venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La tortura nel sistema bancario: i giudici come burocrati del male
Pubblicato il 18-05-2015


usura bancaDobbiamo ringraziare il sindaco di Castenedolo, una fulgida cittadina del bresciano ove è ben radicato il germe del cattolicesimo liberale e della cultura morotea, il dott. Gianbattista Groli, se abbiamo potuto avere nelle nostre mani uno scritto dell’onorevole Mino Martinazzoli su la “Storia della Colonna Infame” di Alessandro Manzoni. Groli infatti è stato grande amico di Martinazzoli, soprattutto quando quest’ultimo era ministro della Giustizia.

Lo scritto del Martinazzoli rappresenta la guida più attenta e più paziente che accompagna il lettore nell’intricata e complessa indagine manzoniana su uno dei più grandi errori giudiziari passato alla storia, perché nel luogo ove era ubicata la casa degli untori, rivelatisi poi innocenti, fu fatta erigere la colonna infame. Come è ben noto furono giustiziati degli innocenti che erano stati additati come untori della peste propagatasi a Milano già dalla mattina del 21 giugno 1630. La Storia della Colonna infame passa ai posteri, perché gli innocenti si autoaccusarono di un delitto mai commesso, ma da essi confessato per le sevizie subite ad opera della tortura.

Il titolo dello scritto di Martinazzoli è di per sé solo altamente significativo: “Per una requisitoria manzoniana” e fa comprendere la profondità concettuale dello studioso che, con prosa raffinatissima e pregna di considerevoli riferimenti letterari, da gran cultore, pone la fondamentale differenza tra il Manzoni e Pietro Verri, autore delle “Osservazioni sulla Tortura”, sul canone ermeneutico delle carte processuali.

Verri infatti rimprovera i giudici per aver fatto uso della tortura; Manzoni, di converso, ritiene che, pur avendo ottenuto una confessione di un delitto mai commesso, i giudici avrebbero potuto comunque assolvere il Piazza ed il Mora, i presunti untori poi giustiziati. L’autore de “I promessi sposi”, nell’Introduzione al testo, con piglio irreversibilmente drammatico, scrive: “Dio solo ha potuto vedere se quei magistrati, trovando i colpevoli di un delitto che non c’era, ma che si voleva, furono più complici o ministri di una moltitudine che, accecata non dall’ignoranza, ma dalla malignità e dal furore, violava con quelle grida i precetti più positivi della legge divina, di cui si vantava seguace. Ma la menzogna, l’abuso del potere, le violazioni delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoperare doppio peso e doppia misura, sono cose che si possono riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si possono riferire ad altro che passioni pervertitrici della volontà; né, per ispiegar gli atti materialmente iniqui di quel giudizio, se ne potrebbe trovare di più naturali e di men triste che quella rabbia e quel timore”.

A giusta ragione Martinazzoli osserva che Manzoni comincia dove Verri finisce. Vi è un “ulteriorità” nell’analisi del Manzoni: la maieutica della tortura non assolve i giudici che avrebbero potuto vedere e non hanno visto che il Piazza ed il Mora erano innocenti. “Non c’è dubbio, insomma, che senza il dosaggio sagace di tormenti e di promesse di impunità nessuno di quegli imputati avrebbe mai confessato una colpa inesistente, sua e dei presunti correi. Allo stesso modo è certo (o quasi certo) che senza confessioni e solo con le dichiarazioni di testimoni del calibro di Caterina Rosa (quella che accusò il Piazza di spargere l’unguento pestifero la mattina del 21 giugno 1630, mentre egli si stava solo riparando dalla pioggia) o con le conclusioni di collegi peritali democraticamente composti da professori e lavandaie, sarebbe stato impossibile pronunciare un verdetto di condanne.

Più impervio l’itinerario manzoniano, al quale tocca dimostrare che, malgrado la tortura, fosse consentita ed ammesso il premio per la delazione, quei giudici potevano ugualmente riconoscere l’innocenza degli incolpati. Come dire che le leggi ingiuste non precludono sentenze giuste. La disparità della prova non deve peraltro trarre in inganno, poiché è proprio la naturale ambiguità della vita che incrina la purezza delle teorie” (“Per una requisitoria manzoniana”, pagina 43).

Se Verri fosse andato oltre, mettendo in luce il distorto comportamento dei giudici, avrebbe finito per togliere vigore – annota giustamente Manzoni – alla sua denuncia contro la tortura, perché si sarebbe potuto dire vedete: la colpa è dell’abuso, non della cosa”. Ma è proprio la relazione tra i due termini che va ulteriormente indagata. Nessun dubbio sulla colpa della “cosa”. Ma non si deve assolvere “l’abuso”, tanto più perché frequentemente accade che il rapporto si rovesci e l’abuso tollerato diventi la “cosa”.

Questa premessa risulta illuminante per capire quale sia il rapporto nella “relazione di potere” tra una banca ed i suoi correntisti. E’ impari, non c’è giustezza, non c’è un segmento euclideo: la bilancia pende da una sola parte. La banca oggi può torturare il suo cliente, sottoporlo ad ogni sevizia ed ingiustizia e restare impunita. Pur consapevole di aver trattato conti, applicando l’usura, il funzionario di banca, spesso, sottopone al suo cliente un piano di rientro, a seguito di una sua presunta esposizione.

