giovedì, 17 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La giovinezza. Sorrentino
e la difficoltà di vivere
lo scorrere del tempo
Pubblicato il 25-05-2015


Sorrentino_film_GiovinezzaDa quando ha girato “This Must Be The Place” nel 2011, Paolo Sorrentino non è più lo stesso. È come se il suo occhio avesse iniziato a liberarsi. Ha compiuto, e sta compiendo, un viaggio – e noi con lui. Nel già citato film con Sean Penn, tutta la poetica sorrentiniana iniziava a fare capolino attraverso gli occhi bistrati del suo protagonista, il suo surreale modo di muoversi e di osservare se stesso e il mondo, e quel viaggio, archetipo primitivo e moderno al contempo, così lontano ma al contempo tanto vicino per via dei ricordi, di un passato annacquato nel desiderio di speranza e riscatto futuri. Ma Sorrentino_film_This_must_be_the_place “This Must Be The Place” era un film imperfetto, una grande bozza incompiuta. Sarà solo con il successivo “La Grande Bellezza” che il regista di origini napoletane riuscirà realmente a incanalare tutta la sua imponente narrazione barocca, pregna di significati, in un’esperienza non solo visiva, ma anche tremendamente emozionale.

Dopo un’opera così magniloquente era lecito aspettarsi, dunque, uno scivolone. E invece, con “Youth – La Giovinezza”, Sorrentino diviene, più che mai, il Pirandello del cinema: la tendenza alla narrazione teatrale e letteraria è qui più esasperata che mai, eppure la sensazione è quella di trovarsi nettamente in uno spazio più conciso e intimo rispetto a “La Grande Bellezza”. L’atmosfera trasognata dei luoghi è protagonista anch’essa insieme agli attori, di cui non si ha la percezione del loro recitare; si manifestano tutti come personaggi della propria storia che si muovono in una sorta di locanda Almayer. E noi ci muoviamo con loro, seguendo prima l’uno e poi l’altro, e poi le loro storie intersecate, che si muovono lentamente in questo lussuoso albergo termale nelle Alpi, luogo non-luogo.


Sorrentino_film_La_grande_bellezza_2Che il film, così come quello degli altri due italiani in concorso, Garrone e Moretti, non sia stato premiato al Festival di Cannes, in fondo poco importa. Anzi, meglio così. Ricordate? La Grande Bellezza di Sorrentino venne snobbato a Cannes nel 2013, ma vinse l’Oscar l’anno successivo. E gli italiani non riescono proprio a perdonare il successo ad un altro italiano. Da quando venne consegnato quell’Oscar a Paolo Sorrentino, il regista si è inimicato frotte di italiani, tutti trasformatisi improvvisamente in autorevoli critici cinematografici. Cuochi, insegnanti, blogger, avvocati, studenti, calzolai…tutti – o quasi – a dire che “la Grande Bellezza fa schifo!”. In virtù di cosa, poi, mai fu lecito saperlo. Ah sì, fa schifo perché dà l’idea di un’Italia decadente e grottesca all’estero. Capperi, che arguzia! Un po’ come quando tua mamma ti sgrida perché la tua camera è un porcile e ci sono ospiti a casa. Ora cosa penseranno di noi?!

Ma almeno fosse quello il senso del film…

Non si capisce, insomma, perché siano gli italiani stessi i primi a farsi del male, ad avere sempre voglia di auto-infangarsi, anche quando ci sarebbe da gioire e da essere orgogliosi. Si fissano su una prospettiva ideologica e non la mollano più, come se l’arte fosse legata alla politica indissolubilmente; per tale motivo in pochi riusciranno a guardare il film di Moretti oggettivamente, senza legarlo alle sue idee in fatto di politica. Poco importa se nel film di politica non ce n’è traccia, e si parla di una madre, di relazioni, di vita. E Garrone? Garrone, boh. Ah sì, Garrone “è quello di Gomorra”. Tanto chi andrà mai a vedere “Il racconto dei racconti”? Chi apprezzerà la scelta di aver portato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo tre dei cinquanta racconti dell’italianissimo Gianbattista Basile, primo scrittore al mondo ad usare la fiaba come forma di espressione popolare? Nessuno, però tutti stanno avendo da ridire sul fatto che il film sia girato in inglese. Che onta!

