuale di posti di lavoro atipici sul totale è passata dal 23,6% del 1995 al 40,2% del 2013. L’incidenza del lavoro atipico è particolarmente alta per gli under 30, al 56,9% dell’occupazione totale, e scende progressivamente con l’età, al 39,7% nella fascia 30-49 anni e al 33,7% per la fascia 50-64.

Lavoro, i più poveri sono gli ‘atipici’
Il tasso di povertà tra le famiglie italiane di lavoratori “non-standard” (autonomi, precari, part time) è al 26,6%, contro il 5,4% per quelle di lavoratori stabili, e il 38,6% per quelle di disoccupati. Il rapporto dell’OCSE rileva come la diffusione del lavoro precario le abbia amplificate. In particolare, mostrano i dati dell’organizzazione parigina, se si fissa a 100 il guadagno medio dei lavoratori con posto fisso, quello degli atipici si ferma a 57, con grosse disparità tra le varie categorie (72 per un lavoratore autonomo, 55 per un lavoratore con contratto a termine full time, 33 per un lavoratore con un contratto a termine part time). Quindi non solo meno lavoratori, ma anche meno reddito il che spiega bene la mancata crescita del Paese con l’insufficienza, o meglio l’assenza, di una ripresa del mercato interno. A questo si aggiunge la sempre maggiore difficoltà a passare da un’occupazione precaria a una fissa: sempre secondo i dati Ocse, tra le persone che nel 2008 avevano un lavoro a tempo determinato, cinque anni dopo solo il 26% era riuscito ad ottenere un posto a tempo indeterminato.

Unionecamere, previsioni rosee
Proprio nel giorno della diffusione di questi dati, da Unioncamere sono arrivati numeri che dipingono una situazione in netto miglioramento almeno per l’ultimissimo periodo di tempo.
Si tratta di previsioni secondo cui sarebbero in aumento le assunzioni nelle piccole e medie imprese soprattutto per quelle attive sul web. Unioncamere prevede una crescita di 23 mila assunzioni rispetto al 2014 (+4%) con 595 mila nuovi contratti pianificati, dei quali 472.540 assunzioni di personale alle dipendenze dirette e 122.300 per l’atipico. Per il lavoro stabile coi sarebbe un vero boom, con l’82,5% di contratti a tempo indeterminato in più per un totale di quasi 162 mila assunzioni.
E, dulcis in fundo per la maggioranza di governo, queste assunzioni ‘stabili’ si devono per 35.600 unità all’effetto del Jobs Act, di cui 25.700 effettivamente aggiuntive, in quanto in assenza della riforma non sarebbero state programmate dalle Piccole e medie imprese (Pmi). Poco meno di 10 mila invece, si devono alla decontribuzione triennale che ha portato le aziende ad anticipare le assunzioni previste per il 2016.

La ripresa occupazionale, com’era prevedibile, riguarda soprattutto il Nord Ovest, dove è tripla rispetto alla media.

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