L’istituto di credito, in questo caso, fa dichiarare al povero correntista una realtà distorta: quella di essere un debitore, di avere una pendenza che tale non è. Infatti molto spesso il correntista è costretto, al cospetto di una sua presunta esposizione, che poi tale non si rivela, perché intrisa di usura o di anatocismo o di anomalie nella gestione della relazione, a dover confessare un debito inesistente. A seguito di tal riconoscimento, gli si fa firmare un piano di rientro; il detto debito ormai confessato potrà essere ripianato con un mutuo che dunque assurge ad altro debito che si carica sulle spalle del povero correntista già oberato.

E’ l’uso sapiente della tortura che nasce per evitare di subire la revoca degli affidamenti: il meccanismo e la dinamica sono promettenti di un apparente beneficio: il debito (che tale non è) può essere scalzato da un altro debito con ulteriori costi ed interessi, per esempio un finanziamento, un mutuo che va a rateizzare quello originario. Ma il correntista non sa o fa finta di non sapere che il debito originario non esiste o risulta di una cifra lungamente inferiore: purtroppo deve sottoscrivere il piano di rientro, confessando la pendenza senza neppure conoscerne la portata e se sia veramente tale. L’alternativa di una scelta coraggiosa non adottata, quella di adire preventivamente l’autorità giudiziaria, sarà quella di subire una revoca dell’affidamento, una segnalazione alla centrale rischi, una irreversibile ed irriducibile crisi di liquidità.

“La tortura si è fatta più discreta, impalpabile, invisibile: più che a martoriare i corpi tende a trattarli con un continuo lavorio sulle menti. Il trattamento disumano e degradante non conferma, né rende evidente la verità del potere. Il potere non ha alcuna verità: anzi la menzogna si eleva a verità. Ma va posseduta la verità e bisogna far di tutto, affinché il suo sistema di repressione venga confermato dalla verità dei rei. La verità non sorge dalla forza del potere, ma dal timore che di esso ne abbia il reo. Sarà infatti questi, l’imputato che immetta la verità forzata nel procedimento giudiziario. Riconoscendosi come colpevole, l’imputato ha l’onere della prova e legittima il potere ad irrogare la sua pena. Forse l’imputato, di fronte ad accuse inenarrabili di cui non sa darsi ragione, ad un certo punto si convince che anche le falsità che confessa possono avere una funzione di ripristino dell’ordine” (Sergio Cusani commento alle “Osservazioni sulla tortura” di Pietro Verri, Collana Volti ed Anime Claudio Gallone editore pagina 25 Milano 1997).

“Con il nome di tortura non intendo una pena data ad un reo per sentenza, bensì la pretesa ricerca della verità con i tormenti. Qual è il sentimento che nasce nell’uomo allorquando soffre un dolore? Questo sentimento è il desiderio che il dolore cessi. Più sarà violento lo strazio, tanto più sarà violento il desiderio e l’impazienza di essere alla fine. Qual è il mezzo con il quale un uomo torturato può accelerare il termine allo spasimo? Col asserirsi reo del delitto su cui viene ricercato: il torturato innocente è spinto ugualmente come il reo ad accusare se stesso del delitto. Dunque i tormenti non sono un mezzo per scoprire la verità, bensì un mezzo che spinge l’uomo ad accusarsi reo di un delitto mai commesso (Verri Pietro “Osservazioni sulla tortura” capitolo nove: “Se la tortura sia un mezzo per conoscere la verità”).

“Vollero i giudici cominciar dalla tortura, senza entrare in nulla che toccasse circostanze, né sostanziali, né accidentali, del presunto delitto. Moltiplicarono interrogazioni inconcludenti, per farne uscire pretesti di dire alla vittima destinata: non è verosimile; e, dando insieme ad inverisimiglianze asserite la forza di bugie legalmente provate, intimarono perciò la tortura. E’ che non cercavano una verità, ma volevano una confessione: non sapendo quanto vantaggio avrebbero avuto nell’esame del fatto supposto, volevano venir presto al dolore, che dava loro un vantaggio pronto e sicuro: avevano furia (Alessandro Manzoni, capitolo terzo “Storia della Colonna Infame” pagina 59 edizione a cura di Ferruccio Ulivi Biblioteca Newton 2009).

E’ la furia di chi propina la tortura: essa crea il regime dei diritti sospesi, come ha detto sagacemente Michel Foucault. La tortura diventa spirituale, quando colpisce con la sua potenza afflittiva l’incorporeo. Il correntista deve firmare sulla falsa prospettazione di un beneficio momentaneo: il debito non è subito richiesto, ma si spalma nel corso del tempo. Può tuttavia accadere che non abbia la forza, la dovuta e necessaria redditività per adempiere neppure al rateizzo conseguito. E’ qui che il sistema bancario lo schiaccia come uno scarafaggio: la dichiarazione con la quale ha confessato un debito inesistente e riconosciuto una pendenza debitoria, diventa fondamentale prova, affinché la banca possa ottenere un decreto ingiuntivo, che diventi titolo per un’iscrizione di un ipoteca giudiziale ai sensi dell’art.642 Cpc. Si consegue un’esecuzione provvisoria contro il debitore ingiunto, per sua stessa ammissione.