Sorrentino_film_La_giovinezza_YouthStessa cosa per “La giovinezza” di Sorrentino: girato in inglese e con attori britannici. Alla luce di questo, cosa importa, allora, delle figure palesemente caravaggesche che il regista ci pone davanti a piccoli tratti, in alcune riprese nelle terme? I loro corpi, scolpiti dalle tenebre, e i volti, dallo spiccatissimo valore naturalistico, possono attraversare la retina dello spettatore distrattamente, oppure radicarsi nella sua memoria, come dipinti per l’appunto. L’osservatore distratto in cerca di critiche facili di certo non noterà queste deliziose sottigliezze. Così come non noterà la superba colonna sonora e la forza plastica delle immagini, intrise di un estetismo tutto barocco, dove per barocco si intende esattamente ciò che si intende nell’arte, ossia qualcosa di così forte e bello da riempire il cuore di chi guarda, di emozione, di un turbamento portato alla riflessione, di commozione e trasporto.
E che dire dei dialoghi, secchi, veloci, divertenti. Perché in pochi hanno fatto notare che “Youth” è una dark comedy, che si ride dall’inizio alla fine, e poi si cerca di ricacciare indietro le lacrime, e ci si diverte di nuovo. E vien voglia di stringere forte la mano della persona che si ama che sta guardando il film assieme a noi, e prova le stesse cose, forse un po’ di più. Forse un po’ di meno. Ma non importa, perché quando guardi un film del genere sai che verrai sbattuto fuori dall’ordinario, in una leggerezza surreale in cui è possibile levitare ed è possibile abbracciarsi anche dopo la morte. In cui la vita è vista nel suo incessante replicarsi di ansie e paure, di incubi grotteschi, del continuo rincorrersi di passato e futuro, di ricordi ma soprattutto di speranze e di desideri.

E non si può non rimanere incollati allo schermo, con il cuore in gola, durante il monologo liberatorio della splendida Rachel Weisz al padre apatico, un ottantaduenne Michael Caine magistrale che interpreta un direttore d’orchestra ormai in pensione. E non si può non guardare con un soffio di tenerezza al co-protagonista, interpretato da Harvey Keitel, e alla sua ultima ossessione cinematografica, che è anche e soprattutto riflessione sul valore dell’arte, più attuale che mai e che emerge in special modo nel dialogo con Jane Fonda, qui un’attrice in decadenza e apparentemente arida. C’è tanto, troppo da assaporare in un film come questo. La giovinezza è rappresentata attraverso la difficoltà di vivere il passare del tempo dei due anziani amici, così come dalle domande, dai dubbi, dai tremori, dei personaggi più giovani: la già citata Lena Ballinger (Rachel Weisz), il giovane attore in crisi che mediante l’interpretazione dell’orrore comprende di voler vivere l’arte solo come desiderio (un superbo Paul Dano) e le figure enigmatiche e violentemente belle delle due ragazze: la massaggiatrice di poche parole e la baby prostituta.

E dunque, ecco perché sono contenta che i tre registi italiani non abbiano portato a casa alcun premio. Esatto, che siano rimasti “a bocca asciutta”, per usare un’espressione tanto cara al giornalismo nostrano, disfattista nelle cose positive e renzottimista in quelle imbarazzanti. Felicissima soprattutto che un film profondamente espressivo come “Youth – La Giovinezza” possa essere guardato da chi desidera trascorrere due ore di delicata riflessione, e non da chi cerchi di usarlo come capro espiatorio della propria personale frustrazione.

Giulia Quaranta

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