E’ la fine dell’impresa e della famiglia dell’imprenditore, perché, a seguito di quella dichiarazione che conferisce il suggello ad un piano di rientro, si è data la stura al blocco di un intero patrimonio, sul quale graverà quell’iscrizione ipotecaria: colpirà anche i fideiussori. Alle fatiche di Sisifo sarà sottoposto il malcapitato ed il torturato. E’ ben noto che la confessione può essere revocata, qualora essa sia frutto di un errore o di una violenza (2732 c.c). Il piano di rientro è una confessione estorta con tortura: da qui la sua possibile revoca.

Lo ha detto la Cassazione con chiarezza adamantina: “In tema di conto corrente bancario, il piano di rientro concordato tra la banca ed il cliente, ove abbia natura meramente ricognitiva del debito, non ne determina l’estinzione, né lo sostituisce con nuove obbligazioni, sicché resta valida ed efficace la successiva contestazione della nullità delle clausole negoziali preesistenti” (Cass. civ. Sez. I, 19-09-2014, n. 19792).

E’ possibile che i giudici rivedano le carte, comprendano che la dichiarazione resa dal correntista non sia spontanea, ma estorta con violenza. Si calino nella realtà dei fatti con ostinazione analitica e saranno capaci di cogliere lo spessore delle questioni: scopriranno che il dichiarante non è debitore e quella pendenza non sia tale. Emergerà l’usura sommersa, grazie ad un’analisi profonda condotta con un bisturi che affondi nei fatti rimestati e capovolti.

Si capirà allora che sia ingiusto il decreto ingiuntivo reso e la pedissequa iscrizione ipotecaria: sono l’effetto devastante di una causa infelice: la tortura che ha colpito la volontà del correntista rendendola inesistente, perché turbata dall’apocalittico e perverso processo della scelta coartata del “prendere o lasciare”, che la Banca offre con tracotanza.

I giudici devono essere coraggiosi e colpire la forza e la risolutezza delle Banche: l’idea centrale che animava il Manzoni, quando scrisse la storia della Colonna Infame, consisteva nell’intuizione di una libertà morale che non ha modo di dare risposte risolutive, ma può trovare il coraggio della provocazione, dell’inquietudine, della discontinuità. E’ quello che si chiede ai Giudici del nostro tempo, quando sono al cospetto delle carte che offrono quelli del ceto bancario: non siano burocrati del male, sapendo di farlo (Leonardo Sciascia, Introduzione a “Storia della Colonna infame” Sellerio Palermo 1981)

Biagio Riccio e Angelo Santoro

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Commenti all'articolo
  1. Caro Biagio Riccio
    Il 26/10/2014 alle 17:03, a commento del suo precedente articolo sull’Avanti: Dalla ‘razza padrona” alla ‘bancocrazia’ ho pubblicato sui commenti un mio breve scritto che, PER UN COLPEVOLE REFUSO DELL’EDITORE DEL LIBRO, poi non è stato inserito nell’edizione cartacea.
    Ho sempre pensato che fosse un peccato questa mancata inserzione perché, come ci insegna Galileo fondando la scienza moderna, le sintesi teoriche vanno sempre verificate nella pratica; avevo quindi cercato di fornire spunti di azione pratica in applicazione delle sue brillanti sintesi teoriche.
    Alla fine non tutto il male viene per nuocere perché posso riprendere i concetti espressi in quel commento aggiornandoli alla luce delle polemiche che stanno oggi attraversando il movimento anti usura bancaria.
    1. Partivo dalle brillanti analisi che Alessandro Baricco fa della società italiana(analisi che abbiamo più volte condiviso): ormai è dominante la cultura del “surfare” sui problemi, del restare con poca fatica alla superficie degli stessi, per cercare spiegazioni e soluzioni immediate, svalutando ogni sforzo di approfondimento e di sistemazione per le generazioni future. Baricco pensa soprattutto alle giovani generazioni cresciute su Internet e sui links che dicono tutto e contemporaneamente nulla. In realtà, dopo aver fatto per 35 anni l’amministratore di aziende, HO DOVUTO CONSTATARE CHE OGGI L’ATTACCO DELLE BANCHECOLPISCE PREVALENTEMENTE, SE NON ESCLUSIVAMENTE, IL TESSUTO PRODUTTIVO DI PICCOLE E MEDIE AZIENDE, CON LA LORO RETE DI CONSULENTI PROFESSIONALI. UN MONDO CHE HA COME SUO PERNO (PER LE AZIENDE E ANCHE PURTROPPO PER I LORO CONSULENTI) L’IDEOLOGIA DEL FARE, DEL RISULTATO IMMEDIATO, DEL SUCCESSO COMMERCIALE TRASCURANDO, O PEGGIO ETICHETTANDO COME INUTILE ED INTELLETTUALISTICO, OGNI SFORZO DI APPROFONDIMENTO E DI SISTEMAZIONE. UN MONDO QUINDI CHE, PER NECESSITÀ PRATICHE E SOPRATTUTTO PER FORMAZIONE CULTURALE, “SURFA” ANCH’ESSO SUI PROBLEMI, CERCANDO ESCLUSIVAMENTE SOLUZIONI IMMEDIATE. QUESTO ATTEGGIAMENTO DI NON COMPRENSIONE DEI METODI E DEGLI STRUMENTI NECESSARI PER CONTRASTARE L’EGEMONIA CULTURALE CONSEGNA AZIENDE E CONSULENTI INERMI NELLE MANI DELLE ISTITUZIONI FINANZIARIE E BANCARIE CHE OGGI ESERCITANO L’EGEMONIA CULTURALE E SANNO MUOVERE LE ARGOMENTAZIONI, I GIORNALI, GLI APPOGGI IN MAGISTRATURA, IL SOTTOBOSCO POLITICO A LORO FAVORE; CON LA CERTEZZA DELLA TOTALE IMPUNITÀ PER MANCANZA DI UNA QUALUNQUE OPPOSIZIONE STRUTTURATA ALLA LORO EGEMONIA CULTURALE.
    2. Per queste considerazioni proponevo di passare all’azione impegnandosi in una ricerca i cui scopi possono essere descritti, anche se ritengo che non apparteniamo a quel filone di pensiero, con la formula gramsciana di una battaglia per spezzare l’egemonia culturale dei ceti sociali dominanti. La via proposta: approfondire con un metodo scientificamente inoppugnabile tutti gli aspetti del fenomeno usura praticata dalle banche: giurisprudenziali, storici, sociali, linguistici per liberare le persone di buona volontà dall’egemonia culturale del potere finanziario / bancario e delle sue lobbies. Parafrasando il prof. Fiasco: professionalità, competenze scientifiche e tecniche di varia estrazione.
    3. Ponevo poi la questione del finanziamento di questa battaglia culturale, di questo costituendo laboratorio: (che impatto avrebbero avuto le battaglie culturali di Scalfari e Turani senza l’apporto economico della borghesia illuminata, con Adriano Olivetti fondatore e socio di maggioranza dell’Espresso….. Senza l’apporto di De Benedetti sarebbe mai riuscita l’operazione Repubblica…. durante il fascismo si formò una nuova classe dirigente che preparò le risorse della Ricostruzione. Ma che impatto avrebbero avuto pochi intellettuali (pensi all’isolamento di Benedetto Croce) senza l’appoggio logistico, finanziario, organizzativo da una parte dell’URSS e dall’altra della forza economica della Chiesa Cattolica con la sua rete di decine di migliaia di parrocchie, con la FUCI di Monsignor Montini, il futuro Paolo VI?”
    4. Concludevo che il tessuto produttivo di piccole e medie aziende, con la loro rete di consulenti professionali è un mondo totalmente indifeso, per PROPRI LIMITI CULTURALI e di organizzazione aziendale da questo attacco. SI ALIMENTA COSÌ LA PERICOLOSA CONVINZIONE CHE LA LEGALITÀ POSSA ESSERE RICOSTRUITA SOLTANTO ATTRAVERSO AZIONI GIUDIZIARIE, CERTAMENTE INDISPENSABILI, SENZA CONTRASTARE L’EGEMONIA CULTURALE A TUTTO CAMPO E LE CONSEGUENZE PRATICHE DI QUESTA EGEMONIA CULTURALE. Facevo un solo esempio: come potrebbe il Tribunale di Milano disporre CTU sulla base della “normativa secondaria di Banca d’Italia” se fosse in atto una massiccia campagna, scientificamente attrezzata in difesa dell’applicazione della 108/96? La battaglia contro l’usura bancaria per essere vinta va combattuta certamente nei tribunali ma soprattutto nella cultura e nel “comune sentire” di tutta la società.
    5. Da allora ad oggi ci sono alcune novità, la più grave per quel che mi riguarda è che molti magistrati di Milano rifiutano di esaminare il contenzioso, non concedono la CTU e passano direttamente a precisazione conclusioni e rigetto della causa se la perizia di parte non è basata sulla “normativa secondaria di Banca d’Italia”. Con la conseguenza di costringere le persone AVVEDUTE a ricorrere in Appello e Cassazione e indurre gli SPROVVEDUTI a campagne di denigrazione contro quei periti che, applicando le disposizioni di legge e le interpretazioni di Cassazione certificano delle perizie “matematiche”.
    6. Io mi sono esposto personalmente, con interviste a quotidiani, periodici e televisioni per contrastare questa deriva. Ottenendo qualche piccolo e, in assenza di strumenti adeguati, temporaneo risultato.
    Ora esce questo suo eccezionale articolo che pone e risolve, sulla base del pensiero di alcuni degli intellettuali che hanno contribuito a formare “il comune sentire nazionale” Verri, Manzoni, Sciascia e, perché no, Martinazzoli, la questione fondamentale: “I giudici devono essere coraggiosi e colpire la forza e la risolutezza delle Banche: l’idea centrale che animava il Manzoni, quando scrisse la storia della Colonna Infame, consisteva nell’intuizione di una libertà morale che non ha modo di dare risposte risolutive, ma può trovare il coraggio della provocazione, dell’inquietudine, della discontinuità. E’ quello che si chiede ai Giudici del nostro tempo, quando sono al cospetto delle carte che offrono quelli del ceto bancario: non siano burocrati del male, sapendo di farlo”
    È un compito arduo quello che lei pone ai magistrati: la rottura dell’egemonia culturale, il coraggio di vedere la realtà dietro l’apparenza. Se procediamo velocemente alla costruzione del “laboratorio” possiamo aiutarli in questa scelta degna della grande Antigone.
    Grazie ancora
    Gpastore.gp@gmail.com

    • “ I giudici devono essere coraggiosi..” , “non siano buracrati del male…” !
      I pensieri finali della lunga e a parer mio, sconvolgente riflessione fatta da Biagio Riccio e da Angelo Santoro, risuonano alle mie orecchie come un peàna e al tempo stesso come una sentenza scolpita sulla pietra!
      Difficile, dunque aggiungere un commento a ciò che è gia esaustivo .
      Questo articolo, a mio avviso è un capolavoro nel suo genere, e come tutti i capolavori non lasciano spiragli ….chi oserebbe aggiungere una parola all’”Infinito” di Leopardi o un solo tratto all’”Ultima Cena “ di Leonardo!?!
      Pertanto, alla luce di quanto letto e con l’amara consapevolezza che ai giudici occorre, ahimè più coraggio ad essere giusti apparendo ingiusti, piuttosto che ingiusti apparendo giusti, mi sento di chiosare con le parole di un Maestro che mi appaiono quanto mai calzanti, se riferiti all’atteggiamento dei magistrati rispetto alle problematiche bancarie
      “ i luoghi più caldi dell’Inferno sono riservati a coloro che…mantengono la loro NEUTRALITA’ !” ( Dante Alighieri)

  2. Stimatissimo avvocato Riccio,
    come sempre, lei è un eccellente sradicatore di attuali “malaffare” attanagliati nel sistema nazionale finanziario e, ottimo divulgatore di saggia e veritiera giustizia.
    Con l’ultimo capitolo giornalistico da lei pubblicato, La tortura nel sistema bancario: i giudici come burocrati del male ; evidenzia con fondatezza la realtà e le vicissitudini che giornalmente attanagliano il correntista.
    Passando attraverso gli illuministi e scrittori Manzoni, Sciascia e Pietro Verri, con l’ausilio delle terre Bresciane natali dell’onorevole politico Mino Martinazzoli detentore di uno scritto “Storia della Colonna Infame” di Alessandro Manzoni.
    Immergendoci nel merito, come da sua saggia narrazione, si ci accorge che le banche fanno di tutto per delinquere nel momento in cui si attestano “creditori”, anche se nella realtà il più delle volte non lo sono affatto. Spostando l’attenzione sull’azzeramento del debito usando (SEMPRE) un semplice finanziamento della stessa banca (mutuo e quant’alto), correlato di concrete fideiussioni di promettenti garanti ed il gioco è fatto.
    Si, perché, le banche sono sempre alla ricerca di correntisti da spellare e non da vendere danaro al giusto costo che porta via tempo e di scarsa remunerazione.
    E, come lei ben sa, tutto ciò non è ammesso dalla legge perché trattasi di “Mutuo di Scopo” che, guarda caso totalmente sconosciuto da una nutrita rappresentanza di “giudici” ove per l’effetto diventano come dice lei : “burocrati del male”.
    Per raggiungere una vera “ libertà morale Manzoniana”, lei e tutti noi, dobbiamo continuare incessantemente ad inviare codesti inoppugnabili messaggi al ceto bancario, Magistrati poco attenti ma soprattutto a tutti i correntisti che hanno perso ingiustamente i propri sacrifici di una vita.
    Per contro, a suo favore come contropartita, sta creando un foltissimo numero di persone che in caso di qualsivoglia malasorte che le si dovesse abbattere, entreranno immediatamente a difenderla (come un potentissimo farmaco) arginando il tutto. Frutto di esclusive “preghiere” inviate dai molti tartassati, vessati, truffati del sistema finanziario ove hanno letto i suoi periodici messaggi ed in segno di gratitudine chiedono : al signore di proteggerla soprattutto nella salute e nelle buone e cattive sorti.
    Un saluto affettuoso
    O.Marchetti

  3. Buongiorno a tutti,
    i nostri buoni amici Riccio e Santoro, non smettono di meravigliarci, costruendo tassello dopo tassello , l’architrave culturale per combattere l’ingiustizia che proviene dal ceto bancario. Mi è piaciuto molto anche l’intervento di GP.
    Se posso essere utile alla causa per le mie competenze scientifiche sull’argomento, sono disponibile ad incontri preparatori all’azione che descriveva PG.
    Ancora complimenti
    Raffaele Di Costanzo

  4. Gentili Sigg. Riccio e Santoro, ho letto il Vs articolo alcuni giorni fa’. Immediatamente ho provato una sensazione di …”DEJA’ VU” . Fatti e concetti da Voi puntualmente espressi hanno, in qualche modo, riportato alla mia mente…”qualcosa”. Un “qualcosa” che, in passato, mi aveva “disturbata”?!?, “sconvolta”?!? solo “infastidita”?!?. Questa sensazione mi ha spinta a frugare nei cassettinj della memoria e nei vecchi quaderni di appunti. Alla fine mi sono ricordata…era un tema (compito in classe) di filosofia in terza superiore dal titolo…”commenta le parole di Bertrand Russel: la religione si basa essenzialmente sulla paura. In parte e’ il terrore dell’ignoto, in parte il bisogno di immaginare qualcuno che
    ci aiuti e ci protegga nei pericoli: come una specie di fratello maggiore. In principio, dunque, fu la paura: paura dell’ignoto, paura dell’insuccesso, paura della morte”. Concludendo credo di aver capito il mio disagio.La prima cosa che ci insegnano e’ che siamo “di passaggio” e che saremo ricordati per ciò’ che avremo realizzato. Ci insegnano la PAURA, paura della transitorieta’ che determina la nostra eternità’. Se alla paura aggiungi un po’ di menzogna il cocktail e’ perfetto. Perfetto per trasformare le persone in robot che lavorano, producono e costruiscono per compiacere il “fratello maggiore” (leggi banca) che ha dato loro credito per realizzare il ricordo eterno. Quindi!?! Chi e’ il nemico da combattere?!? Il sistema, il signoraggio bancario o, semplicemente, noi stessi che ci consegnamo volontariamente al fratello maggiore come il bove con l’anello al naso. La storia insegna che i “sistemi” e gli “strapoteri” sono dei castelli in aria. Vivono alimentati dalla paura e dalla menzogna. Oggi, grazie a Voi e pochi altri, e’ iniziato un percorso che giorno dopo giorno “potrebbe” fare capire a tutti noi che le banche vivono di un potere che noi creiamo per loro. Che sono loro che vivono grazie a noi e non viceversa…esattamente come il cartolaio che la mattina alza la saracinesca grazie a noi che compriamo i suoi temperini e le sue matitine per i nostri figli…il nostro unico futuro eterno. Cinzia

  5. Ora intendo lasciare il mio commento a “i giudici burocrati del male”. Anche se non sono un avvocato, svolgo un lavoro che mi porta periodicamente innanzi a un giudice (normalmente dell’ufficio esecuzioni). Li osservo e, stranamente, non mi trasmettono autorevolezza ma solo rassegnazione. Se ne stanno li’ …ostaggi dei loro uffici bui e polverosi, assaliti da orde urlanti di avvocati incompetenti o incompatibili. Facenti funzione di un ruolo importante che dovrebbe assicurare alla società’ giustezza ed equità’. Invece eccoli li’ trasformati in piccoli burocrati mal pagati, depressi e rassegnati. Finite le udienze il loro lavoro prosegue in un ufficietto buio e polveroso sommerso da fascicoli in attesa di un loro giudizio finale…la sentenza. E’ un lavoro di grande responsabilita’ civica. Immagino che per emettere una sentenza occorrano giorni di impegno…rileggere gli atti processuali, controllare il Codice, ricercare precedenti sentenze in materia, ecc.. Ma i giudici sono uomini, come noi…e come noi sono stati programmati a false credenze. Uomini che, probabilmente, hanno scelto la magistratura pensando di diventare i paladini della società’. Invece eccoli, i più’,…depressi e rassegnati. Ecco che, immagino, il loro desiderio…”chiudere” un fascicolo per passare a un altro. Ecco che, forse, e’ piu’ facile condannare il piu’ debole che, quasi sicuramente, non dispone di mezzi economici per sopportare un secondo grado (anche perche’ se e’ sopravvissuto al primo grado ormai e’ un imprenditore in agonia). Ecco…fascicolo chiuso. Fine si va avanti. Nessun rischio di dover giustificare le motivazioni della sentenza di primo grado. Il fascicolo non evoca emozioni. E’ solo carta e inchiostro.
    Nei procedimenti civili molto spesso il giudice non incontra mai gli attori…solo i rispettivi avvocati. E quindi tutto si riconduce sempre e comunque all’art. quinto…”chi ha il denaro in mano ha vinto”. Detto questo non giustifico nessuno. Sicuramente nel mucchio, potrebbero anche, forse, esserci dei corrotti (spero pochissimi). Credo che i giudici dovrebbero essere reinvestiti della loro giusta autorita’ e pagati equamente per un lavoro che chiediamo loro. Ecco che non avrebbero alibi e tutti noi saremmo liberi di additarli e giudicarli. Cinzia

  6. LA SIGNORA ANNA MARIA SAETTI CI CHIEDE DI INSERIRE IL SEGUENTE COMMENTO. BEN VOLENTIERI ESAUDIAMO LA SUA RICHIESTA.
    Cosa aggiungere a quanto sopra descritto con rigorosi e dotti paragoni ?
    Posso solo augurarmi con tutto il cuore che GIUDICI e MAGISTRATI leggano attentamente quanto da voi scritto, meditino seriamente e si sentano in dovere di interrogare la propria coscienza, ammesso che abbiano una coscienza, dal momento che, come leggo, molti (cassano ?) senza nemmeno pensarci ciò che viene loro sottoposto a giudizio.
    Con i consulenti della mia piccola azienda, pur essendo delle eccellenze nel loro campo, mai avrei potuto conoscere, e quindi difendermi da tutti i soprusi di cui sono stata fatta vittima da parte delle banche, ma soprattutto da quella che appariva come la meglio disposta ad “accompagnarci” nel nostro lavoro.
    Se non avessi conosciuto SDL e richiesto e ottenuto l’assistenza diretta dell’avv. Riccio, avrei perso tutto ciò che una vita di lavoro adamantino mi ha dato e, forse, nemmeno avrei retto a sopportare la perdita dei miei guadagnati beni e della mia onestà, dignità, orgoglio, frantumati come fossero scarti inutili da buttare nel pattume.
    Mi fa orrore pensare alla spregiudicatezza di quei dirigenti di banca che commettono delitti senza rimorso di alcun genere e mi stupisco di quei Giudici che difendono le banche ad occhi chiusi, senza nemmeno pensare che un giorno non lontano dovranno loro essere giudicati dal Supremo Giudice che già li vede condannati ripetutamente nelle Sacre Scritture.
    Posso ritornare all’Inferno di Dante per descrivere meglio come mi sento : “ Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via n’era smarrita. Ah quanto a dir qual era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Tant’è amara che poco è più morte !!!!!!!!!! “.
    Grazie per quanto fate per noi scrivendo senza peli sulla lingua come stanno le cose.

  7. Altro centro, caro Avvocato Riccio.
    Sempre interessanti i richiami storici e letterari che fanno da cornice a temi di stretta attualità.
    Da una parte abbiamo contro le banche con i loro ladrocinii legalizzati, dall’altra un discreto numero di giudici che, a dispetto del loro sacro mandato, quello di amministrare la giustizia, sono cosi’ spudoratamente di parte (mai da quella dei piccoli, si intende, ma sempre da quella dei potenti). Non tutti, sia chiaro, ma sicuramente molti.
    Come mai, mi chiedo, una legge che ha valore nel resto d’Italia non vale, per esempio per il tribunale di Milano? Come mai i giudici di questo tribunale sono cosi’ spudoratamente pro-banche?
    Se esiste una legge, questa dovrebbe essere rispettata in ugual misura su tutto il territorio e non interpretata a secondo della zona geografica. Perchè allora io, che sono di Milano, mi sento decisamente discriminata.
    I giudici sanno, da sempre, che le banche operano secondo schemi al di fuori della legalità, che, in sostanza, rubano ai poveri (in senso lato) per dare ai loro amici ricchi, eppure chiudono spesso un occhio e molto spesso tutti e due su questi comportamenti criminali.
    Lo sanno e non fanno nulla? Allora sono complici di questi delinquenti e come tali andrebbero trattati e giudicati. Non lo sanno? Allora che cambino mestiere e vandano a pascolare asini, farebbero meno male alla società.
    Ma che giustizia è quella che permette ad un manipolo di persone (i giudici) di decidere le sorti di tante persone che per anni hanno lavorato duramente, hanno dato lavoro a tanta gente, hanno fatto sacrifici, di chiudere le loro attività, di licenziare i dipendenti, di mettere in ginocchio l’economia di un intero paese, di arrivare all’estremo atto, il suicidio, distruggendo intere famiglie?
    Come possono dormire la notte? Facile, non avendo mai il coraggio di guardarle negli occhi queste persone, alle quali stanno sparando in testa il colpo di grazie. E’ questa la ragione per cui non si riesce mai a parlare con un giudice? Per non fargli venire i sensi di colpa?
    La mia esperienza personale nei confronti dei giudici, in generale, mi fa solo pensare ad una gestione della giustizia molto, ma molto approssimativa, e di non averepiù nessuna fiducia nella giustizia stessa.
    • Se sei un datore di lavoro ed un dipendente ti fa causa, sei il piu’ forte e quindi hai torto.
    • Se sei un padrone di casa e l’inquilino ti fa causa , sei il piu’ forte e quindi hai torto
    • Se sei un correntista di banche, sei il piu’ debole, quindi hai torto. E’ normale?
    E’ normale che una impresa per poter lavorare chieda prestiti alle banche, (ed al primo prestito ne seguono altri, con altre banche per poter ripianare queli precedenti, dando così il via ad un girone infernale senza fine) che queste facciano firmare fideiussioni senza lasciare il tempo neppure di leggere cosa si sta firmando? Chi chiede spesso non ha idea di come funzionano le cose, si fida del suo direttore di banca “così una brava persona” pronta però a distruggerti non appena annusa le prime difficoltà? Non si tratta di circonvenzione di incapace? Non è forse questo un altro reato? Cosa fa la giustizia per arginare questo aberrante fenomeno? I giudici si danno tanto da fare per arrestare il fenomeo degli usurai (quelli brutti, con la barbaccia lunga, la faccia sfregiata e la pistola in pugno) li arrestano, quandoc i riescono, e permettono agli usurati, anche di rivolgersi allo stato per avere dei risarcimenti. E perchè non lo fanno con le banche? Perchè l’immagine delle banche è pulita? Giacche e cravatte, personale sbarbato, profumato ed elegante, ambienti raffinati e voci sussurrate? Ma il reato è lo stesso, rubano, rubano come gli altri ne piu’ nè meno. Portano la gente ad ammazzarsi , non si tratta di istigazione al suicidio? Questo non è un reato? Rubano le case, la vita, le speranze alla gente con la serena complicità di alcuni giudici, colpevoli quanto loro e privi di moralità, tanto quanto lo sono le banche.
    Lasciano impunite le banche nonostante i molteplici reati commessi. Le banche sono state ritenute colpevoli in decine di casi, costrette a restituire il maltolto, e, nonostante tutto, nonostante il continuo ripetersi di questi reati, ne escono sempre incolumi. E’ palese che la giustizia viene amministrate con due pesi e due misure molto divverse. Altro che Giustizia Uguale per tutti.
    Ma che schifo.
    Caro avvocato, io non sono un legale, conosco poco le leggi e purtroppo devo cominciare a conoscerle, ma meno male che esistono persone come lei che hanno il coraggio di denunciare questi crimini, crimini contro l’umanità, perchè questi crimini non sono stati perpretati solo contro di me e pochi altri, ma sono crimini che colpiscono l’intera popolazione (tranne, ovviamente, i soliti amici) e che fanno male a tutti, ma proprio tutti. Scusi l’ennesimo sfogo, ma è l’unico momento in cui riesco ad esternare le mie angosce.
    Grazie, grazie davvero, per quello che sta facendo, per me e per tanti altri.

  8. E’ sempre molto stimolante leggere i parallelismi storici proposti dall’avv.Riccio; la fantasia Manzoniana che disegna una modalità iperbolica di esercizio della giustizia basata su dichiarazioni estorte alla parte debole con la tortura è superata, oggi,da una realtà, dove in un Paese democratico, si lascia esercitare serenamente l’abuso di posizione dominante ad un sistema bancario che non è attore dello sviluppo; che approfitta dello stato d’animo dell’imprenditore che in un momento di difficoltà economiche (a volte indotte proprio dal comportamento stesso della banca) dovendo far fronte agli impegni presi con i propri collaboratori e con le altre controparti, vede nella definizione di un piano di rientro, anche gravoso, anche contro garantito l’unica via d’uscita, come il sospettato che per mettere fine alle torture si dichiara colpevole; per entrambi l’epilogo difficilmente può essere fausto.

  9. L’AVVOCATO ROBERTA CAPRI CI CHIEDE DI INSERIRE IL SEGUENTE COMMENTO. BEN VOLENTIERI ESAUDIAMO LA SUA RICHIESTA.
    “ I giudici devono essere coraggiosi..” , “non siano burocrati del male…” !
    I pensieri finali della lunga e a parer mio, sconvolgente riflessione fatta da Biagio Riccio e da Angelo Santoro, risuonano alle mie orecchie come un peana e al tempo stesso come una sentenza scolpita sulla pietra!
    Difficile, dunque aggiungere un commento a ciò che è gia esaustivo .
    Questo articolo, a mio avviso è un capolavoro nel suo genere, e come tutti i capolavori non lasciano spiragli ….chi oserebbe aggiungere una parola all’”Infinito” di Leopardi o un solo tratto all’”Ultima Cena “ di Leonardo!?!
    Pertanto, alla luce di quanto letto e con l’amara consapevolezza che ai giudici occorre, ahimè più coraggio ad essere giusti apparendo ingiusti, piuttosto che ingiusti apparendo giusti, mi sento di chiosare con le parole di un Maestro che mi appaiono quanto mai calzanti, se riferiti all’atteggiamento dei magistrati rispetto alle problematiche bancarie
    “ i luoghi più caldi dell’Inferno sono riservati a coloro che…mantengono la loro NEUTRALITA’ !” ( Dante Alighieri)

  10. Preg.mo Avv. Riccio,
    mi permetto, innanzitutto, di ringraziarLa per avermi consigliato di leggere il Suo articolo. Succede di rado di leggere contributi così edificanti ed esaustivi, ancor di più se si considera lo spessore e la gravità dell’argomento trattato, non solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello politico, economico e sociale.
    La mia opinione a riguardo non può che essere modesta, considerato che non ho sufficienti strumenti né esperienza per un valido contributo.
    Nonostante ciò, la lettura dell’articolo mi ha ricordato i continui richiami che il Presidente Napolitano ha fatto negli ultimi anni, parlando ai magistrati del ruolo della Magistratura, e che il Presidente Mattarella ha di recente ribadito: i giudici non devono essere né protagonisti del processo né meri amministratori della giustizia.
    Ciò non significa, a mio modesto parere, che la strada da seguire per un giudice sia quella della neutralità. Ci si deve, piuttosto, richiamare ai principi di terzietà, imparzialità e autonomia.
    A questo punto, però, viene da chiedersi: è possibile che esista una vera imparzialità del giudice? E qual è il rapporto tra magistratura e potere politico (in un sistema democratico e non autoritario o dispotico, ove il legame è palese e scontato)?
    Ancor di più: quali relazioni tra magistratura e potere economico? Se l’aggressione malvagia e criminale di un potere economico senza scrupoli inquina la politica, la società, la religione, la morale o lo sport portando solo corruzione, nelle sue numerose forme e manifestazioni, non possiamo consentire che certi interessi prevalgano sulla legge nelle aule dei Tribunali, neutralizzando così la legge stessa e rendendola inefficace.
    Come avrà notato, le mie non sono considerazioni, ma richieste di risposte. Appare francamente desolante, per un giovane, constatare che grande è la mediocrità della preparazione giuridica e culturale di tanti professionisti e operatori del diritto, al punto tale che gli stessi preferiscono accomodarsi su soluzioni semplici e indolori (soprattutto per la propria carriera), piuttosto che avere il coraggio di affermare la propria libera convinzione e professionalità.
    La ringrazio per avermi coinvolto nel dibattito, ma la mia curiosità e la mia voglia di un futuro pieno di fiducia mi portano, per ora, a pormi tante domande, qualcuna amara e qualche altra speranzosa.
    Attendo di leggere nuovi contributi, e Le rinnovo tutta la mia stima.
    Massimiliano Ingoglia

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